S.B. Card. Pizzaballa Meditazione VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Domenica 15 Febbraio (DOMENICA – Verde)
VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Sir 15,16-21   Sal 118   1Cor 2,6-10   Mt 5,17-37

di S.B. Card. Pizzaballa🏠home

L’intero Discorso della Montagna è attraversato da un tema importante, che utilizziamo come chiave di lettura anche del brano di Vangelo di oggi (Mt 5,17-37): il tema del male.

È un tema più presente di quanto sembrerebbe ad una prima lettura. Lo troviamo già nelle Beatitudini, lì dove si parla di persecuzioni e di ingiurie (Mt 5, 11-12)

Lo troviamo anche nel brano di oggi, dove si parla di relazioni ferite, di adulterio, di scandalo, di giuramenti falsi (Mt 5, 23-36).

Il tema del male continuerà ad essere presente nel seguito del discorso: lo sentiamo risuonare al termine della preghiera del Padre nostro, dove chiediamo al Padre proprio questo, di essere liberati dal male (Mt 6, 13), e all’inizio del capitolo settimo, dove si parla di pagliuzze e di travi che impediscono di guardare bene fuori di noi (Mt 7,1-5).

E poi Gesù parla di perdizione (Mt 7,13), di falsi profeti che sono lupi rapaci (Mt 7,15), di alberi e di frutti cattivi (Mt 7, 17-19), di operatori di iniquità (Mt 7,23). Il lungo discorso di Gesù, infine, si conclude con un’immagine di distruzione: “Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande” (Mt 7,27).

Il tema del male, quindi, non è un tema secondario nel pensiero di Gesù. La vita nuova, inaugurata dall’avvento del Regno di Dio, è una vita che deve in qualche modo fare i conti con questo aspetto della vita, che riguarda tutti, per trovare un modo nuovo di affrontarlo e di vincerlo.

Gesù, in questo suo discorso, non parla del male in termini astratti: non fa un discorso filosofico, non ne parla in termini generali. Gesù guarda al male che nasce nel cuore dell’uomo e che diventa gesti, scelte, parole concrete. Gesti, scelte e parole che minano le relazioni alla radice, che rendono difficili le relazioni tra persone.

Gesù, inoltre, annuncia che non è venuto ad abolire la Legge e i Profeti, ma a dare compimento. La Legge era stata donata ad Israele perché custodisse la vita e le relazioni fondamentali che la compongono, la relazione con Dio, innanzitutto, e di conseguenza la relazione tra gli uomini. Gesù non solo non la abolisce, ma sottolinea ripetutamente che non può accontentarsi di un’osservanza esterna, che non sortirebbe nessun effetto. Al contrario, chiede una giustizia superiore che vada a scovare il male lì dove esso viene concepito, per iniziare a combatterlo da subito, prima che si impossessi del cuore dell’uomo (“Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.” (Mt. 5,20).

Nelle note antitesi – “Avete inteso che fu detto…invece io vi dico…” – che troviamo ripetutamente nel brano, Gesù rilegge i comandamenti fondamentali, che stanno alla base delle relazioni tra persone, e mostra cosa accade quando il male viene lasciato crescere nel cuore dell’uomo: l’omicidio nasce dall’ira, l’adulterio dallo sguardo che possiede, la menzogna dalla parola che manipola.

Il male nasce come un seme, da qualcosa di piccolo che non vuole destare sospetti: un moto di rabbia, uno sguardo, una parola… Ma poi cresce, fino a rompere ciò che di più prezioso l’uomo possiede, ovvero le relazioni. E mentre cresce, opera, al contrario, un movimento di riduzione: l’altro è ridotto ad oggetto, la parola è ridotta a strumento manipolatorio.

In questo modo, in realtà, anche la Legge viene in qualche modo “ridotta”: non è più la via che permette di custodire la relazione con Dio e con i fratelli, ma una regola da osservare per sentirsi a posto.

Ma Gesù, come sempre, non si limita a rivelare il male, a portarlo alla luce. Fa qualcosa in più, ovvero inizia un processo di guarigione e di salvezza.

Non combatte il male dall’esterno, ma alla radice, nel cuore. Il compimento della Legge e dei Profeti, infatti, è il dono di un cuore nuovo (Ez 36), capace di osservare la Legge non per formalismo, ma per amore e nella libertà.

Per far questo, Gesù indica una strada semplice, che troviamo in queste parole: “Ma io vi dico” (Mt 5,22.28.31).

Non si tratta di un comandamento più esigente, ma di un invito a tornare alla sorgente, lì dove l’uomo ascolta di nuovo la verità a cui è chiamato, quella del progetto originario che Dio ha su di lui e che le Beatitudini hanno nuovamente rivelato.

E torna a scegliere la bellezza di relazioni buone, di parole vere, di un cuore povero e unificato.


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