Terza Meditazione di Quaresima La missione Annunciare il Vangelo a ogni creatura
Nelle prime due meditazioni quaresimali abbiamo attraversato alcune tappe decisive dell’esperienza spirituale di Francesco. La prima ci ha condotti al cuore della sua conversione: non un semplice atto della volontà, ma una trasformazione profonda della sensibilità operata dalla grazia, capace di mutare l’amaro in dolce e di donargli uno sguardo nuovo su se stesso e sulla realtà. La seconda ci ha mostrato come questa conversione non sia rimasta un fatto interiore e isolato: il Signore gli ha donato dei fratelli, e la fraternità è diventata il luogo concreto in cui questa esperienza ha preso forma.
La terza meditazione ci invita a compiere un passo ulteriore. Conversione e
fraternità non sono il punto di arrivo: trovano il loro compimento nella
missione. Ciò che Francesco ha ricevuto – una sensibilità trasformata, la gioia dei fratelli, la scoperta di un Dio che ama svuotandosi – non può essere trattenuto, ma è chiamato a raggiungere e toccare la vita degli altri.
Il cammino che percorreremo si articola in cinque passaggi: il primato della
testimonianza sulla parola, secondo l’intuizione francescana che Cristo non si annuncia anzitutto, ma si lascia generare attraverso una vita trasformata; lo stile del farsi accogliere, prima ancora di voler offrire qualcosa; l’arte di attendere le domande dell’altro, senza anticipare risposte non richieste; la fecondità dell’incontro, come mostra il viaggio di Francesco dal Sultano d’Egitto; e infine il paradosso evangelico della sottomissione, che non è debolezza, ma il modo più alto dell’amore — quello stesso con cui Dio si dona.
- Generare Cristo
Ben presto, nella primitiva fraternità francescana, lo stare e il pregare insieme fanno nascere qualcosa di inatteso: il desiderio di condividere con altri l’esperienza e l’annuncio del Vangelo. Ai frati accade quello che era già avvenuto ai primi discepoli: dopo aver imparato a stare con Gesù, sentono di non poter trattenere per sé quello che hanno ricevuto. «Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita […] noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi» (1Giovanni 1,1-3). Prima c’è la comunione di vita, poi l’annuncio di salvezza. Prima la contemplazione del Verbo, poi la parola che ne testimonia la presenza. Non si può parlare davvero di ciò che non ha ancora messo radici nella propria vita San Francesco conosce la tentazione sottile di dire parole giuste senza lasciarsene prima trasformare, di trasmettere agli altri qualcosa che non è ancora diventato carne in noi. «È grande vergogna per noi, servi di Dio, che i santi hanno compiuto le opere e noi vogliamo ricevere gloria e onore con il solo raccontarle» (Ammonizione VI,3; FF 154). Raccontare le gesta dei santi senza lasciarsi cambiare dal loro modo di vivere rischia di essere solo un modo per ammirarli da lontano. Parliamo di loro, ma restiamo al riparo. Per questo serve pazienza: custodire ciò che abbiamo visto e ascoltato, lasciarlo maturare nella preghiera, finché diventa vita prima ancora che parola. «Beato il servo che accumula nel tesoro del cielo i beni che il Signore gli mostra e non brama di manifestarli agli uomini in vista di una ricompensa, poiché lo stesso Altissimo manifesterà le sue opere a chiunque gli piacerà. Beato il servo che custodisce nel suo cuore i segreti del Signore» (Ammonizione XXVIII,1-3; FF 178). Con queste parole Francesco mette in guardia da una tentazione molto sottile: usare le cose di Dio per cercare approvazione o riconoscimento. Anche ciò che è autentico, se esposto troppo presto, rischia di perdere la sua verità: per questo Francesco invita a custodire ciò che si riceve, lasciandolo maturare nel cuore finché diventa vita. La Regola non bollata riprende e radicalizza questa intuizione: «Tutti i frati, tuttavia, predichino con le opere. […] Lo spirito della carne, infatti, vuole