IV Meditazione di Quaresima
di p. Roberto Pasolini, OFM Cap. Predicatore della Casa Pontificia
In queste meditazioni di Quaresima, nell’anno in cui la Chiesa celebra l’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi, abbiamo scelto di lasciarci accompagnare dalla figura del poverello nel cammino di conversione al Vangelo. Nelle prime due meditazioni abbiamo contemplato Francesco nella tensione tra la grandezza della sua vocazione e la fragilità della sua umanità: la conversione come cammino di umiltà e la fraternità come luogo concreto in cui quella conversione si verifica e prende forma. Nella terza meditazione ci siamo soffermati sul compito della missione: il modo in cui Francesco ha annunciato il Vangelo non con la forza delle parole o l’efficacia delle strategie, ma con la povertà disarmata di una vita offerta. In questa quarta e ultima meditazione proviamo a guardare il frutto più maturo della sua esperienza: la libertà dei figli di Dio. Non quella di chi si sottrae al rischio e al peso della vita, ma quella di chi ha imparato, gradualmente e attraverso molte prove, che nulla – nemmeno il rifiuto, la malattia o la morte – può mai separarci dall’amore di Dio.
- La perfetta letizia
San Francesco ha vissuto un’esperienza spirituale di grande intensità, ma non lontana dalla nostra umanità. Non è diventato santo perché ha fatto cose straordinarie, ma perché ha imparato a lasciarsi guidare da Dio dentro la concretezza e la povertà della sua esistenza. Per questo la tradizione spirituale è arrivata a definirlo un alter Christus, cioè un uomo che, accogliendo lo Spirito Santo con disponibilità, è diventato somigliante al Figlio di Dio incarnato. Le conversioni, le guarigioni e i segni che sono avvenuti nel suo pellegrinaggio in questo mondo non sono altro che il riflesso di un’immersione piena ed efficace nella grazia della vita nuova in Cristo. Tommaso da Celano dice che, verso la fine dei suoi giorni, Francesco: «non era tanto un uomo che pregava, quanto piuttosto egli stesso tutto trasformato in preghiera vivente» (Tommaso da Celano, Vita Seconda 95; FF 682). Questo non significa che il Santo passasse tutto il suo tempo a recitare formule di preghiera, ma che tutto il suo modo di vivere era diventato come una continua preghiera, cioè esprimeva una relazione stabile, profonda, autentica con Dio. Negli ultimi anni, però, la fede di san Francesco è stata messa alla prova dalla sapienza di Dio. Le fonti raccontano che Francesco ha attraversato una «grandissima tentazione», una crisi lunga e profonda, che lo ha coinvolto «interiormente ed esteriormente, spirito e corpo» al punto che «fuggiva la compagnia dei fratelli, perché, sopraffatto da quella tortura, non riusciva a mostrarsi loro nella sua abituale serenità» (Compilazione di Assisi, 63; FF 1591). IV meditazione Quaresima 2026 2 L’Ordine dei Frati Minori è cresciuto e si è trasformato, e Francesco fa fatica a riconoscere in esso lo spirito che ha animato i suoi inizi. Alla Porziuncola si sente messo da parte, quasi inutile, persino considerato un «idiota». In questo tempo drammatico e tormentato, Francesco apre il suo cuore all’amico e compagno frate Leone. Mentre si trovano insieme a Santa Maria degli Angeli, Francesco elabora ad alta voce il suo dolore raccontando una parabola. Chiede a frate Leone di elencare alcune cose belle che potrebbero rappresentare un vanto per lui e per la Chiesa: numerose vocazioni di frati santi, grande successo nella predicazione, guarigioni, miracoli, stima degli altri. Poi gli dice di scrivere: «in tutte queste cose non è vera letizia». Il compagno, a questo punto, domanda perplesso: ma, allora, «qual è la vera letizia?». Francesco risponde così: «Ecco, io torno da Perugia e a notte fonda arrivo qui, ed è tempo d’inverno fangoso e così freddo che all’estremità della tonaca si formano dei dondoli d’acqua fredda congelata, che mi percuotono continuamente le gambe, e da quelle ferite esce il sangue. E io tutto nel fango e nel freddo e nel ghiaccio, giungo alla porta e, dopo che ho picchiato e chiamato a lungo, viene un frate e chiede: “Chi è?”. Io rispondo: “Frate Francesco”. E quegli dice: “Vattene, non è ora decente questa di andare in giro; non entrerai”. E poiché io insisto ancora, l’altro risponde: “Vattene, tu sei un semplice e un idiota, qui non ci puoi venire ormai; noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te”. E io resto ancora davanti alla porta e dico: “Per amor di Dio, accoglietemi per questa notte”. E quegli risponde: “Non lo farò. Vattene al luogo dei Crociferi e chiedi là”. Io ti dico che, se avrò avuto pazienza e non mi sarò inquietato, in questo è vera letizia e vera virtù e la salvezza dell’anima» (Della vera e perfetta letizia; FF 278). Il racconto ha una struttura semplice e sapiente. Dopo aver elencato ciò che non coincide con la vera letizia, si arriva al