Don Luciano Labanca”Seguire Cristo sulle orme di Pietro”

Domenica 29 Marzo (DOMENICA – Rosso)
DOMENICA DELLE PALME (ANNO A)
Is 50,4-7   Sal 21   Fil 2,6-11   Mt 26,14- 27,66

di Don Luciano Labanca🏠home

Il lungo e denso brano della Passione secondo Matteo, che la liturgia ci propone per la Santa Messa della Domenica delle Palme, richiederebbe un approfondimento ampio e articolato, che per ragioni di spazio e di opportunità viene qui affidato alla preghiera personale. Matteo presenta la Passione di Gesù con il suo tocco originale, come del resto fa ciascuno degli evangelisti. Il Gesù di Matteo, nella Passione, appare ieratico, silenzioso, solenne: Egli non subisce gli eventi, ma li governa con fiducia e totale abbandono alla volontà del Padre. Per aiutare la nostra meditazione, tuttavia, vogliamo soffermarci in modo particolare sull’esperienza di Pietro, il capo degli Apostoli. Il suo modo di vivere gli eventi culminanti della vita di Gesù, la sua Passione e morte, è profondamente significativo per noi, sia sul piano spirituale sia su quello esistenziale. Guardando ai suoi movimenti incerti, fino al momento più basso e drammatico del rinnegamento, ciascuno di noi può riconoscere sé stesso nelle pieghe della propria esistenza. Che sia proprio lui, il princeps Apostolorum, il capo dei Dodici, a vivere un’esperienza così drammatica e anche imbarazzante, ci dice anzitutto due cose fondamentali: da un lato, la profonda umanità e storicità della sua figura (nessuno, mosso da intenti celebrativi o agiografici, avrebbe mai descritto la scena del rinnegamento del Maestro, se non fosse vera); dall’altro, la verità, quasi agghiacciante, che non esistono ruoli, uffici o incarichi capaci di proteggerci dal serio rischio di smarrire la strada. Entriamo allora nel vivo della narrazione. Gesù, all’inizio del racconto, dopo la cena, annuncia che sarà abbandonato da tutti nell’ora della prova: tutti saranno dispersi. Pietro, con il suo entusiasmo persino un po’ spavaldo, afferma che non lo avrebbe mai abbandonato. Gesù lo prepara fin da subito: “In verità ti dico, questa notte stessa, per tre volte mi rinnegherai”. Parole che certamente lo avranno ferito, ma che, nella sua sicurezza, egli non sembra prendere sul serio. Così accade anche a noi: quando ci sentiamo al sicuro, pensiamo di non aver bisogno di nulla e ci percepiamo quasi invincibili. È proprio in quei momenti che dovremmo custodire l’umiltà e ricordare la nostra fragilità, perché siamo sempre esposti all’errore e alla caduta. Già nel Getsemani, Gesù prende con sé, più da vicino, Pietro, Giacomo e Giovanni, perché veglino e preghino con Lui. Eppure si addormentano: segno della loro debolezza e della mancanza di vigilanza. Si comincia così a intravedere il crollo, fisico e spirituale, nel momento decisivo della prova. Matteo, parlando di uno dei discepoli che taglia l’orecchio al servo del sommo sacerdote (episodio ricordato anche dagli altri sinottici: Mc 14,47; Lc 22,50), non ne fa il nome; Giovanni, invece, afferma che si trattava proprio di Pietro (Gv 18,10). Dopo l’entusiasmo iniziale, rapidamente svanito, e dopo la stanchezza e il sonno, Pietro reagisce ora con la violenza. Gesù è costretto a richiamarlo all’ordine. Come reagiamo noi di fronte alle sfide della vita? Ci capita, come Pietro, di lasciarci tentare dalla violenza o da forme di giustizialismo? È chiaro che non è questa la via che il Signore indica. Proseguendo nel racconto, vediamo che, quando la situazione si fa difficile, Pietro segue Gesù “da lontano” (Mt 26,59). Meglio prendere le distanze: la vicenda si complica. Non accade forse così anche a noi? Meglio non lasciarsi coinvolgere troppo, essere cristiani sì, ma senza eccessivo impegno. Quando seguire da vicino diventa faticoso e rischioso, si preferisce arretrare, mantenere una distanza di sicurezza. Il peggio, però, deve ancora venire. Accade nella notte, nel cortile del sommo sacerdote. Pietro è lì, nascosto, anonimo; si scalda e osserva come andranno le cose. Ma la situazione precipita: viene riconosciuto. E allora il suo entusiasmo iniziale si dissolve completamente. Prima finge di non capire, poi nega di conoscere Gesù, infine arriva a imprecare e a giurare. È una vera escalation: proprio nel momento in cui sarebbe chiamato a testimoniare il suo amore per il Maestro, per ben tre volte lo rinnega, e lo fa pubblicamente. Questo è un rischio che tutti corriamo. E tuttavia la personalità di Pietro non si esaurisce nel suo rinnegamento. Egli rientra in sé e ricorda (emnèste) le parole di Gesù; poi esce e piange amaramente. È un pianto che guarisce, frutto di una sofferenza positiva (cfr. J. Ratzinger, Gesù di Nazareth, Rizzoli, Roma-Milano 2006, p. 111), che nasce dal riconoscimento della propria colpa e diventa l’inizio di una conversionepiù profonda, di un’adesione più intensa a Cristo. Solo dopo aver attraversato questa esperienza del limite, dopo aver toccato il fondo, Pietro diventa capace di seguire Cristo in modo nuovo. San Giovanni Crisostomo scrive: “Per questo motivo Gesù permette al capo degli apostoli di cadere: per renderlo più umile e condurlo a un amore più grande. Infatti, chi è stato più perdonato, ama di più (cfr. Lc 7,47)” (Commento al Vangelo di Matteo, 82, 4).  L’esperienza di Pietro, dunque, è anche la nostra. Nell’ora della croce, che è l’ora della verità, solo quando, al di là del nostro orgoglio, della nostra fragilità e del nostro peccato, riconosciamo l’amore di Cristo che ci precede, possiamo davvero imparare a seguirlo. Il vero miracolo, allora, è saper riconoscere questo amore, anche nelle ore più buie della vita, della storia e delle nostre relazioni. È questo che ci insegna la Passione di Cristo: l’amore vince tutto, persino la morte. Il Cantico dei Cantici ce lo ricorda con parole indimenticabili: “Forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma del Signore! Le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo” (Ct 8,6-7).

