Giorgio Scatto”Dallo Spirito la preghiera interiore a Gesù”

Domenica 8 Marzo (DOMENICA – Viola)
III DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)
Es 17,3-7   Sal 94   Rm 5,1-2.5-8   Gv 4,5-42

di Giorgio Scatto Monastero Marango 🏠home

La scena che ha luogo presso il pozzo di Giacobbe è una delle più belle del vangelo di Giovanni. Provoca un’impressione indimenticabile per la memoria poetica degli incontri che avvengono vicino al pozzo, per la profondità del dialogo tra Gesù e la donna samaritana, per l’ampiezza delle prospettive religiose sulla missione della Chiesa e sull’adorazione del Padre «in spirito e verità».
Dopo il racconto delle nozze di Cana, dove Gesù si rivela come il vero sposo venuto per inaugurare una festa senza fine; e dopo il fatto della purificazione del tempio, segno che rimanda al vero tempio che è il corpo di Gesù, l’evangelista riporta tre dialoghi con alcuni personaggi che rappresentano tre risposte diverse all’annuncio missionario della fede. C’è il dialogo con Nicodemo, giudeo di Gerusalemme e maestro in Israele, che incarna il giudaismo ufficiale toccato dall’insegnamento di Gesù. Segue il dialogo con la donna di Sicar, nella quale Giovanni vede il giudaismo scismatico dei samaritani che aderisce al Vangelo. Troviamo infine il dialogo con il funzionario del re, un pagano, che rappresenta l’annuncio della buona notizia al mondo non giudaico. Sostiamo brevemente sul secondo di questi dialoghi.
 
«Gesù, affaticato dal viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno». La luce non è solo quella del sole a mezzogiorno e la fatica di Gesù non è solo fisica. La ricerca di chi è «perduto» lo porta a percorrere tutte le strade dell’uomo, e a scendere fino agli abissi oscuri e impenetrabili del cuore, per raggiungere ogni lontananza. Ѐ la croce il luogo che segna la massima distanza tra Dio e l’uomo, ma è proprio sulla croce che avverrà l’incontro decisivo e si celebrerà l’avvento delle nozze del Messia: sulla croce Cristo si unirà alla sua sposa e i due saranno «una carne sola». La notte non sarà più notte perché splenderà la luce che viene dall’alto.
 
«Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: “Dammi da bere”». Il dialogo ricorda numerose scene bibliche che descrivono l’incontro presso un pozzo tra un viaggiatore affaticato e le donne che vengono ad attingere. Qui Gesù si presenta come un mendicante, un forestiero che ha bisogno di aiuto, un povero che chiede la carità di un sorso d’acqua. Ma la domanda di Gesù, non compresa dalla donna, che rimane sul piano della pura necessità materiale e dei cattivi rapporti esistenti tra ebrei e samaritani, vuole far luce su una realtà misteriosa, di cui l’acqua è semplicemente il simbolo.
 
«Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Il «dono di Dio» è Gesù stesso. «Conoscere il dono di Dio» significa conoscere «chi è» Gesù. Il dono di Dio, il dono dell’acqua viva, è la scoperta progressiva del mistero di Gesù, la conoscenza progressiva di ciò che Egli è. Nella letteratura sapienziale l’«acqua viva» indicava la sapienza, l’insegnamento che si ricava dalla Legge, la tradizione dei Padri. A Israele è stato dato un pozzo da cui sgorgano flutti d’acqua viva; il pozzo è la Legge; l’acqua viva è una dottrina della sapienza che si ottiene scrutando la Legge.
Nel brano evangelico c’è una sostituzione. Gesù non siede «presso il pozzo», ma diventa Lui stesso il pozzo; la verità che Egli proclama e la rivelazione che porta nella propria persona sono una sorgente di acqua viva e zampillante.
 
«Chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». La prospettiva si allarga: non si parla più della donna, ma di «chiunque» desideri bere. Quando, in quale ora avverrà questo? Nell’«ora» inaugurata dalla Pasqua di Gesù, e pienamente rivelata dall’azione dello Spirito. Si tratta di accogliere una Parola fatta carne, luce che splende nelle tenebre, come la luce del sole a mezzogiorno. Questa Parola, questa verità, non rimane esterna all’uomo, ma diventa in ciascuno «una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». L’opera dello Spirito consiste in questa “interiorizzazione” nel cuore del discepolo della Parola ascoltata e accolta. L’«acqua viva» che ci disseta è la verità di Gesù e il suo messaggio, approfondito mediante lo Spirito.
 
«Và a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Parecchi autori hanno creduto di dover interpretare questa risposta della donna come un’allegoria: la donna con i suoi «cinque mariti» rappresenterebbe la Samaria, dove si erano stabilite diverse tribù babilonesi, ciascuna con il proprio dio e il proprio santuario. Ma l’idolo non può appagare fino in fondo la sete di infinito, il bisogno d’amore, che è nel cuore dell’uomo. Svelando l’inquietudine segreta e la povertà della vita della samaritana, ancora priva di uno sposo vero, Gesù rivela sé stesso. Il suo scopo è quello di preparare la donna alla scoperta del suo mistero e all’accoglienza del suo dono.
 