punto chiave: la gioia autentica si manifesta quando il rifiuto, l’umiliazione e l’incomprensione non riescono a toglierci la pace. La letizia vera non coincide con quel sentimento che proviamo quando le cose vanno bene e la nostra vita riceve riconoscimento e consolazione, ma nel modo in cui reagiamo nelle circostanze avverse, quando siamo rifiutati ed esclusi. Non si tratta, naturalmente, di diventare insensibili al dolore. Francesco non cerca un cuore anestetizzato, ma scopre di poter avere un cuore libero anche nelle più grandi sofferenze. La felicità non è proteggersi dalla realtà, ma imparare ad accoglierla anche quando ferisce, senza esserne sopraffatti. È lì che la vita cristiana diventa concreta e noi impariamo a custodire una gioia che non dipende da come vanno le cose, ma da come scegliamo di viverle. Lo dice anche l’apostolo Giacomo: «Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la prova della vostra fede produce la pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza mancare di nulla» (Giacomo 1,2-4). IV meditazione Quaresima 2026 3 La risposta che Francesco indica non è fuggire il male, né negarlo, né restituirlo. È qualcosa di più profondo: assorbirlo, senza lasciarlo ripartire da noi verso gli altri. Rifiutarsi di diventare ciò che ci ha ferito. È una via esigente, ma liberante. Perché il male, quando lo riceviamo, tocca sempre qualcosa di vivo dentro di noi. Ed è proprio lì, in quel punto vulnerabile, che può nascere la letizia perfetta: non come assenza di ferite, ma come libertà di non lasciarsi definire da esse. È una libertà che non cancella il dolore, ma gli impedisce di avere l’ultima parola. - La pienezza della vita Questa capacità di scoprirsi lieti anche in mezzo alle tribolazioni non è un traguardo spirituale riservato a pochi privilegiati, che hanno ricevuto il dono di una speciale intimità con Dio. Nel Vangelo, Gesù mostra che questo modo di vivere – liberi persino di fronte all’odio e alla persecuzione – è la forma compiuta della vita nuova nel suo nome. Per questo all’inizio del suo ministero pubblico, era salito su un monte e aveva pronunciato le Beatitudini. Non una legge, ma una promessa. Non un programma di perfezionamento morale, ma la rivelazione di una felicità già all’opera nel cuore della realtà. Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così, infatti, perseguitarono i profeti che furono prima di voi (Matteo 5,3-12). Queste parole, che conosciamo quasi a memoria, sono il cuore del Vangelo, perché smontano definitivamente l’illusione che la felicità dipenda dai traguardi e dai successi che nella vita possiamo raggiungere – magari anche rincorrere. Gesù indica le situazioni più scomode e difficili in cui ci possiamo trovare e afferma che proprio lì si nasconde una misteriosa pienezza di vita. Le Beatitudini non invitano a fuggire dalla realtà né a rimandare la felicità a un futuro lontano. Chiedono di abitare più a fondo ciò che viviamo, anche quando si mostra fragile e incompiuto. Annunciano che la strada verso una vita piena passa dentro la nostra esperienza concreta, dentro ciò che siamo e ciò che stiamo attraversando. Non siamo noi a dover costruire o conquistare la felicità: la beatitudine è una promessa già deposta nella nostra vita, come un dono del Padre. Si tratta di imparare a riconoscerla e ad accoglierla. IV meditazione Quaresima 2026 4 C’è però un aspetto decisivo da sottolineare. Le Beatitudini non parlano soltanto di un domani in cui saremo ricompensati da Dio: dicono che questa vita, così com’è, è già il luogo in cui possiamo assaporare la pienezza della vita. E questo diventa possibile perché quelle parole nascono da uno sguardo preciso: quello di Gesù che ci rivela quello che siamo agli occhi di Dio. Gesù osserva uomini e donne segnati dalla fatica, dalla povertà, dal dolore, dalla ricerca. E proprio su di loro pronuncia una parola di benedizione. È come se dicesse: in quello che siete e in quello che state cercando di vivere, c’è già una pienezza destinata a maturare e a compiersi. Le Beatitudini non tracciano un cammino eroico, ma ci abilitano a offrire un consenso umile a ciò che ci è dato vivere, anche quando costa fatica, solitudine e persecuzioni. Esse affermano che la realtà, così com’è, può diventare un luogo di felicità. Questo significa che la vita non va rimandata né idealizzata, ma accolta nella sua tragica e sublime concretezza. La gioia evangelica non elimina le ferite, ma le attraversa e le trasforma, aprendoci all’amore più grande, quello che perdona. È proprio in questa adesione al reale che si apre una libertà nuova, capace di non dipendere più dalle condizioni esterne. Questo è il cuore delle Beatitudini. Ed è ciò che Francesco ha intuito al termine della sua esperienza umana e cristiana, quando ha svelato a frate Leone con una parabola il luogo in cui abita la gioia più autentica.
