Sorella Michela Arnone Commento VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Domenica 15 Febbraio (DOMENICA – Verde)
VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Sir 15,16-21   Sal 118   1Cor 2,6-10   Mt 5,17-37

di Sorella Michela Arnone Monastero di Ruviano 🏠home

«Beato chi dice la verità con cuore puro e non calunnia con la propria lingua» dice un testo di Qumran (4Q525) tematicamente sovrapponibile all’ultima parte del discorso di Gesù ascoltato oggi; un discorso che giunge a una grande importanza data alla parola, ai giuramenti, a tutto ciò che esce dalla bocca, tutte cose messe accanto a temi che sembrano più caldi, come l’omicidio, il divorzio, l’adulterio. Gesù, però, ci abitua a questo; questioni che sembrano di diverso livello e gravità al nostro sguardo, ai suoi occhi sono assimilabili mentre cose che sono simili esternamente, possono essere radicalmente diverse. Tutto dipende da dove sta il cuore dell’uomo, intendendo il cuore nel senso ebraico, cioè il suo profondo, un misto di sentire e scegliere, di volere e di autodisciplina. La verità del cuore, per Gesù quella viene prima di tutto, ed essa inevitabilmente si manifesta in delle azioni che “svelano” quella verità e perciò tali azioni devono essere giudicate, al fine della salvezza degli uomini e donne che le compiono. In questa prospettiva possiamo provare a cogliere il valore della Torah per il mondo ebraico, senza comprendere il quale queste pagine di Matteo rischiano di restare in superficie.

Nell’economia del racconto di Matteo, la predicazione di Gesù è appena cominciata con le beatitudini e i detti sulla luce e sul sale letti domenica scorsa. Subito dopo, Matteo inserisce questa parte sulla ripresa della Torah da parte di Gesù, che in alcune sue porzioni è presente in passi paralleli in Marco e Luca. Eppure, in questo Vangelo, presentata subito, con la speciale introduzione di 5,17-20 che è unica in Matteo, ha una potenza particolare. Matteo è molto attento a presentare il radicamento della predicazione di Gesù nelle Scritture ebraiche, ne abbiamo visto già moltissimi esempi nel Vangelo dell’infanzia, nel Battesimo, nella chiamata ai discepoli e nelle primissime azioni che compie. Fino ad ora, più spesso, sono stati i testi profetici a risuonare. Ora, uscendo allo scoperto ancora di più, Matteo fa dire a Gesù che Egli non è venuto ad “abolire” la Legge e i Profeti, ma a “compiere”. Questi due termini sono quelli centrali dentro ai quali si muove questo testo e che danno una chiave di tutto l’operato di Gesù: la Legge e i Profeti sono per Gesù ciò che sono per ogni ebreo, sono il punto di riferimento nella ricerca della volontà di Dio, per vivere e compiere ogni giustizia, per essere beato e fare il bene. Egli, allora, da Messia non toglie questo ma parte da questo; su questa base, Egli aggiunge un “di più”, un oltre, un ulteriore che è quello che viene da Dio, quello che viene dal fatto che la storia della salvezza è in crescita e in evoluzione. Non si tratta di obbedire a una legge, si tratta di vivere la vita in Dio, alla presenza dello Spirito santo che fa correre in avanti la salvezza. Ed è in Gesù che avviene il grande salto, il compimento: Gesù viene a realizzare in pienezza nella sua umanità tutto ciò che è prescritto nella legge, secondo il cuore della legge e cioè il cuore di Dio. Dunque, Egli non toglie la Torah, egli la mostra e la vive nel suo splendore, in un compimento che a partire da Gesù si apre alla possibilità per tutte le genti di entrare in quella pienezza della salvezza, che è felicità e bene per gli uomini. E così, da Gesù in poi il compimento si compie ulteriormente, in noi e in questa storia della salvezza che continua ad avanzare e a trascinare gli uomini verso il regno di Dio.

