Domenica 1 Febbraio (DOMENICA – Verde)
IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Sof 2,3; 3,12-13 Sal 145 1Cor 1,26-31 Mt 5,1-12
Di Giorgio Scatto Monastero Marango🏠home
Le Letture che ci vengono offerte questa domenica ci fanno entrare nel mistero delle beatitudini. La nostra è la chiamata a essere felici e Gesù, ponendo lo sguardo sulle nostre sofferenze e sulle attese del nostro cuore, ci aiuta a leggere la fragilità e la debolezza della nostra vita come un dono prezioso: proprio nella nostra povertà siamo amati e scelti da Dio.
E allora il profeta Sofonia ci esorta con queste parole di speranza: «Cercate il Signore voi tutti, poveri della terra, cercate la giustizia, cercate l’umiltà». Questo profeta predicò a Gerusalemme tra il 640 e il 630 a.C., poco prima che iniziasse il ministero di Geremia. Non erano tempi facili. Gli Assiri avevano invaso e saccheggiato una parte del territorio; re empi, come Manasse e Amon, avevano favorito il disordine religioso e l’idolatria. E il profeta non si dimostrò certamente un profeta di corte: le sue parole hanno la forza distruttrice del fuoco: «Eliminerò l’uomo dalla terra. Oracolo del Signore. Stenderò la mano su tutti gli abitanti di Gerusalemme; eliminerò da questo luogo il nome degli addetti ai culti insieme ai sacerdoti: punirò i capi e i figli di re». Per Sofonia solo il povero ha la speranza di essere salvato: «Cercate il Signore voi tutti, poveri della terra, che eseguite i suoi ordini, cercate la giustizia, cercate l’umiltà; forse potrete trovarvi al riparo nel giorno dell’ira del Signore». Cercare il Signore è cercare la giustizia, non è uscire dal campo del mondo per rifugiarsi in cieli lontani e in improbabili paradisi. Questa giustizia riveste un carattere religioso, esprime una fede viva. Non si può trovare Dio se non ci si preoccupa del proprio fratello, soprattutto del più povero. Sofonia supera gli angusti limiti del linguaggio quotidiano. Con lui, sembra per la prima volta, la parola «povertà» non caratterizza più soltanto uno stato sociale, ma esprime il fondo stesso dell’esperienza religiosa. Il credente non deve solo preoccuparsi dei poveri, essere a loro fianco nelle loro battaglie, ma deve essere lui stesso un povero, un uomo di desiderio, uno che non cerca il proprio appagamento nell’idolo del potere e dell’avere, ma nell’eseguire il comando del Signore.
«Farò restare in mezzo a te, Israele, un popolo umile e povero». É in mezzo ai poveri che Sofonia sembra aver ricevuto l’accoglienza più favorevole. Egli deve aver trovato in essi una capacità di cercare Dio, un tale bisogno di felicità, una così profonda umiltà – che è anche consapevolezza del proprio limite – che li rende sicuri di poter attendere solo da un Dio il compimento della loro speranza.
Si tratta di un popolo povero in quanto umile, ma anche in quanto piccolo, perché non rappresenta che un «resto». Come sarà questo popolo umile e povero? Sarà un popolo che vivrà in un totale abbandono nelle mani del Signore. Non troverà vanto negli strumenti mondani della forza, del denaro, del potere, ma confiderà solo nel nome del Signore. Il nome di «colui che è presente» dice di un Dio per sempre solidale con il suo popolo, nella buona e nella cattiva sorte, nei giorni lieti come in quelli della tribolazione.
Da questa intimità con il Signore deriva tutto il resto: «Non commetteranno più iniquità e non proferiranno menzogna; non si troverà più nella loro bocca una lingua fraudolenta» (Sof 3,13). La fede, prima di essere impegno etico, dono di sé agli altri, è dono di comunione, relazione sponsale, reciproca accoglienza, estasi d’amore.
