Don Paolo Zamengo”Voi sale, voi luce”

Domenica 8 Febbraio (DOMENICA – Verde)
V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Is 58,7-10   Sal 111   1Cor 2,1-5   Mt 5,13-16

Di Don Paolo Zamengo

Abbiamo potuto gustare il brano delle beatitudini di Matteo e oggi ascoltiamo le parole che lo seguono. Ci troviamo nel discorso della montagna e ancora la parola di Gesù è rivolta ai suoi discepoli. Con due immagini Gesù descrive proprio coloro che gli stanno davanti e ci racconta chi è il discepolo: “sale della terra e luce del mondo”. Gesù usa due immagini potenti. Il sale rende i cibi saporiti, conserva gli alimenti permettendo ai cibi di durare nel tempo. Il sale, poi, è un bene prezioso, tanto che nell’antichità veniva usato come merce di scambio o per retribuire un lavoro. Nasce da qui la parola “salario”. Di tutte queste caratteristiche, Gesù mette in evidenza la prima: il sale è ciò che dà sapore; se perde questa qualità non serve a niente. Si racconta, ma forse è solo una leggenda, che i Romani cosparsero di sale la città di Cartagine dopo averla distrutta, perché non ritornasse a vivere. Anche per la luce potremmo fare un discorso simile. Senza la luce non ci sarebbe vita: infatti la luce illumina, scalda, ci permette di vedere, di distinguere le cose; senza la luce vivremmo in un mondo distorto, buio e freddo. Come il sale è fatto per dare sapore, così la luce, ci dice Gesù, è fatta per risplendere. Questi due elementi hanno una caratteristica comune: non sono in funzione di sé stessi, ma servono per la vita di tutti. Troppo sale in bocca mi disgusta, così se fisso a lungo la luce sono costretto a chiudere gli occhi per non essere accecato. Della luce noi vediamo la stanza che sta illuminando, del sale sentiamo il sapore dei cibi che accompagna. Non la luce e il sale in sé, ma ciò che sono fuori di sé. Per Gesù questo è il discepolo nel mondo: illumina, dà sapore. Il mondo è illuminato nella misura in cui il discepolo si dona. Donarsi è scegliere di illuminare, donarsi è scegliere di dare sapore agli altri, anche a costo di perdersi in quel dono. Il dono ha bisogno del nostro “sì”: sono libero di salare o non salare un cibo, posso scegliere se accendere la luce o non farlo. Quando scelgo di non farlo però, in qualche modo, perdo la mia natura di discepolo: serve davvero a qualcosa un sale senza sapore? o una lampada sotto un moggio? Tra le due metafore Gesù dedica uno spazio più ampio a quella della luce toccando un tema molto stimolante. Ci parla della visibilità che deve avere il discepolo come di “una città collocata sul monte che non può restare nascosta” e come di “una lampada sul candelabro”. La visibilità non è proprio nello stile di Gesù. Basta pensare ai trenta anni che lui ha trascorso, la maggior parte della sua vita, nel silenzio di Nazareth prima di incominciare la vita pubblica. La visibilità di cui parla il Signore, non ha niente a che fare con la ricerca della fama e del successo, ma riguarda proprio il dono di sé che trasforma un uomo in un discepolo di Cristo. Ciò che vedono gli uomini sono le opere buone. L’evangelista Matteo più avanti ci dirà che ciò che è buono si riconosce dal suo frutto, ciò che facciamo rivela agli altri chi siamo. Gesù parla di una visibilità paradossale: la visibilità del nascosto. La bontà del seme è inaccessibile ai nostri occhi, sarà solo il buon frutto a manifestarla; lo stesso avviene per la nostra vita: ciò che gli altri devono vedere sono le buone opere che compiamo. Il vero discepolo è invisibile, perché si consuma tutto in quel dono d’amore, così come ha fatto Gesù il nostro Maestro. Ognuno di noi può essere luce perché siamo discepoli di colui che è la vera “luce del mondo”.