Don Paolo Zamengo”Il fascino della montagna”

Domenica 1 Marzo (DOMENICA – Viola)
II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)
Gen 12,1-4   Sal 32   2Tm 1,8-10   Mt 17,1-9

di Don Paolo Zamengo

La liturgia di questa domenica di Quaresima dischiude ai nostri occhi il mistero della Trasfigurazione, mistero caro alla Chiesa d’oriente e molto caro anche a noi sacerdoti scrutatori del volto di Dio. Sul monte ci porta la testimonianza di coloro che hanno visto e ascoltato: “Siamo stati attratti e questa voce noi l’abbiamo udita scendere dal cielo quando eravamo con Lui sul santo monte”. Per Pietro quel monte, il Tabor, diventa santo per ciò che vi è accaduto. Gesù “prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte su un alto monte”. É il monte il luogo della trasfigurazione. Sembra quasi di leggere una simpatia di Gesù per i monti. Sì, anche per il lago che amava, ma in modo particolare Gesù amava i monti. Forse perché la cima di un monte è il confine tra il finito e l’immenso. Come ama dire un mio amico scrittore e alpinista (Erri de Luca). Anche Mosè, anche Elia, accanto a Gesù nella Trasfigurazione, sono uomini del monte: pur di veder Dio, scalano il Tabor, quasi che il monte fosse un luogo di avvicinamento. Poco importa come Dio si manifesterà se con i tuoni e i lampi come a Mosè sul Sinai o se “con il mormorio di un silenzio che svanisce” come a Elia, sull’Oreb. La scalata del monte… come tentativo di uscire da tutto ciò che soffoca, da tutto ciò che restringe la visione… da tutto ciò che tarpa le ali. Matteo dice “li condusse in disparte su un alto monte”. Allora saliamo anche noi. Sul monte, ognuno fa l’esperienza dei cieli che si aprono e di una nube luminosa che ci avvolge e ci pare di vedere la gloria di Dio. E’ un grande mistero da contemplare, un mistero da cui lasciarsi trasfigurare. Noi così spesso, troppo spesso, ossessionati di cambiare: cambiare il nostro corpo, cambiare la nostra immagine, cambiare le situazioni, cambiare la casa. Cambiare o trasfigurare? Cambiare o lasciare penetrare? Lasciarci illuminare dal mistero di Dio, dalla sua luce che abita nascosta in ciascuno di noi. Quel giorno, se così posso dire, Gesù lasciò libero sfogo al mistero della luce che lo abitava. Così anche noi ci trasfiguriamo, se lasciamo libero sfogo alla presenza di Dio, alla luce che dimora in ciascuno di noi. Pensate, perché è vero, noi viviamo esperienze che ci trasfigurano: penso all’esperienza di Dio, all’incantesimo delle Dolomiti, alla scoperta dell’amore, alla gioia quando nasce un bambino. Rimani quello che sei, ma il tuo volto è come preso dalla luce che hai dentro. Il tuo volto e perfino i tuoi vestiti diventano splendenti, bianchissimi come nessun lavandaio riesce a farli risplendere. La trasfigurazione, cioè l’incontro con Dio, finalmente ci svela, svela la nostra anima. A volte un cuore a lungo trattenuto, ora si spalanca e appare in tutta la sua luminosità. Questo fa Dio, questo vuole Dio per ciascuno di noi. Che il nostro volto, come quello di Suo Figlio, sia splendente come il sole. Chi più alto sale, più lontano vede; chi più lontano vede, più a lungo sogna (Valter Bonatti, altro grande alpinista). Lo sapeva anche prima Gesù e chiama sul monte tre discepoli. E ora chiama anche noi. Per avere una visione d’insieme talvolta bisogna allontanarsi, bisogna uscire dalla propria zona di comfort e guardare la vita da una prospettiva differente, allenando la capacità di immaginare. Bisogna salire. Anche la nostra meta è la trasfigurazione, con il punto di partenza e quello di arrivo indicati da due parole pronunciate lassù. La prima è rivolta ai discepoli: “E’ il mio Figlio. Ascoltate lui”! Così inizia la trasfigurazione: chi lo ascolta diventa come lui. Ascoltarlo significa essere trasformati; la Parola chiama, fa esistere, guarisce, cambia il cuore, rafforza, fa fiorire la vita, la rende bella.

E la seconda parola è l’esperienza di Pietro e di tutti i discepoli: “E’ bello per noi essere qui”. Qui sul Tabor, nella luce, e anche qui ai piedi del monte, dove la Parola ha posto la sua tenda.


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