- Le conseguenze dell’amore
Nella storia della spiritualità cristiana, i fenomeni mistici nei quali il mistero della sofferenza di Cristo si riflette nel corpo del credente sono stati spesso fraintesi, talvolta temuti, altre volte ridotti a eventi da catalogare come prodigi inspiegabili. Il rischio più sottile è lasciarsi condurre da essi verso un’immagine distorta di Dio: come se avesse bisogno del nostro dolore per essere soddisfatto o glorificato, come se al sacrificio di Cristo mancasse ancora qualcosa, come se
vivessimo ancora in una logica antica di debito ed espiazione.
Sappiamo che le cose non stanno in questi termini. Dio non ha bisogno di nulla da noi, se non che accogliamo il dono del sacrificio di Cristo e, mediante la sua assimilazione progressiva, impariamo a vivere l’amore nella sua pienezza. Quando Dio tocca un uomo in profondità, non sta dunque aggiungendo dolore, ma sta trasformando e trasfigurando quello che è già presente nella sua storia, facendolo diventare un segno e una conseguenza dell’amore.
Con questa consapevolezza possiamo avvicinarci all’evento delle stimmate di Francesco, avvenuto sul monte della Verna tra l’estate e l’autunno del 1224, due anni prima della morte, nel tempo che va dalla festa dell’Assunzione a quella di san Michele. Le fonti raccontano che, al termine di una quaresima vissuta in onore dell’Arcangelo, Francesco ebbe la visione di un Serafino crocifisso e che, da quell’incontro, il suo corpo fu segnato dai chiodi alle mani e ai piedi e dalla ferita al fianco (cf. Tommaso da Celano, Vita Prima, 94-95; FF 485-486). Ma per comprendere ciò che accade alla Verna bisogna guardare alla
condizione in cui Francesco vi giunge. Le ferite erano già presenti in lui, prima ancora di diventare visibili. Il corpo era provato, gli occhi segnati da una malattia che lo stava conducendo verso la cecità. L’anima era attraversata dalla «grande tentazione»: l’Ordine cresceva oltre misura, assumendo forme che egli non riconosceva più, e i frati – generati da lui – si allontanavano dal suo radicalismo evangelico. Si sentiva messo da parte, percepito come un peso.
Saliva sul monte non da vincitore, ma da uomo ferito.
È proprio qui che l’esperienza mistica mostra il suo significato più vero. Dio non interviene aggiungendo nuove lacerazioni, ma trasformando quelle che già abitano la vita. Le sofferenze di Francesco – il fallimento dei suoi progetti, l’incomprensione dei fratelli, la solitudine di chi si è consegnato senza riserve smettono di essere un peso trattenuto dentro e diventano luogo di relazione.
Ciò che sembrava separarlo dagli altri si converte in ciò che lo unisce a Cristo e, di conseguenza, lo riconcilia con i fratelli. Le parole che l’apostolo Paolo scrive alla fine del capitolo ottavo della lettera ai Romani esprimono in modo adeguato questo passaggio cruciale della vita di san Francesco: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? […] Io sono persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né
altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Romani 8,35.38-39). Le stimmate non sono un prodigio da osservare a distanza, né un privilegio riservato a pochi eletti. Sono il segno visibile di una trasformazione interiore: il punto in cui le ferite non si chiudono nella durezza, ma si aprono alla relazione.