e si preoccupa molto di possedere parole, ma poco di attuarle» (Rnb XVII,3.11; FF 46.48). Un episodio, non attestato dalle fonti ufficiali ma pienamente coerente con lo spirito di Francesco, esprime in modo chiaro questa pedagogia. Un giorno il santo chiese a frate Ginepro di accompagnarlo a predicare in città. I due percorsero le strade in silenzio, si fermarono accanto ai malati, sorrisero ai bambini, aiutarono chi era nel bisogno. Nessun discorso. Al ritorno, Ginepro domandò: «Padre mio, e la predica?». Francesco rispose: «L’abbiamo fatta, fratello mio, l’abbiamo fatta». Confidare più nella testimonianza che nelle parole non è per Francesco una scelta strategica: è la conseguenza di una convinzione teologica profonda che occorre portare alla luce. Cristo non è un’informazione da trasmettere, ma un mistero che abita l’umanità e chiede di essere riconosciuto perché possa emergere nella vita. Il Vangelo non si comunica come una semplice notizia; si dona come una vita che lentamente prende forma. Nella Lettera ai Fedeli, Francesco offre una visione sorprendente e molto concreta della vita cristiana,in cui il credente assume nei confronti di Cristo una triplice relazione: quella dello sposo, quella del fratello, quella della madre. La più audace – e forse la più originale – è proprio quest’ultima: «(Siamo) sposi, fratelli e madri del Signore nostro Gesù Cristo. Siamo sposi, quando nello Spirito Santo l’anima fedele si unisce a Gesù Cristo. Siamo suoi fratelli, quando facciamo la volontà del Padre suo, che è nel cielo. Siamo madri, quando lo portiamo nel nostro cuore e nel nostro corpo attraverso l’amore e la pura e sincera coscienza, e lo generiamo attraverso il santo operare, che deve risplendere in esempio per gli altri» (2Lettera ai fedeli 50-53; FF 200). Generare Cristo non significa parlare bene di lui o convincere gli altri con parole efficaci. Significa lasciare che la sua presenza cambi davvero il nostro modo di vivere, fino a diventare visibile anche agli altri. È l’esperienza che vive una madre: prima porta il figlio dentro di sé, gli dà tempo di crescere, e solo dopo lo dà alla luce. Così è anche per la fede. Prima Cristo prende spazio dentro di noi, in silenzio, nella preghiera, nelle scelte quotidiane. E solo dopo può apparire all’esterno, nei gesti e nel modo in cui ci relazioniamo con gli altri. Quando il mistero di Cristo si manifesta in noi, qualcosa può cominciare a muoversi anche negli altri. Non perché abbiamo detto le parole più giuste, ma perché si è resa visibile in noi una vita nuova e diversa. Il Vangelo porta frutto così: non anzitutto attraverso quello che diciamo, ma attraverso ciò che la nostra umanità riesce a esprimere, attraverso l’azione silenziosa ed efficace dello Spirito Santo. - Farsi accogliere All’inizio della sua esperienza, san Francesco raduna i frati, parla loro a lungo del regno di Dio e poi li invia a due a due per le strade del mondo: «Andate, carissimi, a due a due per le varie parti del mondo e annunciate agli uomini la pace e la penitenza in remissione dei peccati; e siate pazienti nelle persecuzioni, sicuri che il Signore adempirà il suo disegno e manterrà le sue promesse. Rispondete con umiltà a chi vi interroga, benedite chi vi perseguita, ringraziate chi vi ingiuria e vi calunnia, perché in cambio ci viene preparato il regno eterno» (1Celano, XII,29; FF 366). Queste parole non sono un’invenzione di Francesco, ma riprendono molto da vicino il mandato con cui Gesù aveva inviato i suoi discepoli (cf. Luca 10,1-12). Il Vangelo raccomanda uno stile essenziale: partire senza sicurezze, «senza borsa né sacca», entrare nelle case augurando la pace, fermarsi, «mangiando e bevendo di quello che hanno» (Luca 10,4.7). E aggiunge un dettaglio decisivo: i discepoli sono mandati nei luoghi dove Gesù «stava per recarsi» (Luca 10,1). III meditazione Quaresima 2026 4 Questo cambia profondamente il