Domenica 1 Marzo (DOMENICA – Viola)
II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)
Gen 12,1-4 Sal 32 2Tm 1,8-10 Mt 17,1-9
di Sorella Michela Arnone Monastero di Ruviano🏠home
«Egli ci ha chiamati non già in base alle nostre opere ma secondo il suo progetto e la sua grazia»: così si esprime Paolo a Timoteo nella sua seconda lettera che oggi passa in questa seconda domenica di Quaresima. Il progetto e la grazia data da Dio, non dipendenti dall’opera dell’uomo e per lui difficilmente comprensibili, sono tra i nuclei tematici del racconto della trasfigurazione; il racconto, infatti, presente in tutti e tre i sinottici, è incorniciato dall’annuncio della Passione fatto da Gesù e dall’incomprensione di Pietro, sia all’annuncio della Passione che a quello che su quel monte alto stava avvenendo. Lo scontro tra la difficoltà dell’uomo di comprendere le vie di Dio e queste stesse vie che seguono una logica “altra” determina molte questioni dentro a tutto il Vangelo e alimenta aspetti che ci fanno comprendere il senso di questo racconto della trasfigurazione, così particolare e al limite tra lo storico e il mistico. Se ci venisse raccontata la trasfigurazione come le tentazioni nel deserto, solo per Gesù, potremmo dire che l’evento serve a lui, alle sue consapevolezze, al suo cammino ormai diretto a Gerusalemme, dove vivrà la Passione. E invece su questo “monte alto” ci sono anche i discepoli, tutto avviene anche per loro – dunque per noi oggi –, per accompagnarli nella difficile necessità di tenere insieme la propria limitata possibilità di comprensione con la logica di Dio, che corre su altri binari, e i Suoi progetti che conducono per vie strane e inattese. Poiché questo significa cose molte concrete, per Gesù ma anche per noi, che stiamo oggi alla sua sequela, addirittura si rivela il Padre, fa sentire la Sua voce, che provoca anche spavento e timore ma che indica che l’unica via per fare l’opera di Dio è “ascoltare Lui, Gesù”. Bisogna ascoltarlo perché Gesù ha assunto pienamente la logica del Padre, che è volontà di bene e di salvezza per tutti gli uomini. Così anche la prima lettura, con la richiesta di Dio ad Abramo di partire “verso una terra che egli indicherà”, è un fortissimo richiamo all’obbedienza alle vie di Dio, al passaggio per quelle strade impervie, sconosciute, impreviste ma nelle quali sarà Dio a tenere le redini del cammino e a guidare fino alla meta.
In questa seconda domenica di Quaresima, dalla riflessione sulle tentazioni che Gesù ha dovuto attraversare, la liturgia ci fa fare un salto in avanti lunghissimo dentro al racconto di Matteo fino alla trasfigurazione: dal cap. 5 ci troviamo al 17. Intanto Gesù ha esplicitato il suo ministero salvifico negli insegnamenti e nelle guarigioni, mostrando continuamente che Dio è con lui e che attraverso di lui Dio sta in mezzo al suo popolo; ma l’uomo con il suo peccato si ribella alla salvezza e alla figliolanza a Dio, mettendo in atto tutta una serie di azioni per le quali poi Gesù sarà rifiutato e ucciso. Nel racconto Gesù comincia a preparare i suoi discepoli a questa Passione che dovrà subire ma la reazione dei discepoli, di Pietro in particolare, è di ribellione: egli non vorrebbe che gli succedesse questo. Tale episodio, immediatamente precedente al racconto della trasfigurazione, si collega a questa “visione” che Dio dona agli uomini sul monte Tabor.
Colui che agisce in questo racconto, questa volta, è proprio Dio, non solo perché è Sua la voce che si sente, ma perché si dice che Gesù “fu trasfigurato”, con un passivo che viene detto passivo divino: è Dio che compie questo mutamento della “forma”, cioè dell’aspetto di Gesù, che rivela chi Egli sia veramente. Egli è il Messia e la strada che sta intraprendendo verso Gerusalemme è quella in cui il Padre lo accompagna, perché rivelerà al mondo l’infinito amore del Padre e la sua volontà di salvezza e vita per tutti. Su quel monte alto il volto di Gesù brilla come il sole, è il volto dei giusti che brilleranno come il sole nel regno del Padre loro, ci ha già detto Matteo in 13,43, è il volto trasfigurato di quelli che incontrano Dio, come Mosè quando scende dal Sinai. Un volto che svela e ricorda all’uomo la bellezza e la luminosità che Dio ha impresso nell’uomo creandolo e che noi abbiamo sporcato con il peccato: qui sul monte, in Gesù, è ricordato a tutti quello che l’uomo potrebbe essere se vivesse in Dio. La veste bianca come la luce completa questo messaggio indicando la stessa cosa: non solo il volto, tutta la persona anche nella sua fisicità è chiamata in Gesù a essere luce, a essere luminosa, così come nel giardino dell’in-principio della Genesi, dove l’uomo e la donna prima del peccato non sapevano di essere nudi: possiamo pensare che si guardavano l’un l’altro ricoperti ciascuno di questa veste pulita e luminosa che svela il loro provenire da Dio. Sul monte quello che succede a Gesù, allora, vuole svelare chi si cela dietro a quel volto e a quel corpo che a breve sarà invece sfigurato: si cela il Figlio amato dal Padre, quel Figlio che è la luce e la vita degli uomini, quel Figlio attraverso il quale a ogni uomo è ricordata la sua vera natura e vocazione. Il racconto della trasfigurazione, allora, prepara alla Resurrezione e rappresenta un richiamo continuo a essa: serve a Gesù per attraversare la Passione, ai discepoli per cominciare a obbedire pur senza capire le vie di Dio, a noi che in questo cammino di Quaresima e allo scatenarsi delle tentazioni – se stiamo camminando questo avviene – siamo deboli e vorremmo saltare la prova, il dolore, la fatica. Vorremmo rimanere nelle nostre zone di confort mentre Gesù va verso la Sua passione; invece dobbiamo seguirlo e, spaventati per la nostra debolezza, vedere con chiarezza quale sia la posta in gioco delle nostre lotte e tentazioni: la vita piena e la verità del nostro umano secondo il disegno di Dio, la vittoria sulla morte e sulle morti continue alle quali la nostra vita è sottoposta.
