padre Gianmarco Paris Commento V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Domenica 8 Febbraio (DOMENICA – Verde)
V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Is 58,7-10   Sal 111   1Cor 2,1-5   Mt 5,13-16

Di padre Gianmarco Paris 🏠home

Dopo aver annunciato quello straordinario “manifesto” del Regno di Dio che sono le beatitudini, Gesù continua a parlare per aiutare i suoi uditori a comprendere cosa significa in concreto essere suoi discepoli, a riconoscere che il “Regno di Dio” si è avvicinato e a cambiare il proprio modo di pensare e di agire. Come fa spesso, anche in questo caso Gesù utilizza immagini semplici e concrete per esprimere l’identità e la missione dei suoi discepoli nel mondo: essi sono sale, sono luce. Le immagini hanno la forza della concretezza e si aprono a interpretazioni ampie e sempre nuove.

Quando noi pensiamo al sale intendiamo un elemento che dà sapore ai cibi. Era così anche per Gesù; ma nel mondo antico il sale era usato anche per preservare i cibi dalla corruzione e per questo motivo era collegato con l’idea di fermezza, stabilità, permanenza. Per questo era adoperato anche nella stipulazione dei contratti e delle alleanze, come segno che essi dovevano essere e restare stabili e fermi (in alcuni passi dell’Antico Testamento ricorre l’espressione “alleanza di sale” per indicare una alleanza inviolabile e perenne). Per Gesù i discepoli sono il “sale della terra” perché la loro presenza è garanzia della permanenza dell’alleanza di Dio con gli uomini. Se i cristiani sono fedeli all’alleanza con Dio, vivendo secondo quanto Gesù insegna con la vita e con le parole, sono segno e strumento del progetto di Dio sul mondo. C’è però un rischio, dal quale Gesù mette in guardia: che il sale diventi insipido, cioè che i discepoli non restino fedeli all’alleanza, non restino uniti a Gesù, e non possano più testimoniare la presenza di Dio.

La seconda immagine è la luce, o meglio, la città posta in cima a un monte e la lucerna accesa e posta sul lucerniere. Una città così non può certo passare inosservata; la lucerna non serve ad altro che ad illuminare l’ambiente dove si trova. Gesù vuole dire che i suoi discepoli non sono una setta nascosta né un gruppo anonimo e invisibile. Convertire la vita al vangelo di Gesù, che annuncia la vicinanza di Dio, rende i discepoli capaci di compiere “opere buone”, cioè di vivere in un modo che fa qualche differenza rispetto alla normalità del vivere, non per contrapporsi o per giudicare gli altri, ma semplicemente perché non è possibile fare altrimenti, come la città che non può nascondersi, come la luce che non può non illuminare. Il profeta Isaia (nel passaggio scelto per la prima lettura) offre alcuni esempi delle “opere buone” che è chiamato a compiere chi crede in Dio: condividere i suoi beni con chi è nel bisogno, lottare contro ogni forma di oppressione. Anche il profeta, come Gesù, riconosce che chi agisce in questo modo, pur condividendo qualcosa della tenebra, può diventare luce che illumina, che dà senso, dà speranza. 

Colpisce il fatto che queste parole di Gesù non sono esortazioni o consigli dati ai discepoli: egli dice cosa sono realmente i suoi discepoli per l’umanità. Certo che Gesù sa che i suoi discepoli non sono privi di difetti e di peccati, che non sono più buoni degli altri né modelli per loro, ma questo non toglie che siano sale e luce. Lo sono se vivono da discepoli suoi, se confidano in Dio e praticano il bene come risposta di amore all’amore che hanno ricevuto. In questo modo, pur con la loro fragilità, diventano testimoni: chi li vede non batte le mani a loro ma dà gloria a Dio, riconosce che Lui soltanto è la fonte vera di ogni bontà. La vita cristiana non è nulla più che risposta grata all’amore ricevuto; risposta che si esprime in un modo di vivere concreto, visibile e riconoscibile.

Anche per noi, discepoli di oggi, valgono le parole pronunciate da Gesù. Anche oggi chi cerca di vivere fedele a Gesù ricorda agli altri che Dio è fedele all’alleanza che ha fatto con l’umanità, che non viene meno. Non dipende dal numero di discepoli, né dalle molte cose che fanno, dipende dal loro essere sale vero, dal non perdere il sapore del Vangelo. Anche oggi chi cerca di vivere fedele a Gesù è luce che illumina il buio. Il nostro buio, prima che quello degli altri (“la tua tenebra sarà come il meriggio”, Is 58,10). Non perché siamo migliori, ma perché ci fidiamo di Gesù, perché troviamo in Lui la forza per agire qualche volta in modo diverso da quello che ci suggerisce il nostro egoismo. 


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