don Lucio D’abbraccio”La luce che ci rialza: il Tabor nel buio del quotidiano”

Domenica 1 Marzo (DOMENICA – Viola)
II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)
Gen 12,1-4   Sal 32   2Tm 1,8-10   Mt 17,1-9

di don Lucio D’abbraccio🏠home

C’è un momento, nella vita spirituale e umana, in cui il velo della routine si squarcia e ci è dato di vedere oltre. Il Vangelo di questa seconda domenica di Quaresima non ci racconta una bella favola per evadere dalla realtà, ma ci offre l’unica lente capace di decifrare i nostri drammi. L’evangelista registra con esattezza: «Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte».

L’iniziativa è tutta di Dio. Noi siamo spesso bloccati a valle, impantanati nelle nostre ansie: la precarietà di un contratto lavorativo, l’angoscia per un figlio adolescente che sembra scivolare via dalle nostre mani, o il logoramento silenzioso di un matrimonio che ha perso la freschezza degli inizi. Proprio in mezzo a questo fango, Cristo ci prende per mano e ci porta in quota. La salita costa fiato, chiede il distacco dal rumore di fondo, ma è indispensabile.

Arrivati sulla cima, accade l’impensabile: «il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce». Non è un’illusione ottica. San Leone Magno ricorda che Cristo manifesta la sua gloria divina per preparare i discepoli allo scandalo imminente della croce. Il Signore sa che di lì a poco Pietro, Giacomo e Giovanni vedranno quel medesimo volto tumefatto e coperto di sangue. Senza il bagliore del Tabor, il buio del Calvario li avrebbe schiacciati per sempre.

Dio agisce allo stesso modo con noi. Ci dona scintille di luce purissima: un abbraccio inaspettato dopo un litigio, la diagnosi medica che scongiura il peggio, la pace misteriosa che proviamo dopo una confessione sincera. Sono lampi che non cancellano la prova, ma la rendono attraversabile. Sono anticipo di Pasqua dentro i nostri venerdì santi personali.

Davanti a questa pienezza, la reazione di Pietro è umanissima: «Signore, è bello per noi essere qui!». L’istinto è quello di piantare le tende, di cristallizzare l’istante di gioia per non tornare mai più ai problemi della pianura. È la tentazione ricorrente di una fede rassicurante, addomesticata. Ma il cristianesimo non è un anestetico contro i dolori del mondo. Lo sa bene chi, dopo un bel ritiro spirituale, torna a casa e si ritrova davanti gli stessi problemi di prima: il collega ostile, il conto in rosso, la relazione ferita. La grazia non elimina la realtà: la attraversa, la abita, la lavora dall’interno come il lievito nella pasta – lentamente, in modo invisibile, attraverso la stessa materia della croce.

Mentre Pietro parla senza capire, la nube dello Spirito li avvolge e la voce del Padre taglia l’aria: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». Il Padre non ci chiede di comprendere tutto, né di risolvere ogni enigma dell’esistenza. Ci affida una sola, decisiva azione: ascoltare. Nel frastuono delle nostre giornate, dove tutti parlano e pochi ascoltano davvero, ascoltare Gesù significa qualcosa di più radicale che udire: significa lasciare che la sua parola scenda dalla testa al cuore e vi rimanga, come ospite che riplasma la casa in cui è accolto, cambiando le nostre reazioni più istintive, i nostri giudizi più automatici, le nostre paure più radicate.

Ed è proprio quell’ascolto profondo che dispone il cuore a ricevere il tocco del Signore. Schiacciati a terra dal timore, i discepoli sperimentano la vertigine del sacro. Ed è qui che emerge la delicatezza infinita del nostro Dio. Gesù non rimane distante nella sua gloria, ma si fa vicino: li tocca. In quel contatto fisico c’è tutta l’essenza dell’incarnazione. A uomini paralizzati dalla paura, Egli ordina: «Alzatevi e non temete».

Quante volte abbiamo bisogno di questo tocco! Quando crolliamo sotto il peso dei nostri fallimenti morali, quando ci sentiamo inadeguati di fronte alle responsabilità genitoriali o professionali, quando la malattia o il lutto ci inchiodano a terra senza parole, il Signore ci raggiunge – attraverso una parola pronunciata al momento giusto, la mano tesa di chi ci vuole bene, la pace improvvisa di un’alba che non speravamo.

Ma poi accade qualcosa che cambia la prospettiva di tutto: «Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro di non parlare a nessuno di quella visione, prima che il Figlio dell’uomo non fosse risuscitato dai morti». Il silenzio. Non come censura, ma come custodia. Ciò che si è visto sul monte è troppo grande per essere ridotto a racconto: va prima vissuto, portato nel corpo come un seme, lasciato germogliare nel buio dell’attesa pasquale. C’è una pedagogia divina nel tacere: Dio ci chiede talvolta di custodire la luce ricevuta prima di offrirla, di lasciarla diventare vita prima di trasformarla in parole. E la discesa dal monte non è sconfitta: è missione. Si ridiscende sempre, verso le pianure della vita ordinaria, verso le fatiche che ci aspettano. Ma si ridiscende diversi. Con negli occhi un riverbero che nessuna oscurità può spegnere del tutto, perché appartiene già all’altra parte del tempo – a quella Risurrezione che non è solo la meta, ma il segreto già operante dentro ogni nostro venerdì. Amen!


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