Domenica 1 Marzo (DOMENICA – Viola)
II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)
Gen 12,1-4 Sal 32 2Tm 1,8-10 Mt 17,1-9
di Don Massimo Grilli🏠home
Il tema della Domenica
Le letture odierne proseguono la riflessione penitenziale, iniziata la scorsa settimana, proponendo un tema caro alla letteratura biblica e quaresimale: la trasfigurazione del cammino di morte in cammino di vita. Si tratta di un motivo ricorrente, perché attraversa sia il Primo sia il Nuovo Testamento e stimola il credente alla scoperta di un Volto sempre nuovo: il Volto di Dio, capace di trasfigurare il cammino, e quello dell’uomo, chiamato all’ascolto e all’obbedienza.
Prima lettura: Gen 12,1-4a
Nel capitolo 12 della Genesi inizia una storia nuova, dopo quella insensata dei primi undici capitoli, iniziata con la bontà della creazione e culminata con la sfida degli esseri umani che decidono di diventare essi stessi “dei”, costruendo una società a loro piacimento, asservita alla sete di potere e di successo, senza rispetto per Dio, per la terra e per gli altri esseri umani che la abitano. Una storia maledetta, non perché contrassegnata dalla volontà di progresso, ma perché spinta dall’illusione di un potere assoluto, che non si fa scrupolo di schiavizzare e distruggere, sfidando Dio e disprezzando l’uomo. Un’auto-divinizzazione che assume di volta in volta forme varie e diverse, a seconda dei tempi e dei luoghi. Un potere che racchiude i germi della distruzione, perché fondato sull’illusione e sulla strumentalizzazione di ogni essere, considerato e gestito come piedistallo della propria affermazione. Un aneddoto rabbinico su Babele esprime bene questo parossismo, raccontando che gli uomini, nel portare il materiale per la costruzione della torre, si preoccupavano molto di più per il mattone rotto che per lo schiavo caduto a terra, stroncato dalla fatica. Lo schiavo non contava nulla, il mattone nuovo invece richiedeva denaro.
All’improvviso, da questa storia di morte, che raggiunge il suo culmine con la torre di Babele, Dio chiama Abramo e la sua famiglia, per farne un segno di benedizione per il suo popolo e per tutti i popoli della terra. Nella vicenda del patriarca, il testo biblico insiste molto sull’iniziativa di Dio, il vero protagonista della storia nuova, nata dalle macerie della morte, che l’uomo aveva ammassato.
La storia inizia con un’espressione ebraica – lek leka’ – che invita l’uomo di Dio a scoprire nella verità di sé stesso la strada della benedizione e della vita. Quasi a dire che è dentro di noi, dentro la nostra storia, qualunque essa sia, che dobbiamo cercare il tesoro nascosto. Abramo parte senza padre e senza fratello (appena morti) e con sua moglie Sara, sterile. In questo contesto di sterilità estrema, l’invito di Dio sembrerebbe una beffa se, accanto all’imperativo, non vi fosse una promessa: «farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione». Per cinque volte, in due versetti, ricorre la radice benedire-benedizione, a significare che il cammino di morte sarebbe stato trasformato in vita. Il significato del testo diventa ancora più stimolante, se si pensa che il racconto è stato scritto (e va letto) nel quadro del desolante stato dell’esilio, un momento in cui la promessa di Dio sembrava venuta meno e la discendenza numerosa sembrava ormai ridotta a pura illusione.
La risposta di Abramo che, in obbedienza al comando di Dio, se ne va sulla strada apertagli dalla promessa, è un messaggio forte per i lettori di ogni tempo, in continua lotta con il potere della distruzione e della morte che regnano sovrane anche oggi. Il viaggio è un simbolo permanente del pellegrinaggio umano che, in obbedienza alla voce di Dio, si trasfigura in benedizione e fecondità.
Il Vangelo: Mt 17,1-9
Anche la trasfigurazione di Gesù sul monte s’inquadra in questa dimensione del cammino umano e del passaggio vivificante di Dio in una storia segnata dalla morte.
