Sorella Michela Arnone Commento V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)

Domenica 22 Marzo (DOMENICA – Viola)
V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)
Ez 37,12-14   Sal 129   Rm 8,8-11   Gv 11,1-45

di Sorella Michela Arnone🏠home

«Riconoscerete che io sono il Signore quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri» leggiamo nel libro del profeta Ezechiele, che ha operato in Israele nel tempo dell’esilio, dunque siamo tra VI e V secolo a.C. Una promessa che è potuta sembrare simbolica a tanti uomini e donne che l’hanno ascoltata per secoli. E poi, dopo un tempo che ai nostri miseri occhi sembra troppo, circa 500 anni, degli uomini si sono trovati di fronte a uno che ha davvero fatto aprire una tomba e fatto uscire dal sepolcro qualcuno che era morto; anzi, di più, quello stesso che aveva fatto quel miracolo, poco dopo ci è entrato lui da morto nel sepolcro. Eppure anche quella tomba è stata aperta perché Egli stesso uscisse vivo da quel sepolcro.

Ormai verso la fine della Quaresima, al culmine dell’itinerario battesimale che abbiamo visto delinearsi con i personaggi del Vangelo di Giovanni quali la Samaritana e il cieco nato, si pone Lazzaro. Figura che qui non può essere solo simbolica: è l’unico dei tre che ha un nome, si sottolinea il suo paese e le sue sorelle, si sottolinea che Gesù lo amava, dunque lo conosceva e frequentava. Allo stesso modo, il pianto e la forte commozione di Gesù di fronte alla morte dell’amico è un dato che nessun evangelista avrebbe potuto inventare, mentre si cerca di mostrare ai lettori che quell’uomo è Dio. L’episodio di Lazzaro, raccontato solo da Giovanni, però, è modellato ad arte per essere fortemente evocativo e prolettico di quello che succederà a Gesù; così bisogna leggerlo, non solo come un semplice miracolo tra gli altri. Ci troviamo, infatti, di fronte al più grande enigma per l’uomo, alla grande nemica che è la morte; è qui, di fronte alla morte, che il Dio cristiano si mostra in tutta la sua unicità e specificità e che porta la sua rivelazione più grande, oltre ogni attesa dell’uomo. Riconoscerete che io sono il Signore quando aprirò le vostre tombe: ed eccolo, il Signore, è venuto veramente ad aprire le nostre tombe! Il lungo racconto contiene tantissimi elementi che attirano l’attenzione e sarebbero da approfondire, ne potremo guardare solo alcuni.

Un primo elemento, che forse non salta subito all’occhio, o meglio al nostro naso, è la questione del profumo e del cattivo odore: quando si parla di Maria, la sorella di Lazzaro, si dice che lei è quella che ha unto Gesù nella cena, che sarà raccontata però solo al capitolo dopo. Lì capiremo che quell’unzione è prolettica all’unzione del corpo morto di Gesù, che in Giovanni non è raccontata rispetto ai sinottici ma anticipata a questo momento. Quel profumo che si spande può essere immagine di cosa succede quando la morte, quella cosa terribile che tutti temiamo e fuggiamo, incontra Gesù; quella stessa morte che, invece, normalmente manda il suo cattivo odore, come Marta farà notare a Gesù che vuole aprire la tomba di Lazzaro, già morto da quattro giorni. Può essere capitato anche a noi di sentire il cattivo odore della morte, magari in momenti duri in cui abbiamo perso persone care e siamo stati vicino al loro corpo prima della sepoltura; magari quell’odore ha raggiunto il nostro naso, ci ha commosso profondamente, e sappiamo di non poterlo dimenticare. Eppure il cattivo odore della morte tocca la nostra vita non solo quando a morire sono i nostri cari, ma anche quando di quel cattivo odore che toccherà anche noi abbiamo paura e allora viviamo in risposta a quella paura. Filosofi e antropologi dicono con chiarezza che molto del vivere dell’uomo dipende dalla paura della morte: anche se teoricamente lo sappiamo, non è così semplice liberarsi concretamente da quel cattivo odore e vivere da uomini liberi.

