Domenica 1 Febbraio (DOMENICA – Verde)
IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Sof 2,3; 3,12-13 Sal 145 1Cor 1,26-31 Mt 5,1-12
Di Don Marco Ceccarelli🏠home
Testi di riferimento: Dt 7,7; 1Sam 16,7; Sal 35,10; 37,11; 40,18; 70,6; 76,10; Pr 11,18; 16,19; Is
57,15; 61,1-3; Ger 17,5-8; Mt 6,33; 10,22-25; 11,5.29; 19,14; 21,5; 25,31-46; Mc 10,14; 14,6-8; Lc
12,32; At 5,41; Rm 9,27; 2Cor 1,7; 4,17; 6,10; 8,9; 1Ts 2,15; 1Tm 6,17; Gc 1,12; 2,5; 1Pt 2,19; Ap
2,9; 21,4
- Prima lettura. Il brano qui presentato, pur breve, ci offre una chiave importante per comprendere il Vangelo odierno. Occorre però capire di cosa si sta parlando. Sof 2,3 fa parte di una vibrante esortazione alla conversione, iniziata in 2,1, per sfuggire al giudizio di Dio, indicato dalla triplice ripetizione nei versetti 2 e 3 dell’espressione “ira del Signore”. I regni umani – non solo quelli che circondano il regno (davidico) di Giuda e che gli sono ostili – ma anche lo stesso regno di Giuda, stanno per soccombere davanti al giudizio di Dio. Chi potrà mettersi in salvo saranno coloro che smetteranno di confidare in tali regni, nei poteri umani, per cercare invece il Signore e la sua giustizia: «Cercate il Signore voi tutti poveri/umili (anawim) della terra, che operate il Suo diritto. Cercate giustizia, cercate povertà/umiltà (anawah); forse sarete nascosti nel giorno dell’ira del Signore» (v. 3). Dio fa un appello a diventare anawim, cercare l’anawah. Il significato di ciò si capisce con l’aiuto di 3,12: «Farò restare in mezzo a te un popolo umile e povero; e si rifugeranno nel nome del Signore». La condizione di anawah che Dio invita a cercare è quella povertà, umiltà, mitezza, che consiste nell’abbandono in Dio, nel porre il proprio rifugio, la propria fiducia in Lui. L’anawah che occorre cercare è la “giustizia” di Dio, cioè l’adempimento della sua volontà (cfr. Mt 3,15; 6,33). Questo atteggiamento si pone in netto contrasto con chi invece cerca la giustizia umana, cerca una salvezza proveniente dalle realtà umane, confidando nell’uomo, secondo quanto indicato in Ger 17,5-6: «Maledetto l’uomo che confida negli esseri umani e fa della carne (= le realtà umane) la sua forza …». Le realtà umane non possono salvare; solo Dio lo può. Questo è il punto. Il “povero” è dunque colui che rinuncia a confidare nelle sicurezze umane per cercare soltanto la salvezza che viene da Dio; perché Dio verrà «per salvare tutti gli anawim della terra» (Sal 76,10; cfr. Is 11,4)). I regni umani, e coloro che vi appartengono, non possono salvare e sono destinati a subire l’“ira di Dio”, il suo giudizio, quello che in fondo è già scritto nella natura delle realtà creaturali che sono, per forza di cose, destinate a scomparire. Chi non accoglie e non mette in atto questa chiamata a conversione rimarrà “incastrato” nei lacci delle sue false sicurezze e ne seguirà il destino. Così alla fine rimarrà (soltanto) un resto (Sof 3,13), rimarrà (soltanto) il popolo degli anawim.
