Don Marco Ceccarelli Commento II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)

Domenica 1 Marzo (DOMENICA – Viola)
II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)
Gen 12,1-4   Sal 32   2Tm 1,8-10   Mt 17,1-9

di Don Marco Ceccarelli🏠home

Testi di riferimento: Gen 22,18; 26,4; Es 24,15-16; Es 34,29-30; Dt 18,15; Sal 2,7; 72,17; 104,2;
Sir 44,21; Ger 4,2; 7,23; Ez 1,28; Mt 3,17; 26,30.36-46; Mc 16,12; Lc 24,26; At 3,22-23; 6,15; Rm
6,6; 8,17.29; 12,2; 1Cor 15,49-53; 2Cor 3,18; 4,6.16-18; Gal 3,8.14-16; Ef 4,22-24; Fil 2,6-7;
3,10.20-21; Col 3,9-10; Eb 2,9-20; 1Pt 4,13; 2Pt 1,16-18; Ap 1,16-17

  1. Prima lettura. La chiamata di Abramo e la sua obbedienza a tale chiamata segnano l’inizio di una nuova fase per l’umanità. Quell’umanità che, a partire da Gen 3, era stata descritta sempre più in separazione da Dio, conseguenza della disobbedienza a Lui, ora trova in Abramo la possibilità di ribaltare la maledizione causata dal peccato. Con Abramo appare sulla terra la “conversione”, che si manifesta nella rinuncia a seguire la propria volontà per obbedire a Dio. Con Abramo la creatura ritorna ad essere quello che è, una creatura che dipende dal Creatore. Appare qualcuno che si fida di Dio e che è disposto ad obbedire anche contro le apparenze, contro ogni speranza. Grazie all’obbedienza di Abramo, la benedizione può arrivare a tutta l’umanità. Questo non va inteso come qualcosa di magico, ma nel senso che i figli di Abramo dovranno essere un segno tra le nazioni della bontà di Dio e del fatto che si può e si deve fidarsi di Lui. Quello che Abramo ha fatto dovranno continuare a farlo i suoi discendenti. Non solo in Abramo, ma anche (e soprattutto) nella sua discendenza saranno benedette tutte le nazioni della terra (Gen 22,18; 26,4; 28,14; At 3,25). Per san Paolo tale discendenza è Cristo (Gal 3,16). È nella fede in lui che le genti riceveranno la benedizione. Cristo, come nuovo Abramo, ha testimoniato la bontà di Dio anche contro le apparenze, non accettando l’inganno del demonio, facendo la volontà del Padre. I cristiani, come figli di Abramo per la fede, in mezzo alle genti danno testimonianza alla bontà di Dio, nella misura in cui, come Cristo, rimangono saldi di fronte alle tentazioni.
  2. Il Vangelo della trasfigurazione (alcuni aspetti).
  • Ogni seconda domenica di quaresima è dedicata all’episodio della trasfigurazione di Gesù. Viene dunque spontaneo chiedersi perché, come tale episodio sia relazionato a questo tempo liturgico. La Colletta (la preghiera iniziale) della domenica precedente indicava la quaresima come il “segno sacramentale della nostra conversione”. Essa vuole presentare la necessità di una trasformazione, di un cambiamento che deve avvenire nella nostra realtà. È il dinamismo della salvezza. La salvezza produce un cambio sostanziale. Produce il passaggio dalla schiavitù alla libertà, da una condizione di miseria ad un’altra di felicità, da uno stato di tristezza ad uno di gioia. La salvezza cambia qualcosa in me e non solo fuori di me. Così la conversione consiste in una trasformazione, nel passaggio da una realtà ad un’altra [i brani evangelici delle prossime tre domeniche metteranno in evidenza questo aspetto].
  • Gesù è la piena rivelazione di Dio. Il “monte alto” (v. 1) rappresenta simbolicamente il Sinai, dove Mosè e Elia hanno ricevuto una rivelazione da Dio e hanno conversato con Lui. Essi sono i due più grandi rivelatori di Dio dell’Antico Testamento, soprattutto per quanto riguarda la difesa del culto all’unico Signore. Ora, Dio conversa con loro – su di un monte alto, simbolo del Sinai – nella persona del suo Figlio diletto (v. 3). In lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità (Col 3,9). Gesù non è soltanto uno dei rivelatori di Dio, un profeta come Elia, un legislatore come Mosè. Lui è Dio stesso; chi vede lui vede il Padre (Gv 14,9). E in lui Dio si rende accessibile perché, nonostante la sua insostenibile gloria, si è abbassato, si è conformato agli uomini, perché gli uomini potessero conformarsi a Dio e conversare con lui. Allo stesso tempo la conversazione con Mosè ed Elia sta a confermare tutto quanto essi hanno rivelato. Gesù non annulla niente della Legge e i Profeti (siccome è Dio stesso sarebbe contraddire se stesso), ma al contrario li compie pienamente (Mt 5,17). D’ora in poi non c’è altri da ascoltare che lui (v. 5).