modo di intendere la missione. I discepoli non portano qualcosa che manca, ma preparano un incontro che Gesù stesso desidera compiere. Non tutto dipende da loro: ciò che non riescono a fare, lo compirà lo stesso Signore. Non siamo noi il centro dell’annuncio, ma il volto di Dio che possiamo, con semplicità, rendere trasparente e accessibile. Le indicazioni di Gesù custodiscono una logica che rovescia molte delle nostre abitudini. I discepoli sono inviati senza protezioni, «come agnelli in mezzo a lupi» (Lc 10,3), con il solo compito di portare la pace e di accettare ciò che viene loro offerto. Solo dopo – e dentro quella stessa accoglienza ricevuta – possono dire: «È vicino a voi il regno di Dio» (Luca 10,9). Il movimento è chiaro: prima lasciarsi accogliere, poi annunciare. Non si tratta di portare qualcosa dall’esterno, come per colmare una totale mancanza, ma di riconoscere il bene che è già presente e dargli un nome. Questa sequenza – accoglienza ricevuta, poi annuncio – contiene una pedagogia importante. Chi si lascia ospitare compie un gesto debole che, in apparenza, sembra rinunciare all’iniziativa. In realtà, rivela il significato più profondo del Vangelo: accettare di ricevere vuol dire riconoscere che l’altro non è solo un destinatario, ma anche qualcuno da cui poter ricevere qualcosa. Significa prendere sul serio la sua umanità, la sua capacità di bene, la sua disponibilità. In questo modo si crea uno spazio nuovo, in cui il Vangelo non appare come qualcosa imposto dall’esterno, ma come il riconoscimento di una presenza che è già all’opera. Perché questo accada, è necessaria una povertà reale: presentarsi senza avere tutto e senza controllare tutto, accettare di dipendere anche dalla bontà e dalla sensibilità degli altri, e accorgersi che il regno di Dio è già presente, in modo nascosto, anche nella vita di chi non lo conosce ancora. Questo stile povero e disarmato interpella profondamente il nostro modo di intendere l’evangelizzazione. Nel corso dei secoli abbiamo rischiato di viverla come un movimento a senso unico: andare verso gli altri con un atteggiamento didattico, talvolta anche giudicante, pronti a integrare ciò che manca e a ricondurre tutto alle nostre categorie. La parola di Gesù e la testimonianza di san Francesco sembrano indicare, invece, una via più semplice e al contempo più esigente: lasciarsi accogliere, riconoscere ciò che nell’altro è già vicino a Dio e offrirgli la possibilità di emergere. Evangelizzare, in questa prospettiva, significa dire agli altri – anche senza dire nulla – che è bello che esistano, che la loro vita ha valore. Non per confermarli semplicemente in ciò che sono, ma per accompagnarli a riconoscere, poco alla volta, la verità e la bellezza che portano dentro, senza avere fretta di ricondurli alle nostre idee. Il Regno non cresce attraverso il proselitismo, a volte troppo forzato, ma quando il nostro modo di relazionarci consente a chi incontriamo di esprimere il meglio di sé e, così, di aprirsi alla rivelazione di Dio. È lì che il Regno si rende vicino e accessibile. Non c’è nulla di spettacolare in questo modo di annunciare, ma c’è qualcosa di profondamente vero. Papa Francesco lo aveva espresso con grande chiarezza: III meditazione Quaresima 2026 5 «Tutti hanno il diritto di ricevere il Vangelo. I cristiani hanno il dovere di annunciarlo senza escludere nessuno, non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile. La Chiesa non cresce per proselitismo ma per attrazione» (Papa Francesco, Evangelii gaudium, 14). Crescere per attrazione: è ciò che accade quando la nostra presenza non soffoca la libertà dell’altro, ma la risveglia; quando il nostro annuncio non pesa, ma apre uno spazio. Forse è proprio questo che il mondo attende di riconoscere nelle comunità cristiane: luoghi in cui la qualità del Regno si rende visibile e si diffonde – con discrezione e forza, con coraggio e rispetto.
