Domenica 8 Marzo (DOMENICA – Viola)
III DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)
Es 17,3-7 Sal 94 Rm 5,1-2.5-8 Gv 4,5-42
di S.B. Card. Pizzaballa🏠home
Entriamo nel brano evangelico che narra l’incontro tra Gesù e una donna di Samaria (Gv 4,5-42) attraverso un particolare che troviamo al v. 6, dove leggiamo che Gesù era affaticato per il viaggio. Questo termine, affaticato, lo troviamo altre volte nel brano, alla fine, quando Gesù parla con i discepoli e dice loro che li ha mandati a mietere ciò per cui loro non hanno faticato. Qualcun altro ha faticato, e loro sono subentrati a questa fatica che altri hanno fatto (Gv 4,38).
La fatica, di cui parla Gesù, è legata al lavoro missionario, ed è un termine che, con questo significato, ritorna spesso nella letteratura paolina, dove Paolo descrive il suo ministero come un lavoro, nel quale egli si affatica senza mai risparmiarsi (1Cor 15,10; Col 1,29…).
Questo rimando ci è d’aiuto per capire di quale stanchezza parli l’evangelista Giovanni, riferendosi a Gesù.
Gesù è stanco non solo per il viaggio che sta compiendo dalla Giudea alla Galilea. C’è un altro viaggio che Gesù sta percorrendo, ed è quello che è iniziato nel seno del Padre per venire in mezzo a noi (Gv 1,14).
È un viaggio lungo e faticoso, perché l’umanità che Gesù va a cercare nel suo viaggio è smarrita ed è andata lontano.
Quest’umanità smarrita la contempliamo oggi nella figura della Samaritana. Anche lei è in viaggio.
Ogni giorno, infatti, va al pozzo ad attingere acqua, senza che mai questo viaggio riesca a procurarle un’acqua che la disseti definitivamente. È un viaggio che si ripete sempre uguale, un viaggio che la stanca, da cui vorrebbe essere liberata, come lei stessa chiede a Gesù: “Dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua” (Gv 4,15). È una ricerca che non approda, è un gesto che si ripete senza mai colmare la sua sete.
Ma questa sete è anche simbolo della sua stessa vita. Immediatamente dopo questa richiesta, apparentemente senza una continuità logica, Gesù introduce nel dialogo un argomento più personale (Gv 4,16-17), quello che riguarda la vita affettiva della donna, i suoi cinque mariti.
E veniamo a scoprire che la sua vita affettiva è come il viaggio che la porta ogni giorno al pozzo: una ripetizione che non le ha dato vita, una continua ricerca di un amore senza che sia mai riuscita a trovarlo davvero, al punto che ora vive con un uomo che non è suo marito. È una donna che si è arresa.
Questo è l’approdo a cui giunge il viaggio dell’umanità ferita dal male: giunge qui, ad arrendersi all’idea di non poter più trovare l’amore che desidera, costretta a ripetere gesti che sa insufficienti alla vita.
Ed è questo il luogo dove Gesù, il Figlio amato, deve passare nel suo viaggio (“Doveva perciò attraversare la Samaria” – Gv 4,4).
Giunto lì, dove può finalmente incontrare la sua creatura dispersa, Gesù non la rimprovera e non la giudica: non le ricorda di essere una donna samaritana dalla vita affettiva irregolare. Ma non si limita nemmeno ad offrirle una nuova dottrina. E quando la donna sposta il discorso su questioni dottrinali, Lui non si sofferma a correggere le sue idee religiose, a convincerla della verità.
Innanzitutto le dice la verità su di lei (Gv 4,17-18): ma la verità, detta con amore, con compassione, non ferisce la donna, piuttosto la libera. Non le fa provare vergogna, ma le rivela se stessa, ciò che muove il suo cammino, la sete che la abita e che la porta a cercare in un modo che, fino a quel momento, non le aveva fatto incontrare la sorgente della vita.
Un secondo passaggio, è quello per cui nella donna può nascere la domanda fondamentale, quella che troviamo nascosta al v. 20: dove si deve adorare Dio? Su questo monte (Garizim) o a Gerusalemme?
Che significa: dov’è la sorgente? Dove anche lei può trovare l’acqua viva? (“Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare»” – Gv 4,19-20)
Né a Gerusalemme, né su questo monte, ma in quest’uomo che si è messo in viaggio per incontrarla, che si è fermato a parlare con lei, che è entrato nella sua storia complessa e ferita.
La sorgente non è un luogo, ma questa relazione liberante, al punto che la donna può lasciare la sua anfora, con cui ogni giorno tornava al pozzo ad attingere l’acqua, per andare a testimoniare di aver ascoltato una Parola nuova che l’ha liberata e che, come una sorgente, può dissetare molti: “La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?»” (Gv 4,28-29).




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