Questo è il dono della Verna: le sconfitte dell’uomo – fallimenti, malattie, delusioni relazionali – possono diventare luoghi in cui la nostra umanità cambia. Il dolore non scompare, ma non ha più l’ultima parola. Francesco scende dalla Verna con il corpo segnato e il cuore libero: capace di guardare i fratelli con pazienza, di voler loro bene proprio dentro i loro limiti. È passato dalla morte alla vita. Questa storia, raccontata ancora dopo ottocento anni, è una buona notizia perché riguarda ciascuno di noi. I dolori della vita lasciano in noi segni che non sempre comprendiamo e che spesso facciamo fatica ad accettare. Sono ferite che restano aperte a due possibilità: possono chiuderci nel risentimento o nella fuga, oppure diventare spazi di crescita e di libertà. Nella misura in cui riusciamo ad accogliere le nostre ferite, scopriamo che possono essere trasfigurate dallo Spirito di Cristo per assumere un rinnovato valore simbolico. Restano ferite, ma diventano segno di un’appartenenza più profonda, certificando il nostro essere diventati membra del corpo di Cristo.
Allora le parole di Paolo diventano comprensibili e significative anche per noi: «D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo» (Galati 6,17). La sofferenza non sparisce, ma non ha più il potere di chiuderci. Nel fondo del cuore scopriamo di avere una pace che niente e nessuno ci può togliere. - Sorella morte
C’è un antico detto della tradizione indiana che paragona la vita umana a quattro stagioni: la primavera per imparare, l’estate per insegnare, l’autunno per ritirarsi nella foresta e meditare, l’inverno per imparare a mendicare. Francesco le ha attraversate tutte. Ha imparato nella giovinezza inquieta di Assisi, ha insegnato negli anni della predicazione e della fondazione dell’Ordine, si è ritirato nella solitudine della Verna e dei suoi eremi. Ma è nell’inverno della vita, nei mesi che precedono la morte, che compie il gesto più
difficile: impara a mendicare. Non il pane – quello lo aveva sempre saputo chiedere. Impara a mendicare consolazione, vicinanza, tenerezza. Impara a ricevere.
Negli ultimi mesi Francesco si fece accogliere nel palazzo del vescovo di Assisi. È un dettaglio che colpisce. Quell’uomo che aveva fatto della povertà la cifra della sua vita, che si era spogliato di tutto davanti al padre e al vescovo, accetta ora di essere curato in un luogo protetto. Non è una contraddizione. È la coerenza di chi ha imparato che anche ricevere è un atto di umiltà. La povertà degli inizi lascia il posto a qualcosa di più autentico: la povertà di chi sa di avere
bisogno degli altri sia per vivere che per morire.
In quella dimora dove è ospitato, Francesco chiese ai frati di cantare le lodi di Dio per lenire il suo dolore. Le faceva cantare anche di notte. E quando frateElia gli fece notare che quella letizia avrebbe potuto sorprendere chi lo sapeva prossimo alla morte, Francesco rispose:
«Fratello, lascia che io goda nel Signore e nelle sue Laudi in mezzo ai miei dolori, poiché, con la grazia dello Spirito Santo, sono così strettamente unito al mio Signore che, per sua misericordia, posso ben gioire nell’Altissimo!» (Compilazione di Assisi 99: FF 1637).
Quando poi il medico gli disse che la morte era imminente, volle sapere con certezza: «Dimmi la verità, che cosa prevedi? Non avere paura poiché, con la grazia di Dio, non sono un codardo che teme la morte» (Compilazione di Assisi 100; FF 1638). Alla notizia rispose con una parola disarmante: «Ben venga, mia sorella Morte!». Proprio così aveva chiamato la morte, quando aveva aggiunto
al suo Cantico delle Creature l’ultima strofa:
«Laudato sì’, mi’ Signore, / per sora nostra Morte corporale,/ da la quale nullu homo vivente pò skampare» (Cantico di Frate Sole 27-29; FF 263). Quella parola – sorella – non è una metafora consolatoria. È il frutto di un lungo cammino di riconciliazione. Come dice la lettera agli Ebrei, il diavolo ci tiene schiavi tutta la vita per paura della morte (cf. Ebrei 2,15). Per questo tutti proviamo a scamparla e a fuggirla in ogni modo, finché ci è possibile farlo.
