Don Paolo Zamengo”La fede del cieco nato cieco”

Domenica 15 Marzo (DOMENICA – Viola o Rosaceo)
IV DOMENICA DI QUARESIMA – LAETARE (ANNO A)
1Sam 16,1.4.6-7.10-13   Sal 22   Ef 5,8-14   Gv 9,1-41

di Don Paolo Zamengo

L’incontro con Gesù avviene presso la piscina di Siloe e i gesti che Gesù
compie per guarirlo sono molto concreti. Il fango che Gesù plasma con le
sue mani ci ricorda l’azione creatrice di Dio narrata nella Genesi. Gesù,
restituisce all’uomo la sua condizione di creatura amata. Qui c’è molto di
più che solo la guarigione di un uomo cieco.

Chi è il cieco allora? Secondo i discepoli, che non hanno ancora capito molto di Gesù, il cieco è così o per colpa sua o per colpa dei genitori. Se c’è una disgrazia, ci deve essere per forza una colpa. Dove c’è colpa, ci deve essere anche una pena: del resto questa è la tesi degli amici di Giobbe con la quale lo giudicano e lo condannano. Era una credenza caparbiamente creduta in Israele. Gesù rompe questa connessione causale tra peccato e malattia che si trasforma in castigo. Nel racconto ci sono alcuni protagonisti particolarmente negativi: le autorità giudaiche che credono di vedere bene e che pensano di sapere tutto e di poter giudicare tutti. Per loro, Gesù è di sicuro un peccatore. I genitori del cieco tacciono di fronte a queste autorità che già avevano deciso di cacciare dalla sinagoga chiunque difendesse Gesù. “Noi sappiamo che quell’uomo è un peccatore”, dicono con supponenza. L’evangelista Giovanni abbatte la falsa sicurezza che caratterizza tanti credenti, convinti di avere la risposta a tutto, su tutto, e di poter giudicare anche Gesù e di conseguenza anche tutti gli altri. Noi che ascoltiamo questa storia e scopriamo che chi ci vede davvero è soltanto il cieco. Nella sua semplicità e, senza ancora aver conosciuto Gesù, il cieco sa guardare oltre le apparenze. C’è infatti un altro aspetto di questo racconto: il percorso interiore compiuto dal cieco che inizia a pensare che quell’uomo che lo ha guarito deve essere senz’altro un profeta. Se non provenisse da Dio, non potrebbe operare il bene. Con onesta semplicità il cieco risponde alle malevole obiezioni delle autorità giudaiche. Dimostra di vederci già molto meglio di loro e per questa sua onestà e per la rettitudine morale e la sua visione religiosa della vita, viene insultato e cacciato fuori. E quando poi il cieco incontra Gesù si sente chiedere: “Tu credi nel figlio dell’uomo?” Il cieco non ha difficoltà a credere. Il figlio dell’uomo è proprio Gesù che lo ha appena guarito. L’ultima parola del cieco è così: “Io credo, Signore”. L’incontro del cieco con Gesù è un percorso di conversione verso la fede: non una fede astratta, concettuale, ma verso una fede intesa come piena fiducia nella persona di Gesù. Non è possibile restare indifferenti perché Gesù si rivela come “luce del mondo”. Parlando ai giovani di Altamura il vescovo Tonino Bello disse anni fa parole che sono ancora attuali: “Voi non avete il compito nella vita di fare scintille, ma di fare luce. Molti sono preoccupati di fare scintille nella vita, fare faville, scoppiettare in modo che gli altri si accorgano della loro presenza. Molti hanno innato il tarlo del palcoscenico, il tarlo dello schermo gigante. Nella vita non dobbiamo fare faville, non dobbiamo fare scintille, dobbiamo fare luce”. In questo tempo quando la tentazione dell’apparire, del mettersi in mostra è ormai quotidiana e sembra sommergerci, il vangelo del cieco nato ci richiama alla ricerca dell’unica vera luce possibile, quella di Cristo, luce del mondo. E allo stesso tempo ci richiama all’autenticità della testimonianza coraggiosa di vita, come quella semplice e insieme commovente del cieco risanato. È questa la luce che il cristiano è chiamato a portare nella storia.


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