Domenica 8 Marzo (DOMENICA – Viola)
III DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)
Es 17,3-7 Sal 94 Rm 5,1-2.5-8 Gv 4,5-42
di don Lucio D’abbraccio 🏠home
C’è qualcosa di profondamente umano, e al tempo stesso sconvolgente, nell’immagine che l’evangelista Giovanni ci consegna oggi. Gesù siede sul bordo di un pozzo in Samaria. È stanco del viaggio. Il Figlio di Dio si stanca, suda, ha la gola secca sotto il sole implacabile di mezzogiorno. Non è un dettaglio di poco conto: Dio si è fatto così vicino a noi da condividerne la fatica e la polvere della strada.
È in questa vulnerabilità divina che nasce l’incontro. Una donna arriva da sola. A quell’ora insolita — «era circa mezzogiorno» —, quando il calore è insopportabile e il villaggio riposa. Le altre donne vanno ad attingere l’acqua al mattino presto, tra chiacchiere e confidenze. Lei no. Lei va a mezzogiorno per evitare gli sguardi, per fuggire i pettegolezzi. Porta sul corpo e nell’anima il peso di una storia lacerata: «cinque mariti» e una convivenza che non le restituisce la dignità perduta.
Eppure Gesù non aspetta che sia lei a fare il primo passo. Rompe il silenzio: «Dammi da bere». È Dio che mendica. Sant’Agostino, scrutando questo mistero con la sua intelligenza penetrante, scrive: «Ipse bibere petebat, qui fidem ipsius mulieris sitiebat» — Egli chiedeva da bere, lui che aveva sete della fede di quella donna (Sant’Agostino, In Iohannis Evangelium Tractatus, 15, 11).
Gesù chiede un gesto umano, banale, per aprire una breccia divina nel cuore di chi incontra. Pensiamo alla nostra quotidianità. Quante volte qualcuno ci avvicina con una scusa apparentemente banale, ma in realtà sta urlando interiormente un bisogno ben più profondo? Una madre anziana che chiama il figlio con la scusa di un problema domestico, ma in realtà muore di solitudine. Un collega che ci chiede un favore tecnico, ma ha solo un disperato bisogno di essere ascoltato per non sentirsi invisibile. Dio agisce esattamente così. Si avvicina attraverso la porta dei nostri bisogni concreti per scendere nei sotterranei dell’anima.
La donna inizialmente si barrica dietro la religione e il pregiudizio culturale: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». Anche noi alziamo muri per non lasciarci toccare. Ci nascondiamo dietro al ruolo professionale, dietro a un finto cinismo, dietro al perenne attivismo che riempie le giornate fino a scoppiare, pur di non restare in silenzio con noi stessi. Cerchiamo acqua, ma andiamo ad attingere ai pozzi sbagliati. Il successo, l’accumulo di denaro, i «mi piace» sui social, le relazioni consumate come un passatempo: beviamo da questi pozzi, eppure torniamo a casa con l’angoscia e la gola secca. Come dice Gesù senza mezzi termini: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete».
L’offerta di Cristo è radicale e senza paragoni. Egli promette un’acqua che diventa «una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». San Cirillo di Alessandria, commentando questo versetto, ci ricorda che questa sorgente non è una consolazione poetica, ma è lo Spirito Santo stesso che viene ad abitare nell’intimo dell’uomo, trasformando la sua solitudine in una fonte per gli altri: «L’acqua viva è la grazia dello Spirito, che irriga le anime dei credenti e le rende feconde di virtù» (San Cirillo di Alessandria, Commentarii in Ioannem, II, 4).
Per accogliere quest’acqua, però, serve il coraggio della verità. Quando Gesù le dice «Va’ a chiamare tuo marito», non lo fa per umiliarla davanti al sole cocente di Sicar. Lo fa perché la verità è l’unica strada verso la guarigione. Solo quando ammettiamo le nostre ferite — le dipendenze affettive o materiali che ci tengono in ostaggio, i compromessi che abbiamo normalizzato — la grazia trova una porta aperta su cui entrare. La donna non fugge, non mente, non si giustifica. Confessa la sua povertà con una semplicità disarmante: «Io non ho marito». E Gesù la loda per quella piccola, enorme onestà.
Allora accade il miracolo vero. Il testo dice che «la donna intanto lasciò la sua anfora». Abbandona, dunque, il recipiente di tutti i suoi fallimenti, il peso della sua schiavitù, e corre in città a testimoniare la gioia. Non si vergogna più della propria storia: è stata guardata fin dentro le viscere, conosciuta nei suoi peccati più oscuri, eppure non condannata, ma infinitamente amata. E una persona amata così non può restare ferma.
Lasciamo che in questa III domenica di Quaresima il Signore si sieda accanto alle nostre stanchezze, accanto ai pozzi usurati a cui continuiamo a tornare delusi. Non abbiamo paura di mostrargli l’anfora vuota della nostra vita. Lui non la giudicherà: la riempirà di quell’acqua viva che sola può dissetare il cuore dell’uomo. Che il Signore ci dia dell’acqua viva della sua grazia affinché non abbiamo più sete, e ci aiuti a non indurire il nostro cuore ma ad ascoltare la sua voce. Amen!



Lascia un commento