  • L’episodio della Trasfigurazione sta in parallelo con quello del monte degli Ulivi, dove ritroviamo diversi elementi; anche lì appare un “monte”, la presenza degli stessi tre discepoli, la loro difficoltà a restare svegli, la presenza del “Padre”, la solitudine di Gesù. I due momenti si richiamano a vicenda e costituiscono come i due estremi della vita pubblica di Gesù, la manifestazione della sua gloria divina e la sua massima prostrazione umana. E in un certo senso questi due estremi si toccano e combaciano. «Dopo questo “punto alto” sulla montagna, i discepoli appariranno insieme in seguito nella scena del Getsemani, cioè nell’assoluto “punto basso” della storia di Gesù» (cit.).
  • “E fu trasfigurato (metamorphoo)”. Nell’episodio della Trasfigurazione, Cristo mostra quello che avverrà in lui attraverso il suo mistero pasquale. Anche la natura umana di Cristo, per entrare nella gloria celeste, ha dovuto essere trasformata: «Non doveva il Cristo soffrire ed entrare nella sua gloria?» (Lc 24,26). Infatti è a causa della sofferenza della morte che ora possiamo vedere Gesù coronato di gloria (Eb 2,9). Cristo, dopo la sua risurrezione, ha un corpo trasfigurato, glorificato (Mc 16,12). La “gloria” è qualcosa che ha a che fare con Dio, con la sua natura. È un concetto chiave per l’interpretazione del nostro brano, anche se la parola non appare (ma si trova nell’episodio precedente strettamente legato a quello della trasfigurazione). Il volto radioso come il sole è segno della gloria divina (cfr. Es 34,29-30).
  • La trasfigurazione funziona così da “segno” di ciò che il mistero pasquale compirà in Cristo; ma non solo. Essa è anche il segno di ciò che avviene con il mistero pasquale per ciascuno di noi. Per questo si può capire soltanto dopo la realizzazione del mistero pasquale (Mt 17,9). Dio ci ha predestinato a divenire “conformi” all’immagine del Figlio suo (Rm 8,29); ci ha chiamato ad “essere trasfigurati” (metamorphoo: Rm 12,2; 2Cor 3,18) in quell’immagine, finché saremo completamente trasformati in lui nella gloria (Fil 3,21). Durante la nostra vita terrena, che è una preparazione alla vita celeste, si deve compiere questo “passaggio” dall’uomo di terra all’uomo celeste, di cui Cristo è il prototipo e la primizia. La forza della redenzione di Cristo opera in noi una trasformazione, un passaggio, una pasqua, che in qualche modo ci assimila, ci assomiglia a Cristo. Per la sua sofferenza egli può condurre molti figli alla gloria (Eb 2,10).
  • Possiamo chiederci: in che modo si realizza questa trasformazione, con quali mezzi? Nello stesso modo in cui lo ha realizzato Cristo: entrando nella croce in obbedienza al Padre. È l’obbedienza di Gesù al Padre che lo costituisce benedizione per tutti i popoli. È l’obbedienza al Padre che rende la croce di Cristo quel “battesimo” che anche noi dobbiamo ricevere (Mc 10,39). Nell’obbedienza – come abbiamo visto per Abramo – si attua la conversione, la trasformazione, l’inizio dell’uomo nuovo. Perché appaia l’uomo nuovo, il vecchio deve morire (Col 3,9-10). Perché questo avvenga il Signore ha predisposto anche per noi un battesimo, una immersione nella morte di Cristo, attraverso le nostre croci (Mc 10,38-39). L’uomo terrestre, l’uomo di carne che vive in noi, viene distrutto poco alla volta attraverso un cammino di immersione continua nella morte di Cristo (Rm 6,4ss.). Partecipando alle sofferenze di Cristo diventeremo partecipi anche della sua gloria cioè della sua vita divina (Rm 8,17). Siamo chiamati a riflettere in noi questa gloria (2Cor 3,18). Portando nel nostro corpo il morire di Gesù si manifesta la sua vita divina; 2Cor 4,16-17: 16Perciò non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. 17Infatti la momentanea leggera nostra tribolazione opera in noi un eccezionale eterno peso di gloria. La nostra tribolazione, la croce di Cristo vissuta in noi, opera in noi una gloria eterna, affinché il nostro corpo giunga alla conformazione del corpo glorioso di Cristo (Fil 3,20-21).

Lascia un commento