Domenica 29 Marzo (DOMENICA – Rosso)
DOMENICA DELLE PALME (ANNO A)
Is 50,4-7 Sal 21 Fil 2,6-11 Mt 26,14- 27,66
di S.B. Card.Pierbattista Pizzaballa 🏠home
Abbiamo visto, nel Vangelo di domenica scorsa (Gv 11,1-45), che ci sono parole capace di restituire la vita ai morti, di ricreare la vita. Sono le parole che Gesù dice all’amico Lazzaro, chiuso nel sepolcro ormai da quattro giorni dopo: lo chiama per nome e lo libera dalla morte che lo tiene prigioniero.
Ma anche nelle domeniche precedenti, la Quaresima ci ha accompagnato in un crescendo di parole di vita: quelle di Gesù con la Samaritana (Gv 4,5-42), parole senza giudizio, che non etichettano, non condannano, che ricostruiscono una donna spezzata, che la riportano alla verità senza umiliarla, che la fanno diventare testimone. Sono parole che fanno nascere una sorgente.
E poi quelle con il cieco nato (Gv 9,1-41): anche lì parole che liberano dal senso di colpa e che restituiscono dignità. Parole che aprono gli occhi non solo alla vista, ma alla fede, parole che fanno vedere.
Nel brano della Passione di Matteo (Mt 26,14-27,66), il clima cambia.
È un racconto dove molti parlano, molti gridano: i discepoli, i farisei, i Romani, la folla.
Ma sono tutte parole di morte, parole dal suono diverso da quello a cui Gesù ci ha abituato in queste domeniche. La Passione è attraversata da parole che non generano vita, ma che la distruggono.
Troviamo innanzitutto le parole del tradimento.
Sono quelle di Giuda: “Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?” (Mt 26,15).
È la parola che riduce una persona a un prezzo, che trasforma una relazione in una transazione, che uccide la fiducia.
Troviamo poi le parole della fuga e del rinnegamento: “Non lo conosco” (Mt 26,72.74).
Sono le parole di Pietro, che per paura cancella la storia condivisa: è la parola che nega l’amore ricevuto ed è una parola che ferisce più della violenza fisica.
Troviamo poi le parole del potere che giudica: “Ha bestemmiato!” (Mt 26,65).
È la parola del sommo sacerdote, che condanna senza ascoltare. È la parola che usa Dio per eliminare l’altro e che traveste la propria violenza sotto le spoglie di un ineccepibile zelo religioso.
Ci sono anche le parole del disprezzo: “Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso”(Mt 27,42).
Lo dicono in molti: passanti, capi dei sacerdoti, scribi e anziani, così come i ladroni appesi alla croce accanto a Lui (Mt 27,44). È la parola che deride la debolezza, che non comprende la logica dell’amore.
E ci sono le parole della disperazione: “Ho peccato… ho tradito sangue innocente” (Mt 27,4).
Sono le parole di Giuda, parole vere, ma senza speranza. Sono parole che non chiedono perdono, ma si arrendono alla colpa e che trovano davanti a sé le parole del cinismo e dell’indifferenza: “A noi che importa, pensaci tu” (Mt 27,4).
La Passione è piena di parole che uccidono: parole che tradiscono, negano, accusano, deridono, disperano.
In mezzo a questo mare di parole di morte, Gesù pronuncia pochissime parole, che sono tutte parole di vita.
A Giuda Gesù dice “Amico” (Mt 26,50), una parola che custodisce la relazione, che non umilia e che non restituisce il male.
E poi, con Caifa e con Pilato, Gesù pronuncia parole che rivelano la verità senza violenza, e che rimandano a ciò che loro per primi hanno detto: “Tu lo dici” (Mt 27,11). Infine, ci sono parole che entrano nel nostro abisso: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46). È una parola che è ma preghiera.
Le parole di Gesù sono le parole di un uomo mite, che non si difende e neppure accusa, che non usa le parole come un’arma, ma come una rivelazione di sé e di ciò che c’è nel suo cuore.
Ci sono poche parole di Gesù, e tanto silenzio: “Gesù taceva” (Mt 26,63)
Gesù tace, non perché non abbia nulla da dire, ma perché non vuole entrare nella logica della violenza verbale: il suo silenzio è un rifiuto di partecipare al gioco del potere che schiaccia, è un silenzio che non alimenta il ciclo del male e che non vuole ferire nessuno.
Entriamo dunque nella Settimana Santa, ricordando che tutta la Quaresima ci ha educati a riconoscere la voce che dà vita: Gesù che parla alla Samaritana, al cieco nato, a Lazzaro.
Ora, nella Passione, quelle stesse parole di vita si confrontano con le parole di morte dell’uomo, e le attraversano senza spegnersi.
La Settimana Santa ci invita proprio qui: a lasciarci raggiungere dalla Parola che non risponde al male con il male, ma lo trasforma, aprendo in noi lo spazio della risurrezione.




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