Domenica 22 Marzo (DOMENICA – Viola)
V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)
Ez 37,12-14 Sal 129 Rm 8,8-11 Gv 11,1-45
di Don Luciano Labanca🏠home
Il racconto della risurrezione di Lazzaro, nel capitolo 11 del Vangelo di Giovanni, ci mette davanti a una delle esperienze più radicali della vita: la morte. Non solo quella fisica, ma tutte quelle situazioni in cui tutto sembra finire, in cui non si vede più una via d’uscita. Gesù riceve la notizia della malattia dell’amico, “colui che ami”. Eppure, in modo sorprendente, non si affretta ad andare. Anzi, rimane dov’è. È un comportamento che ci spiazza, perché non corrisponde alla nostra logica. Noi correremmo subito, prenderemmo il primo volo. Gesu’ invece no. Qui il Vangelo ci introduce in un mistero: il tempo di Dio non è il nostro. Quando sembra che Egli ritardi, non è assente. Anche quando non lo vediamo, continua ad agire. Anche quando le nostre preghiere sembrano cadere nel vuoto, sono custodite nel suo cuore. Non è una risposta facile, ma è una chiamata alla fiducia totale. Il cuore del lungo brano è l’incontro tra Gesù e Marta. Lei esprime insieme dolore e fede: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto…” e subito dopo: “Ma anche ora puoi…”. Gesù la conduce più in profondità e pronuncia quelle parole, tra le più alte del Vangelo: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno.”. Il Maestro non offre semplicemente una soluzione, ma rivela se stesso. La risposta di Dio non è qualcosa, è una Persona. E poi la domanda decisiva: “Credi tu questo?” È una domanda che attraversa il tempo e raggiunge ciascuno di noi. Non chiede una spiegazione, ma una fiducia. Credere significa affidarsi, anche quando non si capisce, anche quando si attraversa il buio. Davanti alla tomba, Gesù compie un gesto sconvolgente: scoppia in pianto. Dio non resta distante dal dolore umano, ma lo condivide. Un autore antico, Potamio di Lisbona, commenta: “Dio pianse, perché coloro che potevano essere immortali, sono stati condotti alla morte dal peccato” (Discorso su Lazzaro). Le lacrime di Cristo rivelano il volto di un Dio che soffre con l’uomo. E allora nasce una domanda anche per noi: siamo ancora capaci di lasciarci toccare dal dolore degli altri? Di fronte agli innocenti che muoiono, ai poveri dimenticati, ai profughi, alle famiglie ferite, sappiamo ancora commuoverci, o ci siamo abituati? Infine, Gesù grida: “Lazzaro, vieni fuori!” È una parola che chiama alla vita. Il morto esce dal sepolcro. È il segno che anticipa la Pasqua: la morte non è più l’ultima parola. In Cristo, anche ciò che appare definitivamente chiuso può essere riaperto alla vita. Il Vangelo di oggi ci lascia con una domanda che non possiamo evitare: “Credi tu questo?”.
Impegno di Quaresima
In questa settimana di Quaresima ripercorro il cammino. Mi fermo ai momenti di buio e, alla luce di Dio, mi chiedo come li ho attraversati. Ho sempre avuto certezza della presenza silenziosa e attenta di Dio?
Bene-dire (a cura di Mons. Francesco Diano)

«Forse oggi molte persone rifiutano la fede semplicemente perché la vita eterna non sembra loro una cosa desiderabile. Non vogliono affatto la vita eterna, ma quella presente, e la fede nella vita eterna sembra, per questo scopo, piuttosto un ostacolo. Continuare a vivere in eterno – senza fine – appare più una condanna che un dono. La morte, certamente, si vorrebbe rimandare il più possibile. Ma vivere sempre, senza un termine – questo, tutto sommato, può essere solo noioso e alla fine insopportabile.
È precisamente questo che, per esempio, dice il Padre della Chiesa Ambrogio nel discorso funebre per il fratello defunto Satiro: “È vero che la morte non faceva parte della natura, ma fu resa realtà di natura; infatti Dio da principio non stabilì la morte, ma la diede quale rimedio […] A causa della trasgressione, la vita degli uomini cominciò ad essere miserevole nella fatica quotidiana e nel pianto insopportabile. Doveva essere posto un termine al male, affinché la morte restituisse ciò che la vita aveva perduto. L’immortalità è un peso piuttosto che un vantaggio, se non illumina la grazia”. Già prima Ambrogio aveva detto: “Non dev’essere pianta la morte, perché è causa di salvezza…”» (BENEDETTO XVI, Spe Salvi, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2007, 24-25).
Preghiera
Signore Gesù,
tu che davanti alla tomba di Lazzaro
hai lasciato sgorgare le lacrime dell’amicizia
e hai rivelato la potenza della vita che viene da Dio,
accogli la nostra preghiera.
Tu conosci il mistero del nostro dolore,
il silenzio delle attese,
l’oscurità che talvolta avvolge il cuore
quando tutto sembra perduto.
Eppure, proprio lì,
tu ci raggiungi con la tua parola
che apre la strada alla speranza.
Donaci, Signore, la fede di Marta,
capace di riconoscerti come risurrezione e vita
anche quando la morte sembra avere l’ultima parola.
Donaci l’abbandono fiducioso di Maria,
che si getta ai tuoi piedi
portando senza difese il peso del suo dolore.
Tu che hai gridato: “Vieni fuori!”,
continua a chiamarci per nome
dalle nostre chiusure,
dalle nostre paure,
da tutto ciò che ci tiene prigionieri.
Sciogli, o Signore, le bende che ci avvolgono,
liberaci da ciò che ci impedisce di vivere pienamente,
e rendici testimoni della tua vita nuova,
che già ora germoglia nel cuore di chi crede.
E mentre camminiamo tra le prove del tempo,
fa’ che non perdiamo mai la certezza
che tu sei presente,
che tu operi,
che tu conduci ogni cosa verso la vita.
A te, Signore della vita,
che hai vinto la morte
e ci chiami a risorgere con te,
la nostra lode e la nostra fiducia,
oggi e per sempre.
Amen




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