Ma quando l’amore di Cristo riesce a plasmare in noi una vita nuova, quella paura si scioglie lentamente, e la morte cambia volto, trasformandosi nell’ultima e definitiva occasione di conversione: il momento in cui si lascia andare tutto ciò che ancora si trattiene e ci si consegna, senza riserve, allo sguardo giusto e misericordioso del Padre. Consapevole che la fine era vicina, Francesco volle poi lasciare il palazzo del vescovo e farsi portare alla Porziuncola, nel luogo a lui più caro al mondo. Le fonti raccontano che tra i suoi ultimi desideri ci fu anche quello di ricevere la visita di donna Jacopa dei Settesogli, l’amica romana che per anni lo aveva sostenuto con affetto fedele. Per questo le scrisse un biglietto, pregandola di venire a trovarlo e di portargli quei dolcetti che lei sapeva preparare e che lui amava molto. È il gesto di un uomo che desidera ancora, per l’ultima volta, un volto amico e un po’ di dolcezza.
Donna Jacopa arrivò prima ancora che la lettera partisse, ispirata da Dio: «Così ella entrò dal beato Francesco, versando davanti a lui molte lacrime» (Compilazione di Assisi 8; FF 1548). In quella scena – un uomo malato, un’amica in lacrime, i frati intorno, il canto delle laudi nella notte – si compie l’ultimo atto della povertà evangelica di Francesco. Non quella degli inizi, fatta di gesti di rottura radicale, ma la più difficile: quella di chi accetta di essere visto nella propria fragilità, di chi non ha più nulla da dimostrare e nulla da difendere, di chi sa di avere bisogno degli altri per quel passaggio che, alla fine, si affronta da soli. Francesco muore così, dopo aver imparato la lezione più alta: che ricevere è la forma più pura del dono, e che lasciarsi amare fino alla fine è la più grande delle libertà. - Nudo sulla terra nuda
Le biografie ufficiali hanno scelto di narrare la morte di Francesco in modo diverso. Tutto ciò che rimandava a un uomo bisognoso viene attenuato o lasciato sullo sfondo. In esse emerge soprattutto la figura del santo, dell’eroe cristiano, del testimone esemplare della perfezione evangelica. Bonaventura presenta Francesco come colui che «voleva pagare il suo debito alla morte»
(Leggenda Minore 7,3; FF 1386), con la consapevolezza di un cavaliere che va incontro al proprio avversario. La sua intera esistenza appare come un cammino ascensionale verso la pienezza, e la morte come il suo degno compimento. E tuttavia, proprio dentro questo tipo di narrazione alta e luminosa, le stesse fonti conservano un dettaglio che non è possibile cancellare, perché troppo vero.
«Sfinito da quella malattia così grave, che mise termine a ogni sua sofferenza, si fece deporre nudo sulla terra nuda, per essere preparato in quell’ora estrema, in cui il nemico avrebbe potuto ancora sfogare la sua ira, a lottare nudo con un avversario nudo» (Tommaso da Celano, Vita Seconda 214; FF 804).
Nudo sulla terra nuda: non è un’immagine ascetica né una sfida simbolica alla morte, ma il compimento coerente di un’intera esistenza. La spoliazione era stata il filo rosso di tutto il suo cammino: anni prima, in piazza ad Assisi, davanti al padre Pietro di Bernardone e al vescovo Guido, Francesco si era tolto ogni abito, restituendo tutto e scegliendo di non fondare più la propria identità su un possesso, un ruolo, un nome. Quel giorno aveva indossato il saio come si indossa una libertà. Ora, al termine del suo pellegrinaggio, anche quell’ultimo abito non serve più. Non perché venga disprezzato, ma perché non è più necessario. Francesco ha finito il suo viaggio e si è riconciliato, infine, con la propria storia, con ciò che ha vissuto e anche con ciò che non è riuscito a compiere. Non ha più nulla da temere e niente di cui vergognarsi: ogni pagina della sua vita si è lasciata illuminare dalla grazia. Ha combattuto la buona battaglia della fede: è diventato un figlio di Dio autentico.