- Attendere le domande Il rispetto e la stima con cui Francesco si avvicina agli altri – riconoscendo in ogni persona una presenza di Dio già all’opera – rendono possibile un vero dialogo. Non si tratta solo di saper parlare, ma anzitutto di saper ascoltare. E, quando viene il momento, di saper comunicare le parole della speranza che vengono da Dio. Evangelizzare, in questa prospettiva, non significa dare subito risposte, ma saper attendere che emergano le domande. È un atteggiamento interiore, prima ancora che un modo di comunicare: nasce dalla convinzione che Dio conferma e completa la nostra povera testimonianza. Se è così, non serve avere fretta. Chi ha fiducia in questo stile di Dio – felice di lasciarsi rappresentare da noi – sa aspettare e concedere spazio all’altro. Le fonti francescane conservano un episodio che mostra con grande semplicità questa modalità di annuncio del Vangelo. Presso un eremo, sopra Borgo San Sepolcro, vivevano alcuni frati, mentre nei boschi vicini si nascondevano dei briganti che uscivano spesso a rapinare i passanti. Talvolta venivano all’eremo a chiedere il pane, ma i frati avevano smesso di darglielo a causa della loro aggressività. Un giorno san Francesco, passando per quell’eremo, venne a conoscenza della situazione e propose ai frati qualcosa di inatteso: «Andate, procuratevi del buon pane e del buon vino, portateli a loro nei boschi dove sapete che si trovano e chiamateli gridando: “Fratelli briganti, venite da noi: siamo i frati e vi portiamo buon pane e buon vino!”. Essi verranno subito da voi. Allora voi stenderete per terra una tovaglia, vi disporrete sopra il pane e il vino, e li servirete con umiltà e allegria, finché abbiano mangiato. Dopo il pasto, annunciate loro le parole del Signore, e alla fine fate loro questa prima richiesta per amor di Dio: che vi promettano di non percuotere nessuno e di non fare del male ad alcuno nella persona. Poiché, se domandate tutte le cose in una volta sola, non vi daranno ascolto; invece, vinti dall’umiltà e carità che dimostrerete loro, ve lo prometteranno» (Compilazione di Assisi 115; FF 1669). III meditazione Quaresima 2026 6 I frati obbedirono. I briganti vennero, mangiarono, ascoltarono — e alla fine alcuni entrarono nell’Ordine, altri cambiarono vita, altri decisero almeno di non fare più violenza. Questo episodio mostra qualcosa di molto concreto: non si può chiedere a qualcuno di cambiare vita prima di avergli fatto sperimentare accoglienza, rispetto e fiducia. Se si anticipano troppo le richieste, anche quelle moralmente corrette, i nostri inviti non riescono ad arrivare al cuore dell’altro. Prima bisogna creare lo spazio perché possa nascere il desiderio e la domanda di un cambiamento di vita. Solo allora ciò che si dice può essere davvero ascoltato. È lo stesso stile di Gesù. Quando incontra Zaccheo, non gli chiede nulla, non gli fa una lezione etica. Gli dice semplicemente: «Oggi devo fermarmi a casa tua» (Luca 19,5). È quell’incontro, gratuito e inatteso, a far nascere in Zaccheo il desiderio di operare una trasformazione nella sua vita. Gli Atti degli Apostoli raccontano una scena che illumina ancora meglio questo passaggio. Nel capitolo ottavo, Filippo incontra su una strada deserta un funzionario etiope che sta leggendo il profeta Isaia senza capirlo. Non si mette subito a spiegare il testo. Si