Domenica 22 Marzo (DOMENICA – Viola)
V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)
Ez 37,12-14 Sal 129 Rm 8,8-11 Gv 11,1-45
di Battista Borsato
Anche questo racconto della risurrezione di Lazzaro appartiene al libro dei segni di Giovanni. Il segno è diverso dal miracolo. Il miracolo trattiene l’attenzione su di sé, mentre il segno ci spinge a uscire per cogliere il senso del messaggio. Il centro non è il fatto, ma ciò che vuole dirci. E questo segno della risurrezione di Lazzaro vuole dirci che l’uomo è creato per la vita e che la morte non è l’ultima parola. Ma cerchiamo di soffermarci su tre espressioni del racconto per afferrare coinvolgenti messaggi. “Gesù amava Marta e sua sorella Maria e Lazzaro”. Gesù amava, cioè voleva molto bene a Marta, Maria e Lazzaro. C’è quindi in Gesù un sentimento di particolare affetto. Forse può disturbare che Gesù faccia delle preferenze, nel campo degli affetti: egli non deve essere uguale per tutti e con tutti? Perché nutre sentimenti diversamente intensi, e specificamente affettuosi verso donne, a quanto pare, giovani? L’educazione cattolica punta su un’affettività uniforme e quindi neutra, quasi asettica: ma può essere l’affetto scevro di passione? E se c’è la passione, può forse questa provarsi verso tutti?
Anche il celibato e la verginità sono stati spesso intesi come un “non provare sentimenti appassionati”, oppure provarli, sì, ma nei riguardi di tutti e nella stessa misura. Abbiamo in ciò un invito ad un amore controllato, dominato, che alla fine può diventare “acido”. Chi non ha incontrato preti, religiose, il cui cuore era così velato, così nascosto che sembrava non pulsasse più? È questo il giusto modo di vivere la verginità e il celibato? Guardiamo a Gesù: egli non ha paura di manifestare il proprio affetto e di rivelare le amicizie cui tiene. L’amicizia, quella vera, è un valore e non la si può provare indistintamente per tutti: esige sintonia di idee, libertà di confronto, condivisione di progetti. È quindi una merce rara. Di più: è vero che nessuno diventa se stesso e raggiunge una propria identità senza passare attraverso profonde amicizie, senza vivere l’amore. Nutrire amicizia, amare una persona, allora, non è male: male è quando ci si chiude, in modo esclusivo, in quella amicizia, dentro la coppia. L’amicizia dovrebbe essere il luogo in cui ci si confronta, ci si allarga, si diventa persone che sanno assumersi impegni ed hanno imparato ad amare gli altri. Anche i diversi, anche i nemici. Questa capacità di amare tutti nasce e cresce dentro un’esperienza di amicizia vera, o dentro un sano amore di coppia. Anche Gesù, come uomo, riuscirà ad affrontare le difficoltà, ad accogliere persino gli avversari, ma solo dopo aver respirato l’amicizia con Marta, Maria, Lazzaro, ed esserne stato rinfrancato. “Gesù scoppiò in pianto”. Gesù si trova di fronte alla morte dell’amico Lazzaro. La morte è oggi soggetta a rimozione: è emarginata dalla nostra cultura, eliminata dal parlare corrente. Si dice con frequenza che una persona è scomparsa, che ci ha abbandonati, che ci è venuta a mancare. Abbiamo paura di usare il termine “morte”. Perché? L’uomo non vuole morire, e questo è positivo: è un desiderio che esprime la sua tensione alla vita. Come dice il libro della Sapienza: “Dio ha creato le cose per l’esistenza e non per la morte”. La morte è quindi un ostacolo, un intralcio per l’uomo, una barriera che si frappone tra lui e la sua voglia di vivere. Giovanni afferma che, di fronte a Lazzaro morto, “Gesù scoppiò in pianto”; il testo greco, tradotto in maniera corretta suonerebbe: “Gesù si arrabbiò fino a piangere”. Il pianto esprime dunque l’amicizia di Gesù per Lazzaro ma ancor più l’inimicizia di Gesù per la morte, che vanifica la creazione di Dio. Essa è rovina, fallimento: l’uomo creato a immagine di Dio e destinato alla vita eterna, viene consumato dalla morte. Dio è per la vita, ma c’è una forza nel mondo che opera per la morte. La rabbia di Gesù diventa così potente che distrugge la morte. Egli dice “Lazzaro, vieni fuori!”. In questa rabbia, amore di Gesù per la vita, sta la nostra speranza. L’ultima parola non è la morte ma la risurrezione. “Liberatelo e lasciatelo andare”. Si accennava che questo racconto appartiene al genere dei “segni” più che dei miracoli e allora occorre scavarne il significato simbolico. Giovanni descrive minuziosamente l’uomo nella tomba: dice che aveva i piedi e le mani avvolte in bende, che il volto era coperto dal sudario. Questa descrizione simboleggia l’individuo che, sotto la religione giudaica, è imbavagliato, soffocato da una legislazione incapace di lasciare spazio al pensare in proprio. Le coscienze muoiono, afferma l’evangelista, perché sopraffatte, dominate, controllate. Lazzaro è il simbolo della morte provocata da una religione sclerotizzata. Gesù si presenta, come colui che libera, che dà spazio all’uomo, alla sua coscienza, che scioglie i lacci della legge. Dice, infatti, a proposito dell’amico: “Liberatelo e lasciatelo andare”; egli vuole uomini e donne liberi, che sappiano camminare nella libertà e nella responsabilità. Ecco il compito del cristiano: dal semplice fedele al più alto in ruolo, egli ha il dovere di liberare ed accendere le coscienze. Non di imbavagliarle, ma di aprirle.
Due piccoli impegni.
- Riscoprire il valore dei sentimenti.
- Essere contro ogni morte anche quella delle coscienze.




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