- Il Vangelo delle Beatitudini. Il brano di Vangelo odierno inaugura il primo lungo insegnamento in Mt chiamato “discorso della montagna”, nel quale si presenta la retta interpretazione della Torah. Occorre tenere sempre presente che l’insegnamento di Gesù è finalizzato a delucidare in cosa consista quel “regno dei cieli” che costituisce l’oggetto fondamentale della sua predicazione. Perciò anche le beatitudini di Gesù si possono capire soltanto in relazione all’appartenenza al regno di Dio. Gesù dichiara allora innanzitutto chi siano i beati, vale a dire coloro che avendo il giusto atteggiamento potranno accogliere la vera conoscenza della volontà di Dio, obbedendo alla quale si è beati, si è nella benedizione. Beati i poveri in spirito, gli afflitti, i miti, ecc. perché sono nel giusto atteggiamento per poter accogliere la rivelazione di Cristo ed entrare nel regno. Sono quelli che “cercano il Signore”, che attendono Lui come loro re, loro salvatore. Perciò il regno già appartiene a loro («di essi è il regno dei cieli»: vv. 3.10), anche se non lo possiedono ancora. Il “Vangelo del regno” (Mt 4,23) è per tutti, e tutti vi possono entrare. Di fatto però non tutti lo accoglieranno. All’interno dello stesso Israele non tutti faranno parte del regno, come si evince da testi tipo la parabola di Mt 22,1-14.
- La particolarità delle beatitudini di Gesù.
- Nell’Antico Testamento si offrono spesso definizioni di cosa significhi “essere beato”. Ciò equivale più o meno a quello che noi intendiamo per “essere felici”, avere cioè una esistenza piena, realizzata. La beatitudine è la felicità, qui e ora, e questa si raggiunge imparando a vivere bene, a vivere secondo sapienza. La sapienza è l’arte del vivere che rende l’uomo felice. Aver imparato a vivere è ciò che permette di realizzare al massimo delle possibilità, nei limiti che l’esistenza umana comporta, la vita beata. Avere imparato a vivere significa, nella Scrittura, in definitiva vivere secondo la volontà di Dio. L’idea di una beatitudine ultraterrena è quasi assente nell’Antico Testamento, non così nell’insegnamento di Gesù. Da un lato egli identifica la vita beata con l’appartenenza al regno dei cieli; tale appartenenza si attua nel presente, nella vita terrena. I beati sono perciò i figli del regno (Mt 13,38), quelli cioè che appartengono ad esso. D’altro lato le beatitudini rimandano ad un futuro. Nel regno di Dio si entra fin da ora, e farne parte è già essere nella beatitudine, perché già si sperimenta la sovranità di Dio sulla propria esistenza. E tuttavia esso avrà il suo compimento in cielo. Così le beatitudini costituiscono l’inizio dei discorsi di Gesù e stanno in qualche modo in parallelo con la conclusione dei suoi discorsi in Mt 25,31ss., dove si parla dei “benedetti dal Padre mio” che prendono possesso del regno (v. 34), mentre i “maledetti” vengono esclusi (v. 41).
- Un’altra differenza rispetto all’Antico Testamento è che le beatitudini di Gesù non sono primariamente frutto di un impegno umano. Esse più che un implicito comando ad essere qualcosa o a comportarsi in un certo modo, “fotografano” una situazione. Le beatitudini dicono “Beati i poveri”, non “Dobbiamo essere poveri”. Nelle beatitudini non abbiamo imperativi, ma semplicemente la constatazione di un dato di fatto. Gesù dice: Fra tutti coloro che sono venuti a me, beati coloro che sono in questa situazione, poveri in spirito, afflitti, ecc., perché sono nella giusta condizione per accogliere quello che io porto, cioè il regno dei cieli. Beati quelli che si trovano così, perché Dio sta con quelli che hanno lo spirito abbattuto (Is 57,15), perché ai poveri è predicata la buona notizia (Is 61,1), perché gli afflitti stanno per essere consolati dalla presenza del Messia (Is 61,2-3), perché ai miti viene data la terra (Sal 37,11), ecc. Vale a dire: Dio sta dalla parte di coloro che rimangono saldi nella speranza delle promesse di Dio e non si volgono a cercare una soluzione umana alla loro condizione di precarietà. Le beatitudini significano questo: Beati quelli che hanno continuato a sperare nelle promesse di Dio, perché ora si stanno per realizzare (cfr. Dn 12,12: “Beato chi aspetterà …”). Con Cristo è arrivato il compimento delle speranze di Israele. Il regno dei cieli è un dono gratuito da parte di Dio.