avvicina, cammina accanto a lui e gli fa una domanda molto semplice: «Capisci quello che stai leggendo?» (Atti 8,30). A quel punto è l’altro a esporsi: «E come potrei capire, se nessuno mi guida?» (Atti 8,31). Poi l’eunuco rivolge a Filippo un’altra domanda, ancora più profonda, a partire dal testo che sta leggendo: «Di chi parla il profeta?» (Atti 8,34). Solo dopo che queste domande sono emerse, Filippo comincia ad annunciare a lui Gesù, con poche e brevi parole. A questo punto, è l’eunuco stesso a chiedere: «Che cosa impedisce che io sia battezzato?» (Atti 8,36). Nel racconto colpisce proprio questo: l’annuncio occupa poco spazio, mentre tutto il resto – il cammino insieme, l’ascolto, le domande – è ciò che prepara davvero l’incontro. Il modo in cui si arriva a parlare di Cristo è decisivo quanto le parole che si dicono. Evangelizzare non significa riempire il silenzio di risposte, ma accompagnare le persone fino a quando possono riconoscere ed esprimere le domande che aprono la loro vita alla salvezza di Cristo. Quelle domande, infatti, sono già un luogo in cui Dio è presente e all’opera. C’è però anche un passaggio più profondo. Filippo non resta fuori dalla scena: scende nell’acqua insieme all’eunuco. Questo gesto dice qualcosa di essenziale. Non si può accompagnare qualcuno nella fede senza essere coinvolti in prima persona. E questo coinvolgimento passa dalla disponibilità a condividere la propria debolezza e il proprio bisogno di salvezza. Anche chi è già battezzato, infatti, ha bisogno di tornare continuamente alla sorgente della propria vita in Cristo, per lasciarsi rinnovare e per restare in modo vivo dentro il cammino di conversione. Solo così ciò che diciamo può davvero toccare la vita degli altri. Quando le parole nascono da un’esperienza reale, arrivano agli altri. Quando invece restano astratte e impersonali, non convincono nessuno. Nemmeno noi che le pronunciamo. Annunciare il Vangelo significa avvicinarsi III meditazione Quaresima 2026 7 con rispetto alla vita degli altri e riconoscere che, nella complessità della loro vita, c’è già una ricerca di senso, di bene, di verità. I testimoni del Risorto non sono persone che hanno tutte le risposte. Sono uomini e donne che hanno imparato ad ascoltare le proprie domande e a convivere con le proprie luci e ombre, lasciandosi ogni giorno ammaestrare da Cristo. Così, con umiltà, ricominciano ogni giorno a camminare come discepoli, portando la fatica della vita insieme agli altri.
- Incontrare l’altro
L’indole di Francesco era, fin da giovane, quella di chi sente il bisogno di dare la vita per qualcosa di grande. Sembrano particolarmente adatte a lui le parole dello scrittore J. D. Salinger, nel suo romanzo Il giovane Holden: «Ciò che distingue l’uomo immaturo è che vuole morire nobilmente per una causa, mentre ciò che distingue l’uomo maturo è che vuole umilmente vivere per essa». Quando il poverello di Assisi incontra il Signore Gesù, questa spinta eroica non scompare, ma cambia direzione: diventa il desiderio di donare la vita per il Vangelo. Questo desiderio lo porta nel 1219 a partire per la quinta
crociata, raggiungendo gli accampamenti cristiani che si trovavano a Damietta, città portuale dell’Egitto sul delta del Nilo, proprio durante l’assedio della città, nel momento più intenso dello scontro tra l’esercito crociato e quello del sultano.