Questo racconto ci parla della Resurrezione in modo mirabile soprattutto grazie alla presenza di Mosè ed Elia: non sono immagini, Gesù non dialoga con la Scrittura (la legge e i profeti) come in tanti altri episodi, qui li incontra concretamente. Per il racconto questo è chiaro: come sarà vera la voce di Dio, così è concreta e carnale la presenza di Mosè ed Elia. È come se Gesù vivesse in anticipo, per pochi momenti, quello che la Chiesa chiamerà “comunione dei santi”. Se i due sono lì a parlare con Gesù, allora sono vivi, anche se stanno al di là del velo per tutto il resto del tempo e non li si può incontrare; sono quegli uomini con la loro carne, la loro storia e la loro storia con Dio, con la lotta che essi hanno fatto per compiere il progetto di Dio e ora raccontano a Gesù cosa anche lui farà. Anche Gesù salverà il popolo dalla schiavitù, lo condurrà nel deserto fino alla terra promessa, gli donerà la legge, lotterà contro i falsi profeti e l’idolatria, supererà ogni crisi per giungere a far incontrare Dio Padre nell’intimità profonda di “una voce di silenzio trattenuto”. Come Mosè ed Elia che sono ascesi al cielo, così sarà di Gesù dopo la sua morte e Resurrezione, come primizia per tutti gli uomini che in Lui porranno la loro fede. E allora questo racconto ci parla della Resurrezione in maniera fortissima, prima della Passione: se Mosè ed Elia sono lì, sono concreti, allora sono vivi e questo cambia ogni cosa, cambia ogni modo di vivere la nostra vita non più soggiogati dalla paura della morte.
Questo racconto, dunque, prova a dire, dentro allo sviluppo di tutta la narrazione, come il mistero del male e dell’iniquità stiano insieme alla gloria e all’opera di Dio. Noi uomini, come Pietro, quando proviamo ad accogliere la buona notizia di Gesù, della sua presenza, del suo guarirci, del suo ministero, vorremmo che tutto fosse luminoso ed escludiamo il male e il dolore… Vorremmo che tutto fosse linearmente glorioso, nelle nostre vite, nelle nostre comunità, nelle nostre vocazioni, nella Chiesa tutta. E così rischiamo di inciampare di fronte alla Passione, di fronte a quel peccato che il Signore si carica sulle spalle per crocifiggerlo sulla Croce, uccidendo la morte con la sua morte. Di fronte al dolore, alle contraddizioni, al peccato noi inciampiamo… rischiando di non giungere mai a sperimentare la pienezza della buona notizia, che non esclude dolore e sofferenza, ma li vince con l’amore.
In teoria tutti lo sappiamo che non possiamo non passare per la Croce, ma quando avviene a noi, alle nostre comunità, alle nostre vocazioni, cosa facciamo? Dove ci collochiamo? Chi ascoltiamo?
Se ascoltassimo e seguissimo Gesù, animati da una profonda e vera vita interiore e spirituale, quella Croce ci porterebbe a una pienezza nuova, a essere uomini nuovi risorti nella Sua Resurrezione… e diventeremmo benedizione per le nostre vite e nelle nostre comunità. E invece, tante volte, di fronte alla Croce, incapaci di assumerci il nostro peccato (senza parlare di quello degli altri, come ha fatto Gesù!), generiamo confusione, divisione e diventiamo pietra di inciampo e non benedizione. Il Padre è stato chiaro: “Ascoltate Gesù, seguitelo mentre va a Gerusalemme e sceglie di amare fino all’estremo, solo dopo di ciò tutto sarà chiaro e la vita vera esploderà dalla tomba”. E noi, invece, a Gerusalemme non ci vogliamo proprio andare, perché se non va tutto come avevamo pensato e immaginato noi, allora la vita proprio non la vogliamo dare! E così ce la riprendiamo indietro quella vita, convinti che è colpa di altri se noi non siamo in grado di amare fino alla fine, fino alla contraddizione del nostro ego e dei nostri progetti. E quando facciamo così, Cristo muore invano per noi e nessun orizzonte si aprirà davanti a noi…
Il Vangelo ci racconta, invece, una possibilità diversa per la nostra vita, ci racconta che possiamo rimettere il nostro bisogno di capire tutto e seguire Gesù che va verso Gerusalemme (che per noi significa lasciarci condurre nelle nostre realtà ecclesiali) e continuare a fidarci perché sarà Dio a compiere la Sua opera, fino alla Resurrezione!
Sorella Michela Arnone
Foto “Alba al Monastero”




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