Nella Scrittura la nudità non è un dettaglio marginale, ma custodisce il
segreto del rapporto tra l’uomo e Dio. «L’uomo e sua moglie erano nudi e non provavano vergogna» (Genesi 2,25): all’inizio la nudità è trasparenza, anzi è la condizione di chi vive senza difese perché riceve tutto come dono. È il serpente a introdurre il sospetto, insinuando che la vita debba essere posseduta e protetta. Da quel momento la nudità diventa vergogna, la morte terrore, e il corpo un luogo di tensione. Eppure, Dio non abbandona l’uomo in questa paura: tutta la storia biblica racconta un Dio che continua a cercare l’uomo per restituirgli fiducia. Cristo porta questa storia al compimento sulla croce, nudo, esposto, mentre continua a benedire. È lì che Dio raggiunge l’uomo nel punto più fragile della sua esistenza e spegne definitivamente il sospetto sulla vita e sulla morte. L’antidoto alla paura non è una difesa più forte, ma il contrario: smettere di difendersi, allargare le braccia e imparare a ricevere.
Francesco ha lentamente assimilato questo segreto, allenandosi per tutta la vita a tornare alla propria nudità creaturale. Ogni spoliazione è stata un atto di fiducia, ogni rinuncia un passo verso una libertà più profonda. Ma la nudità finale della Porziuncola non è soltanto la coerenza di un cammino ascetico: è la riconciliazione di un uomo con se stesso. Nel corso della sua vita Francesco aveva attraversato molte identità – il figlio del mercante, il giovane ambizioso, il cavaliere mancato, il convertito, il fondatore, il predicatore, il malato, perfino l’uomo ferito e frainteso – e ora, disteso sulla terra, tutto questo si scioglie.
Rimane soltanto l’essenziale: una creatura in mezzo ad altre creature, in pace davanti al suo Creatore, bisognosa di tutto e, proprio per questo, pronta a ricevere tutto con gratitudine.
È per questo che la Chiesa lo riconosce santo. Non anzitutto per ciò che ha fatto, ma per ciò che ha saputo diventare. Francesco ha custodito la sua umanità fino in fondo, senza nasconderla e senza irrigidirla. Ha imparato ad accettare la propria fragilità, a vivere come figlio e come fratello, senza più vergognarsi della propria piccolezza. E proprio in questa piccolezza accolta ha trovato la libertà più grande: quella di mettersi a servizio della Chiesa e del mondo con generosità, senza misura, senza calcolo e senza difese.
Conclusione Il cammino di Francesco d’Assisi non è un’eccezione riservata a pochi, ma la forma piena di ciò che il Vangelo promette a ogni battezzato: una vita libera, capace di amare fino alla fine e di attraversare il dolore senza esserne vinta. È una grazia reale, accessibile, che ci consente di riconoscere in ogni realtà – persino nella morte – il volto di un Padre che non ci abbandona mai.
Di fronte a questa testimonianza, il compito di noi pastori è tanto importante quanto delicato. Non possiamo adattare il Vangelo alle nostre paure, ridurlo a una proposta rassicurante o a un insieme di pratiche religiose che ne conservano l’apparenza ma ne svuotano la vera forza spirituale. Offrire un cristianesimo a buon mercato, più facile ma meno esigente, significa privare gli uomini e le donne di ciò di cui hanno davvero bisogno: un cammino in grado di condurre i nostri passi dentro la vita eterna.
Il Vangelo non ci invita a vivere di meno, né a fuggire il peso e la fatica della realtà. Ci autorizza, piuttosto, a desiderare la vita nella maggior intensità possibile, accogliendo con umiltà la croce e il pane di ogni giorno. Il Vangelo non offre scorciatoie, ma ci abilita a un cammino di purificazione e di conversione che conduce alla libertà dei Figli di Dio. È responsabilità dei pastori della Chiesa custodire questa verità senza attenuarla, indicando percorsi che dischiudano le porte verso la piena maturità in Cristo.
In questo anno in cui contempliamo Francesco, lasciamoci provocare dalla sua testimonianza evangelica. Non si tratta di imitarne i gesti, ma di farci inquietare dal desiderio che ha guidato ogni passo della sua vita: conoscere Cristo, «la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti» (Filippesi 3,10).
Onnipotente, eterno, giusto e misericordioso Iddio, concedi a noi miseri di fare, per tuo amore, ciò che sappiamo che tu vuoi, e di volere sempre ciò che a te piace, affinché, interiormente purificati, interiormente illuminati e accesi dal fuoco dello Spirito Santo, possiamo seguire le orme del tuo Figlio diletto, il Signore nostro Gesù Cristo, e con l’aiuto della tua sola grazia giungere a te, o Altissimo, che nella Trinità perfetta e nell’Unità semplice vivi e regni e sei glorificato, Dio onnipotente per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Lascia un commento