Durante una tregua, Francesco attraversa il fronte insieme a un compagno e si presenta davanti al sultano d’Egitto, Al-Malik al-Kamil. Le sentinelle lo catturano, lo maltrattano, lo incatenano, ma lui non si tira indietro e chiede di essere condotto dal loro signore. Quello che accade sorprende tutti: ciò che sembrava l’inizio di un martirio diventa un incontro segnato dal rispetto e dall’accoglienza. Come racconta Tommaso da Celano, il sultano riconosce in
Francesco un uomo di Dio, lo ascolta con attenzione e, al momento del congedo, lo fa riaccompagnare sano e salvo all’accampamento cristiano, chiedendogli persino di pregare per lui, perché il Signore gli mostrasse la via più gradita (cf. 1Celano 57; FF 422-423). Anche la testimonianza di un altro cronista, Giacomo da Vitry, conferma che Francesco era stato riconosciuto come un «uomo di Dio»
e aveva suscitato rispetto anche da parte di chi era considerato nemico (cf. FF 2226-2228).
Come leggere questo episodio? A prima vista sembrerebbe accadere poco: il sultano non si converte e Francesco non trova il martirio che cercava. Eppure, è proprio in questo incontro che succede qualcosa di importante. Francesco non si presenta con un discorso da fare, ma con un modo di porsi: semplice, povero, senza difese. Non cerca di imporre la propria idea, si mette davanti all’altro così com’è.
E questo atteggiamento cambia tutto. Il sultano non viene colpito da parole particolari, ma da ciò che vede: un uomo che vive davvero ciò in cui crede. In Francesco riconosce una persona in cui si rende visibile la povertà e l’umiltà di Cristo. Il sultano non si sente attaccato o messo in discussione, ma accolto dal suo inatteso ospite. Per questo, a sua volta, si apre: ascolta, rispetta, si mostra persino generoso.
In quel momento non avviene una conversione nel senso che noi sempre ci aspettiamo, ma nasce qualcosa di altrettanto reale: un incontro vero tra due uomini, diversi per fede e per storia, che riescono a stare uno davanti all’altro senza paura. Proprio questo modo di incontrarsi lascia una traccia nella storia e, nel tempo, diventa anche uno stile che rende possibile la relazione e il dialogo tra religioni diverse, senza che nessuno debba imporsi sull’altro. Francesco non rinuncia alla propria fede, ma si avvicina all’altro in modo tale da metterlo nella condizione di esprimere il meglio della propria umanità. In questo incontro non c’è uno che prevale sull’altro, ma due uomini che si riconoscono nella loro dignità.
Il vero “miracolo” avvenuto a Damietta non è la conversione del sultano. È che, in mezzo alla guerra, due uomini hanno trovato il modo di incontrarsi davvero e di lasciarsi nella pace. Entrambi restano nella propria fede, e proprio per questo l’incontro è reale. In quello scambio accade qualcosa che non si può misurare con le categorie del successo o dell’insuccesso. Francesco torna senza risultati evidenti, ma con una consapevolezza più profonda: il Vangelo non si annuncia per vincere, ma per incontrare. L’altro non è un bersaglio da
raggiungere, ma una soglia davanti alla quale ci si ferma, attendendo di essere accolti. Evangelizzare non significa accorciare la distanza a ogni costo, ma attraversarla senza cancellarla, custodendo la differenza come lo spazio in cui Dio continua ad agire nel cuore di ciascuno. - Sottomessi a tutti
Il viaggio in Egitto lascia in Francesco una traccia profonda, silenziosa e duratura. Non ne parla nei suoi scritti – come non parlerà mai delle stimmate eppure quell’incontro riaffiora negli anni successivi in alcune scelte e in alcune parole che scrive.