Da questa paura, da quel cattivo odore, da una vita vissuta per fuggire, negare o sfidare la morte, Gesù è venuto a liberarci con la sua morte e Resurrezione: molto spesso, però, non permettiamo alla nostra vita e alla nostra paura della morte di lasciarsi toccare davvero da questa libertà che è già nostra. Anche questo brano mostra come gli uomini si pongono davanti alla morte; cercando di negarla e di fingere che non ci sia, come i discepoli che non capiscono che Gesù sta parlando della morte di Lazzaro e non del suo dormire. Quell’incomprensione nel dialogo ci fa riflettere su quanto noi uomini proviamo a negare la morte e vivere come se non fosse una realtà che tocca in vari modi la vita di ciascuno. A volte anche un lutto può essere vissuto negando quella morte, evitando di attraversarne la sua realtà. Un altro atteggiamento che mostra il potere che la morte ha sulla vita e un modo di reagire ad essa è quello dell’eroismo, cioè del tentativo di sfidare la morte: anche questo è un modo per negarla. Ce lo evoca Tommaso che dice di essere pronto a morire con Gesù. Vite al limite, spericolate, anche attraversate da dipendenze da sostanze, in cui ci si spinge a vivere emozioni estreme in tanti modi, vite eccessive anche nel lusso, nel divertimento sfrenato, nel sesso, nel brivido di sentirsi sempre spinti all’eccesso, sono vite che nascondono una grande paura della morte. Sfidando la morte si pensa di esorcizzarla e invece si fa in modo che essa emani molto più cattivo odore di quello che le apparterrebbe. Il terzo modo nel quale si esorcizza la morte ce lo mostrano le parole di Marta e poi di Maria che dicono a Gesù che se egli fosse stato lì il fratello non sarebbe morto; se la frase mostra una fede nel potere di Gesù sulla morte, cosa positiva, in realtà guardando a fondo mostra come esse non hanno ancora compreso “come” il nostro Dio rivelato in Gesù ci libera dalla morte. Non si tratta di saltare la morte, non si tratta di togliere il dolore, di essere protetti da una qualche divinità, abnegati alla quale si riceve un’assicurazione sulla propria vita. Questo è il divino che noi proiettiamo e che vorremmo e tante volte lo confondiamo ancora con il Dio di Gesù. Il nostro Dio, invece, che è Padre, Figlio e Spirito, e il cui volto ci è stato rivelato in Gesù, è il Dio che è con noi nel dolore, nella malattia, nella morte; è il Dio che si commuove profondamente di fronte alla morte, perché ama profondamente coloro che soffrono per la separazione fisica che la morte determina. Egli è il Dio che attraverserà la morte Egli stesso per annullare il suo potere di mandare cattivo odore e per trasformarla in quel passaggio da questo mondo a quella “dimora” eterna che Dio stesso ha preparato per noi, dove non ci sarà più la morte, né il lutto, né il lamento.

Ecco allora che l’itinerario di fede che i personaggi di questi racconti compiono sono illuminanti per noi: dal dio religioso che Marta aveva proiettato su Gesù, il dialogo con lui la conduce alla verità tutta intera. Non si tratta allora solo di credere in una vita dopo la morte o nella risurrezione dell’ultimo giorno; in questo si credeva già prima di Gesù! Si tratta di credere che Gesù è la Resurrezione e la vita, si tratta di far agire questa verità sulla propria vita, liberandosi dal potere che la morte esercita in mille forme sulle nostre vite. Si tratta di credere che coloro che muoiono, i nostri cari e un giorno noi, credendo in Gesù, vivono in Lui e non muoiono in eterno! E si tratta di crederci veramente… Finché la nostra vita si lascia dominare dalla carne, come dice Paolo nella lettera ai Romani che leggiamo oggi, la fede nella Resurrezione non ha ancora convertito le nostre vite fino in fondo e il nostro itinerario battesimale è ancora incompiuto… Lasciamoci accompagnare, allora, da quel Gesù che ama Lazzaro, che si commuove profondamente – il testo lo ripete molte volte – perché è quello che Gesù prova per noi, di fronte alle nostre morti.


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