- Tuttavia, anche se le Beatitudini non sono né un moralismo né un “comandamento”, si prestano comunque ad un serio esame di coscienza. I valori ribaltati che esse presentano non possono non costituire una chiamata a conversione (l’avvento del regno implica la chiamata a conversione). Se io ho sempre pensato che sono felici i ricchi, i potenti, quelli che si divertono, quelli che sanno farsi giustizia, quelli che non sono perseguitati da nessuno, magari perché hanno amici influenti, e perciò ho impostato la vita secondo questi valori, l’avvento del regno mette in crisi questo stato di cose. Davanti alle beatitudini, ma soprattutto davanti ai “beati” descritti dalle beatitudini, tutti sono chiamati a rivalutare la prospettiva del loro vivere morale. Tutti sono chiamati a cercare la condizione di anawah, lo “spirito di abbandono in Dio”. Perché se non mi trovo nelle giuste condizioni per accogliere il regno dei cieli rischio seriamente di rimanerne escluso (25,41ss.).
- L’appartenenza al regno.
- Sebbene il regno dei cieli sia accessibile a tutti, alcuni ne rimangono fuori. Il regno appare ai più come qualcosa di non attraente. La sapienza e i valori ribaltati del regno di Dio sembrano agli occhi del mondo come una stoltezza (seconda lettura). Ben più attraenti appaiono altre realtà, e per questo è inevitabile una separazione. Nonostante si voglia essere inclusivi, la Rivelazione e la storia ci dicono che la Chiesa – non semplicemente la somma di tutti i battezzati, ma l’insieme di coloro che veramente appartengono al regno dei cieli – è e sarà sempre un resto. Questo perché pochi sono coloro che entrano per la via stretta che conduce al regno (Mt 7,14). Abbiamo delle categorie che ci vengono dalla nostra formazione e dall’ambiente in cui viviamo; attraverso tali categorie giudichiamo le cose, valutiamo la realtà e prendiamo decisioni. Normlmente queste categorie non sono quelle di Dio, e per questo valutiamo anche le cose di Dio con criteri nostri, stimando che l’appartenenza al regno non sia così conveniente. Alla luce delle beatitudini, possiamo chiederci seriamente se apparteniamo al regno. Non chiunque dice “Signore, Signore” entrerà nel regno dei cieli (Mt 7,21). Il regno dei cieli è per quei poveri, quegli umili, quegli anawim che “cercano prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia” (Mt 6,33) e, magari, vengono perseguitati proprio perché cercano tale giustizia (5,10).
- In definitiva Gesù è colui che incarna le beatitudini. Egli è il povero per eccellenza, il “mite e umile di cuore” (Mt 11,29). Egli ha mostrato cosa significhi porre la propria fiducia totalmente in Dio. Egli non era “povero” nel senso di indigente; era ricco, non gli mancava nulla. Ma «da ricco che era si è fatto povero per causa nostra» (2Cor 8,9). In cosa consiste quella “povertà”? Nel non avere confidato in nulla – non solo nei poteri umani, ma neanche nei suoi divini – ma solo in suo Padre. Anche se andava ai banchetti, entrava nelle case dei ricchi, mangiava con i peccatori e faceva festa, egli è colui che davanti all’unzione della donna di Betania si rivela come il povero per eccellenza (Mt 26,9-11) che sta per andare a soffrire una morte ingiusta, senza far ricorso ad una difesa umana, ma ponendo tutta la sua speranza in Dio. I discepoli di Cristo sono coloro che seguono le orme del povero (1Pt 2,21ss.). Anche se difficilmente entrerà nel regno dei cieli chi ha ricchezze (Mt 19,23), i ricchi di questo mondo, come doveva essere Matteo (Mt 9,9), come era Zaccheo (Lc 19,2.8), possono entrare nel regno, possono accogliere la salvezza accogliendo Cristo e rinunciando a porre la propria fiducia nella ricchezza; «ai ricchi di questo mondo raccomanda … di non porre la speranza nell’incertezza delle ricchezze ma in Dio» (1Tm 6,17).




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