«I nostri padri hanno adorato su questo monte, voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Bisogna adorare Dio sul monte Garizìm o nel tempio di Gerusalemme? Era il vecchio problema che divideva giudei e samaritani. Gesù non entra nella polemica religiosa, ma rivolge un vero invito alla fede: «Viene l’ora in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità». Non è questione di luoghi, di templi. Il «luogo» dove possiamo incontrare e adorare il Padre è Gesù, tempio vivo dello Spirito, verità prima nascosta e ora pienamente rivelata. L’adorazione «in spirito» è una preghiera suscitata nel cuore dei credenti dallo Spirito Santo, che conduce a riconoscere in Gesù il dono di Dio, il luogo dove Dio si rivela. Sotto l’azione dello Spirito bisogna ormai pregare il Padre «in verità», in quella verità che è Gesù stesso. L’adorazione del Padre avviene«in spirito», ma si pratica essenzialmente «nella verità» di Gesù.
 
La donna di Samaria non comprende molto di tutto questo, ma il dialogo sincero con questo sconosciuto risveglia in lei il desiderio di nuove domande. C’è una poesia latinoamericana che dice: «Camminando s’apre cammino», ed è proprio vero che la verità cristiana non è un’astratta dottrina, ma un faticoso e progressivo cammino sulla strada della vita. L’incontro con il giudeo Gesù, presumibilmente «più grande del padre Giacobbe» e riconosciuto poi come «profeta» capace di svelare i segreti del cuore, si allarga sulla domanda di un mistero più profondo: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». La parola che la samaritana attendeva e che fino a quel momento le rimaneva oscura, le viene donata: lo sposo atteso, il Messia, si rivela nella luce piena del giorno; i tempi sono compiuti; è giunta l’ora per l’adorazione del Padre «in spirito e verità».
Signore Gesù, aspettaci, nell’ora che tu sai, al tuo pozzo.
 
Giorgio Scatto
giorgio.scatto@gmail.com


Domenica 8 Marzo (DOMENICA – Viola)
III DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)
Es 17,3-7   Sal 94   Rm 5,1-2.5-8   Gv 4,5-42

di Valerio Febei e Rita
 
 
Lo stesso brano del Vangelo è un pozzo di preziosità incastonate l’una dentro l’altra e come un pozzo si scava di metro in metro così si scende nel testo scoperta dopo scoperta. Si legge il brano come si guarda la sequenza di un film che si fa da sé, un selfie: non ci sono spettatori che poi raccontino! Eppure Giovanni descrive l’episodio con precisione minuziosa, particolareggiata.
Ma c’è del suo, di Giovanni, il quale, non presente all’episodio (Gesù era solo al pozzo) racconta con realismo psicologico lo svolgimento del vivace dialogo, le schermaglie della donna e le provocazioni di Gesù che rilancia. Alla samaritana, donna pratica nel trattare con gli uomini, senza reticenze nel trattare con il forestiero giudeo, nonostante l’appartenenza ad un popolo screditato, Gesù rivela (per la prima volta nel Vangelo di Giovanni) la sua identità messianica, a lei, una donna samaritana!
 
Del resto quale giudeo di passaggio avrebbe dato confidenza ad una samaritana che aggiungeva alle consuetudini pagane del suo popolo un vissuto privato reprensibile? Gesù non se ne cura e la meraviglia degli apostoli a vederlo conversare con la donna lo sta a dimostrare. È il nuovo stile della salvezza. Con ciò Giovanni afferma quel che spesso nei Vangeli viene detto: non ci sono più steccati, riserve, orti chiusi. La rivelazione è per tutte le culture e le tradizioni, anche in quelle meno performanti. San Paolo sarà determinante nella propagazione della nuova fede.
 
“Anche nei Samaritani veglia la nostalgia di un messia a venire. Anche noi abbiamo un luogo in cui adorare Dio”. Sembra dire: non siamo proprio così grezzi. Qui l’evangelista pone una parola di Gesù che gli è molto cara, la più vicina al suo spirito contemplativo. Non solo del suo. È così per tutti: la verità è nel cuore dell’uomo. Né su quel monte né su un altro: Dio si adora, si crede, si ama in spirito e verità, che è la sua stessa essenza. Quello è il pozzo da cui l’acqua – lo spirito – zampilla e torna a dissetare.
 
Nei due giorni di permanenza in quel villaggio, chissà quante volte quella donna dalla lingua sciolta deve aver raccontato l’incontro del pozzo, interessante per Giovanni, unico del gruppo a riportarlo, perché coincidente con una sensibilità che dà alle cose un significato ulteriore, metaforico. Anche i particolari non sono ‘a caso’: l’ora, il luogo, le posture, le parole dette, le virgole… tutto concorre allo stupore di quella rivelazione che faceva breccia passo dopo passo nella mente e nell’anima della donna.
All’arrivo dei discepoli (quel giudeo è un rabbi) coglie l’occasione, lascia l’anfora sull’orlo del pozzo (le cose di prima non contano più) e ancora scossa e con una speranza sconosciuta va a dire a tutti la sua scoperta. Diventa essa stessa ‘apostola’. Quanti sono toccati dalla grazia per ciò stesso diventano annunciatori. È la grazia che si annuncia da sé. E racconta, Giovanni registra.
Si fa sodalizio per due giorni nel villaggio al termine dei quali i Samaritani (proprio loro!) testimoniamo: “Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo”. Non si parla di miracoli o di segni, che forse ci saranno stati, ma di ascolto (noi stessi abbiamo udito e perciò sappiamo… ). Funziona così, dice Giovanni: alla notizia succede l’esperienza ed è la fede, l’alleanza è sancita. In questo finale è tracciato il mistero della Chiesa, il mandato storico di rinnovare la rivelazione di Cristo nel tempo.
 
Valerio Febei e Rita


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