Una prima traccia si coglie in una lettera che scrive, idealmente, a tutti i governanti del mondo, chiedendo loro che ogni sera si annunci pubblicamente la lode a Dio, perché tutto il popolo possa unirsi (cf. Lettera ai reggitori dei popoli, 7; cf. FF 213;). È una proposta insolita, che molti hanno collegato a una tradizione che aveva visto e ascoltato in Oriente: quella voce che, più volte al giorno, richiamava i fedeli alla preghiera. Francesco non copia, ma riconosce qualcosa di buono, lo accoglie e lo rielabora. Lo stesso accade nelle Lodi di Dio altissimo, dove il susseguirsi dei nomi di Dio porta l’eco di una preghiera ancora oggi diffusa nella tradizione islamica (cf. Lodi all’Altissimo; FF 261).
Da questi particolari emerge un tratto molto significativo: nell’incontro con l’altro non c’è solo qualcosa da dare, ma anche qualcosa da ricevere. Da questa consapevolezza scaturisce un atteggiamento di radicale apertura all’altro che Francesco ha sicuramente integrato nella propria comprensione del Vangelo.
9
Nella Regola non bollata, si trova un breve capitolo che indica ai frati il modo in cui devono vivere quando si trovano tra persone di una fede diversa. Francesco scrive che essi devono essere «soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio» (Regola non Bollata XVI, 6; FF 43). È una parola forte, che nel Testamento diventerà ancora più netta: «sottomessi a tutti». Prima di ogni parola, prima di ogni annuncio, c’è un modo di stare in relazione all’altro: non mettendosi sopra, ma scegliendo di stare sotto.
Questa espressione può essere fraintesa. Secondo il Vangelo e nella
sensibilità di Francesco, la sottomissione non vuol dire perdere la propria identità, né rassegnarsi di fronte all’altro per debolezza. È una scelta libera di rispetto e di dialogo. Vuol dire riconoscere che l’altro non è un terreno da conquistare, ma una vita da incontrare, rispettare e accogliere. Chi accetta di porsi in questo modo permette all’altro di aprirsi, di emergere, di mostrarsi per quello che è. Questo modo di porsi, già da solo, è un atto profondamente evangelico.
In fondo, è lo stesso movimento con cui il Figlio di Dio si è presentato e offerto al mondo. L’inno della Lettera ai Filippesi dice che Cristo:
«svuotò se stesso, assumendo la condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Filippesi 2,7-8).
Dio non si è imposto all’uomo, ma gli ha fatto spazio. Non ha custodito
gelosamente la propria grandezza: l’ha consegnata, perché l’altro potesse accoglierla e vivere. È questa la forma dell’amore.
Ecco perché annunciare Cristo da una posizione di superiorità o di controllo rischia di tradire proprio quel Vangelo che si vorrebbe comunicare. La nostra autorevolezza non nasce dal ruolo, ma da una vita che accetta di entrare in questo dinamismo di amore. È ciò che Francesco ha intuito quando ha chiamato i suoi frati «minori»: assegnando loro non un titolo, ma un modo concreto di stare nel mondo. È proprio questa piccolezza, questa umiltà vissuta, a rendere fecondo l’annuncio del Vangelo. Quando non ci imponiamo, ma lasciamo spazio, qualcosa può accadere: negli altri, ma anche dentro di noi. Perché ogni creatura, quando è accolta e non viene forzata, può lasciar emergere il bene che porta in sé — quel bene in cui, in modo nascosto, è già presente il mistero di Cristo.
10 Onnipotente, eterno, giusto e misericordioso Iddio, concedi a noi miseri di fare, per tuo amore, ciò che sappiamo che tu vuoi, e di volere sempre ciò che a te piace, affinché, interiormente purificati, interiormente illuminati e accesi dal fuoco dello Spirito Santo, possiamo seguire le orme del tuo Figlio diletto, il Signore nostro Gesù Cristo, e con l’aiuto della tua sola grazia giungere a te, o Altissimo, che nella Trinità perfetta e nell’Unità semplice vivi e regni e sei glorificato, Dio onnipotente per tutti i secoli dei secoli. Amen.
p. Roberto Pasolini, OFM Cap.
Predicatore della Casa Pontificia

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