L’apostolo Paolo, scrivendo ai Corinti, parte da una constatazione: «Non ci sono tra voi molti sapienti, molti potenti, molti nobili». La maggior parte della comunità era formata da povera gente, da umili artigiani, facchini, scaricatori, schiavi. In essa solo poche persone possedevano la potenza, l’influenza, la forza; pochi appartenevano alla borghesia urbana. In questo senso la comunità cristiana di Corinto costituiva una fedele immagine delle prime Chiese, nelle quali i fedeli provenivano soprattutto dalle classi più umili e diseredate.
A questi cristiani Paolo vuole risparmiare la tentazione di cercare appoggi in una sapienza fin troppo umana, quasi disprezzando la loro umile condizione e considerandola semplicemente come una vergogna. Invece, la loro oggettiva debolezza poteva diventare un elemento di forza: Dio aveva scelto ciò che è nulla affinché nessun uomo potesse prendere pretesto dai suoi doni naturali – sapienza, potenza, rango sociale – per inorgoglirsi davanti a Lui.
Ma c’è anche una ragione positiva: quelli che il mondo disprezza, e che Dio ha scelto per ridurre al nulla ogni pretesa umana, hanno ricevuto una nuova esistenza, infinitamente più grande di una semplice esistenza umana. Essi sono «in Gesù Cristo», il quale è diventato per noi «sapienza, giustizia, santificazione e redenzione». Allora, in Cristo Gesù, possiamo anche noi vantarci, e operare il bene, percorrendo vie di riconciliazione e costruendo sentieri di pace, rendendo un servizio all’uomo che è il vero culto a Dio, perché in ogni cosa Dio sia santificato. Non c’è nessuno di così povero che non possa compiere un gesto d’amore verso un altro povero.
Il Vangelo, ancora una volta, ci presenta le “beatitudini”: il ritratto più autentico della persona di Gesù, alla quale anche noi dobbiamo guardare per trovare la via della felicità.
«Beati i poveri in spirito». Qualcuno si è chiesto se le beatitudini evangeliche rappresentano qualcosa di diverso dalla compensazione illusoria degli impotenti, dei rassegnati, di tutti coloro che dubitano dell’uomo e si compiacciono del suo avvilimento. Una religione che proclama «beati i poveri» non è forse una religione inutile, e anzi dannosa? E dire «beati quelli che sono nel pianto, beati i perseguitati», non è forse il sintomo più chiaro di quella strana malattia in cui l’uomo trova il suo piacere nel farsi complice dei suoi persecutori?
Le parole delle beatitudini, per essere comprese, hanno assolutamente bisogno di essere unite a immagini concrete, in primo luogo alla persona e alla vita di Gesù, alla testimonianza di cristiani che vivono come Cristo e che possono darne una riproduzione non falsificata. Penso a tante nazioni del mondo dove i cristiani – e non solo i cristiani – vengono perseguitati, torturati e messi a morte. Allora mi appare l’immagine di un popolo che ha fiducia nella parola di Dio e le resta fedele, ha fiducia nella giustizia e resta fedele alla dignità di ogni persona, pur in mezzo alla povertà, alle prove e alle persecuzioni: beati! Penso ad un popolo pieno di desiderio, tormentato da una fame e da una sete di giustizia che nulla può colmare: beati!
Immagino un popolo in marcia verso una terra di libertà, una promessa non ancora realizzata ma continuamente sperata, vedo una folla di pellegrini che non si carica di fardelli inutili, una carovana che conosce i dolori e le privazioni di una strada inospitale e gli attacchi dei nemici che non danno tregua al loro lento avanzare: beati!
Contemplo un popolo di poveri che guarda avanti, portato dalla speranza e ostinatamente fedele a Colui nel quale ha posto la sua fiducia: beati!
Se permettete, guardo alle centinaia di migliaia di giovani resistenti al sanguinario regime iraniano e dico: beati, perché il vostro sangue prepara un futuro migliore. Penso ai deportati e ai morti sulle strade degli Stati Uniti, uccisi dalle barbare aggressioni della polizia per il controllo e la repressione dell’immigrazione: beati, perché ci ricordate cos’è la lotta per la democrazia e i diritti umani. Penso ai ventimila bambini morti sotto le bombe israeliane a Gaza: beati , perché ci insegnate a resistere a Erode.