Bene-dire (a cura di Mons. Francesco Diano)

La benedizione delle palme, da cui questa domenica prende il nome, e la processione che ne è seguita vogliono evocare l’ingresso in Gerusalemme di Gesù e la folla che gli va incontro festosa e acclamante. Forse la nostra processione appare un po’ povera rispetto a ciò che dovrebbe rievocare. L’importante, tuttavia, non è prendere in mano le palme e gli ulivi e compiere qualche pas-so, ma esprimere la volontà di iniziare un cammino. Questa scena infatti, che vorrebbe essere di entusiasmo, non ha valore in sé: assume piuttosto il suo significato nell’insieme degli eventi successivi che culmineranno nella morte e nella risurrezione di Gesù. Contiene perciò una domanda che è anche un invito: vuoi tu muovere i passi entrando con Gesù a Gerusalemme fino al calvario? Vuoi vedere dove finiscono i passi del tuo Dio, vuoi essere con lui là dove lui è? Solo così sarà tua la gioia di Pasqua. Entriamo dunque con la domenica delle Palme nella Settimana santa, chiamata anche “autentica” o “grande”. Grande perché, come dice san Giovanni Crisostomo, «in essa si sono verificati per noi beni infallibili: si è conclusa la lunga guerra, è stata estinta la morte, cancellata la maledizione, rimossa ogni barriera, soppressa la schiavitù del peccato. In essa il Dio della pace ha pacificato ogni cosa, sia in cielo che in terra». Sarà dunque una settimana nella quale pregheremo in particolare per la pace a Gerusalemme e ci interrogheremo pure sulle condizioni profonde per attuare una reale pace a Gerusalemme e nel resto del mondo.
La liturgia odierna è quindi un preludio alla Pasqua del Signore. L’entrata in Gerusalemme dà il via all’ora storica di Cristo, l’ora verso la quale tende tutta la sua vita, l’ora che è al centro della storia del mondo. Gesù stesso lo dirà poco dopo ai greci che, avendo saputo della sua presenza in città, chiedono di vederlo: «È venuta l’ora in cui sarà glorificato il Figlio dell’uomo» (Gv 12,23). Gloria che risplenderà quando dalla croce attirerà tutti a sé (C. M. MARTINI, Incontro al Signore risorto, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2009, 159-160).

Preghiera

Signore Gesù,
oggi Ti accompagniamo con i rami in mano e con il cuore colmo di desiderio,
come la folla che Ti veniva incontro
alle porte di Gerusalemme. Ti acclamiamo come Re,
ma Tu non entri nella città con la forza,
non ti imponi con la potenza,
non cerchi applausi o trionfi umani:
Tu vieni nella mitezza,
seduto su un puledro,
portando nel cuore il peso del mondo. O Cristo, Figlio di Dio,
in questa Domenica santa
la nostra voce si fa incerta:
prima canta “Osanna”,
poi ascolta il racconto della Passione,
e si accorge di quanto fragile sia l’amore
quando è messo alla prova. Donaci, Signore,
di non seguirti soltanto quando sei acclamato,
ma anche quando sei rifiutato.
Di non restare fedeli solo quando è facile,
ma di camminare con Te
anche quando la strada si fa oscura. Nel racconto della Passione
vediamo l’uomo che tradisce,
l’amico che rinnega,
la folla che cambia volto,
il discepolo che fugge,
il potere che si lava le mani,
e l’innocente che tace e si consegna. Eppure, in tutto questo,
Tu continui ad amare. Signore Gesù,
fa’ che la tua Passione non resti per noi
solo un racconto ascoltato,
ma diventi una luce che ci interroga,
una parola che ci converte,
una ferita che ci salva. Insegnaci a riconoscerti
nel volto di chi soffre,
nella solitudine degli abbandonati,
nelle croci nascoste delle famiglie,
nelle fatiche di chi non ce la fa più. O Crocifisso,
Tu che hai perdonato chi ti inchiodava,
Tu che hai accolto il ladrone pentito,
Tu che hai affidato tua Madre al discepolo,
insegnaci la misericordia
che non si arrende davanti al male. O Signore,
non permettere che il nostro cuore
sia una Gerusalemme che ti accoglie
solo finché spera in un miracolo. Rendici invece una Chiesa fedele,
che resta con Te nel Getsemani,
che non fugge davanti alla Croce,
che non si vergogna del tuo Vangelo,
e che sa attendere, nel silenzio,
l’alba della Risurrezione. O Cristo, Re umile e sofferente,
accogli oggi la nostra povera lode:
purifica la nostra fede,
guarisci le nostre incoerenze,
donaci un cuore nuovo. E mentre entriamo con Te nella Settimana Santa,
fa’ che ogni passo sia un passo verso la conversione,
ogni parola un ritorno a Te,
ogni gesto un’offerta d’amore. Perché il nostro “Osanna”
non sia soltanto entusiasmo passeggero,
ma diventi fedeltà,
diventi vita donata,
diventi croce portata con Te
e per Te. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.
Amen.


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