Il testo di oggi, ricco di contenuti altissimi e cruciali per la vita, del discepolo in primis ma anche dell’uomo in generale, vuole raccontarci che non si parte da altro se non dalla Torah; addirittura il testo “esagera” dicendo che neanche uno iota e un trattino della legge passeranno senza che tutto sia avvenuto e che nessuno osi di insegnare a non osservare tutto. In un tempo in cui non c’erano computer né pdf bloccati, ma tutto era trascritto a mano e gli errori capitavano, dire una cosa del genere è davvero forte e provocatorio: risulta fondamentale, allora, credere nella sacra Scrittura e mettere la vita nelle sue mani. E metterla nel Nuovo Testamento mai senza l’Antico!  
Il testo di Matteo presenta in maniera unica la ripresa della Torah usando l’espressione “avete inteso che fu detto… ma io vi dico”; alcuni hanno inteso in ciò una forma di contrapposizione, che però non è supportata né dalle parole dell’introduzione né dal contenuto di questi vari punti. Gesù va oltre, perché va in profondità; il valore della Torah è confermato ed è il presupposto. La Torah è comunemente intesa come legge, infatti i primi due punti riprendono due comandamenti, ma essa non è solo legge: è legge, nel senso normativo in cui noi la intendiamo, solo in secondo momento. Torah è prima di tutto il riferimento alla rivelazione di Dio: un Dio che rivela il suo amore e la sua volontà di salvezza per gli uomini; così la Torah è l’insegnamento, cioè l’educare l’uomo al bene e al discernimento del male, e così diventa anche legge che prescrive, ma sempre perché indica una via, la via della vita (Salmo 1). Se non comprendiamo questo, non sarà chiaro neanche quell’ “andare più a fondo” che qui Gesù opera. In 5,21-48 verranno presentate sei antitesi, oggi la liturgia ci fa leggere le prime quattro: la prima concentra il tema della collera (5,21-26); la seconda la concupiscenza (5,27-30) e la terza il divorzio (5,31-32), la quarta i giuramenti (5,33-37). La relazione con l’altro, si noti, è sempre il centro di queste riprese della Scrittura: l’altro che è il fratello, l’altro che è la donna (o l’uomo) a cui non sono legato sentimentalmente, l’altro che è la moglie (o il marito). L’amore per l’altro, che porta con sé il rispetto vero dell’altro e una capacità di autodisciplina, sono il comune denominatore di tutte queste situazioni. L’omicidio, l’adulterio, il divorzio: questioni macroscopiche che tante volte non toccano direttamente le nostre vite (tante altre volte sì) ma che riguardano tutti nella genesi dei sentimenti e delle scelte che avvengono nel cuore. Quanto sono vere e attuali queste parole dell’Evangelo! Quanto le nostre comunità cristiane non crescono e sono di scandolo perché ci macchiamo di continui omicidi: scegliere la collera, rimanere in essa, non volersi riconciliare con il fratello pur andando a prestare l’offerta davanti al Signore, sono abomini agli occhi di Dio. E quanto si uccide con le parole e con i giudizi, quando non giudichiamo i fatti (che vanno giudicati) bensì le persone! Nel Vangelo è scritto così chiaro, eppure, al primo essere contraddetti o appena il fratello non mi onora come io vorrei, appena non fa come io ritengo giusto oppure appena è migliore di me, la collera monta, la si lascia agire e il fratello “lo si uccide”. L’omicidio diventa ripetuto se provo a gettare la mia collera sugli altri che se la prendono e uccidono anche loro quel fratello! Potremmo fare diversamente, se non lo facciamo è perché scegliamo così! Allo stesso modo è grave quando il fratello o la sorella, con altri impegni nella loro vita, sono oggetto del mio desiderio. La concupiscenza condannata da Gesù, per la quale è meglio cavarsi l’occhio e tagliare la mano, è quella di chi mette in atto tutti i suoi stratagemmi e la sua volontà perché guidato dal suo desiderio incontenibile. L’impulso è il suo dio; non è questione di guardare e desiderare, solamente, ma di scegliere di rimanere in quel desiderio, che domina il cuore anche quando non porta ad atti pratici. Anche sul tema del divorzio, annosa questione già per i rabbini, la posizione di Gesù è più netta: Egli deve ribadire l’altissimo valore del matrimonio davanti a Dio, ribadire che il Padre suo ha pensato l’uomo e la donna insieme che si danno pienezza a vicenda. E questa unione è fatta anche di dominio di sé, di disciplina, di volontà; non si può sciogliere l’unione per la propria soddisfazione personale, per il proprio egoismo. La sacralità e indissolubilità dell’unione tra l’uomo e la donna che Gesù deve ribadire, non esclude le situazioni nelle quali questioni gravi impediscano che i due restino insieme, per il bene di entrambi. Pensiamo ai casi di violenza domestica, ma si potrebbero fare tanti esempi. Il centro, però, è il cuore: come restiamo nelle cose in cui stiamo o come le lasciamo? Per il nostro arbitrio o per il bene? Un bene che, chiaramente, non si stabilisce mai da soli. Questo perché da soli è difficile fare il passaggio dalla sapienza di questo mondo, alla sapienza di Dio: essa può essere trovata solo da coloro che lo amano, come ci dice Paolo nella lettera ai Corinzi che leggiamo oggi; e solo quella sapienza che viene da Dio ci conduce alla vita piena.


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