Il racconto inizia con un’espressione temporale che sembra superflua (viene tralasciata dalla lettura liturgica), ma in realtà racchiude un grande significato: «Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro Paolo e Giovanni…». È probabile che si faccia riferimento all’annuncio della passione, avvenuto sei giorni prima, ma è anche possibile che ci sia un’allusione implicita ai sei giorni della creazione (cfr. Gen 2). Nella comprensione antica, il numero è un simbolo che mette in luce la natura delle cose, esprimendone il senso. Il numero sei simboleggia il tempo dell’uomo, il numero sette quello di Dio: il giorno della pienezza di senso, che irrompe nei sei giorni dell’incompiutezza umana.
La trasfigurazione, che avviene sei giorni dopo, sta a significare l’irrompere del mondo di Dio nelle strettoie dell’essere umano; la trasfigurazione della quotidianità segnata dal limite, dalla sofferenza e dalla morte. Questo spiega anche il riferimento alla risurrezione, a conclusione dell’episodio. Non è casuale, perché la trasfigurazione ha un rapporto diretto con la vittoria di Dio sulla morte e con la trasformazione della passione e morte del Figlio dell’uomo in un cammino di vita. La trasfigurazione, allora, non è un altro evento che si aggiunge ai tanti raccontati nel Vangelo, ma è l’Evento decisivo, che dà un senso nuovo al cammino di sofferenza del Figlio dell’uomo e alla sofferenza dei discepoli tutti, rappresentati sul monte da Pietro, Giacomo e Giovanni.
Un ulteriore segnale che la trasfigurazione va compresa in questa luce è l’insistenza di Matteo sul Volto. Mentre Marco dice che sul monte Gesù «fu trasfigurato», Matteo invece specifica concentrandosi sul volto: «il suo volto risplendette come il sole». Il volto di Dio è il caso serio del credente, perché Dio – ma anche l’uomo – è anzitutto un volto. Cosa sarebbe Dio (e cosa sarebbe l’uomo) senza un volto? «Cercate il mio volto» è il comando di JHWH nel Salmo 27, che equivale a un altro ritornello della letteratura biblica: «cercate me, e vivrete!». Il mistero di Dio (e dell’essere umano) s’intreccia con quello del volto, con la vicinanza e l’alterità che rendono il volto di Dio e quello dell’uomo il segno inequivocabile di una relazione autentica e piena.
Nella trasfigurazione Gesù rivela il volto misterioso di Dio e quello dell’essere umano: il volto di Dio che «nessun uomo può vedere rimanendo in vita» (Es 33,20), ma anche il volto dell’uomo, perché è il figlio dell’uomo sofferente e rigettato che, dopo la trasfigurazione, rimane «solo» (v. 8).
In questo intreccio misterioso di eternità e quotidianità, di vita e di morte è racchiuso il senso della trasfigurazione di Gesù. L’uomo va a Dio nella sua solitudine e il suo bisogno, con il volto segnato dal tempo e dal cammino di sofferenza; Dio trasforma questo cammino di solitudine in cammino di vita. Al pari della via di Gesù, la strada dell’uomo, per quanto obbrobriosa possa essere, viene trasfigurata a immagine del Dio che ama la vita. Se Gesù, un giorno, ha voluto mostrare il volto di Dio, questo significa che l’uomo non è più solo sulla strada della vita. Il Signore si fa presente – misteriosamente presente – con la nube e con la voce. Certo, la nube rimane ambigua, perché con la sua ombra ha il potere di nascondere, ma è pur sempre una «nube luminosa», perché nasconde una Presenza! Anche la voce è un segno fragile, perché affidato all’accoglienza di chi ascolta, ma è pur sempre una voce che chiama, interpella, incammina, conforta. «Shema‘ Israel / Ascolta Israele» rimane il primo comandamento, perché nessuna strada si apre e nessun cammino si colora di speranza senza un ascolto responsabile.
Don Massimo Grilli,
Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano



Lascia un commento