Sì, le beatitudini sono l’umile e perseverante cammino dei discepoli di Gesù. Sono la testimonianza che i piccoli salvano il mondo dalla barbarie. Sono le pagine di una storia gloriosa scritta con il sangue indelebile del loro martirio. Sono un’alba di speranza per tutti.
Giorgio Scatto
giorgio.scatto@gmail.com
Valerio Febei e Rita Commento IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Si comincia con l’esposizione del programma. È il manifesto dei beati, è Gesù stesso: misericordia, mitezza, purezza di cuore, povertà, pace. Tutto al rovescio di quel che vale in questo spazio tempo che ha le leggi dei lupi. Dove ci troviamo?
Mio padre era un uomo mite, poca cosa per il mondo. Uno che non contestava, non viveva in arrocco, non entrava in contese, inadatto per scelta alla competizione. Gli bastava d’essere onesto. Radicato nella terra, ma terre non ne ha possedute… a meno che non si tratti della ‘terra’ del cielo.
Beati i perseguitati, gli afflitti, i perdenti più saggi dei vincenti, che lasciano ad altri il bottino. Beati gli inappagati, quelli che stanno ‘fuori’. Quanto grande è il loro numero! Beati i poveri, quelli che chiedono scusa di esistere. Quanto grande è l’amore di Cristo e quale deve essere la misericordia negli occhi che hanno il coraggio di vedere i poveri!
In ciascuno risuona una virtù beatifica. Questione di vibrazioni. Mi ha sempre suggestionato la pulizia del cuore, tanto quanto mi è lontana probabilmente, ma non basta esserne ammirati. Non attendersi ritorni, ricompense o riscontri come si dice oggi, non infilare interessi di sorta in un rapporto. Bisogna lavorarci, dirsi dei no mirando a quella limpidezza degli occhi che quando guardano vedono l’anima. A volte penso al bambino, sette – otto anni, che ‘vede’ la verità (o la falsità) di un gesto o di una parola o di un volto. Quel bambino sa molte cose che le parole degli adulti coprono. Una maestra in prima elementare parlò ai suoi alunni delle vocazioni più grandi, modelli di vita. Parlò dell’esploratore, dello scienziato e del prete, parlò del coraggio e della loro dedizione a vantaggio dell’umanità e lo fece con parole così ammirate ed acconce che un bambino tornò a casa e disse alla mamma: “Mamma, voglio farmi prete”. Col tempo e le opere si è fatto anche santo, don Oreste Benzi.
Molti di noi vorrebbero vedere Gesù, averne consolazioni e perché no? Non ne avremmo bisogno? Non pregano così i Salmi? Nella miseria non chiedono la misericordia? Non vediamo, ma esperiamo la vicinanza di Gesù stando nella scelta di una o l’altra delle virtù in elenco. Gesù le vive tutte.
Il bambino non ha bisogno di attestazioni per sapere dove sta. Sa d’intuito cos’è giusto e cosa no, cosa è vero e cosa no, dov’è Gesù e dove no…. Prima di somigliare agli adulti e corrompersi. E non ha motivo per dubitare per tutto il resto, non va in ansia per la sua stesa vita e quando gli verrà il dubbio gli basterà ricordare la risurrezione Sapersi intento ad una virtù gli dà sicurezza.
Non funziona così per gli adulti, che anzi si complicano la vita per niente. Del loro bambino interno non hanno stima. Scrisse la Lettera agli Ebrei: “Gesù Cristo è lo stesso ieri oggi e sempre. Non lasciatevi sviare da dottrine vane e peregrine”. Sono cose che si capiscono bene a sette anni. A settanta? Mah!
Gesù però lo aveva detto che solo ponendosi ad altezza di bambino si vede meglio, si capisce e si crede.



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