Don Paolo Zamengo”A Pasqua rifiorisce la speranza”

Domenica 5 Aprile (SOLENNITA’ – Bianco)
DOMENICA DI PASQUA – RISURREZIONE DEL SIGNORE (ANNO A)
At 10,34a.37-43   Sal 117   Col 3,1-4   Gv 20,1-9

di Don Paolo Zamengo

Stavo pensando all’omelia di Pasquo quando è giunta la notizia che forze di polizia israeliane avevano impedito al patriarca latino di Gerusalemme di raggiungere la basilica del Santo Sepolcro. Un ennesimo atto di violenza in una terra che, dall’abisso in cui è sprofondata, invoca solo Pace.

Abitiamo una notte interminabile che non vede ancora la luce dell’alba. Le tenebre del venerdì santo sembrano rinchiudersi attorno a Gesù. Abbiamo compatito questo «Figlio dell’uomo» che ha sofferto il nostro stesso inferno. La sua passione non era stata solo un ingiusto processo con una
condanna scritta per invidia e gelosia.
L’obbrobrio che Gesù ha patito era di aver affrontato la morte come un senza Dio. Questo fu il giudizio di coloro che passavano sotto la croce: «Dio lo ha abbandonato!» Le ultime parole che Gesù aveva gridato dalla croce erano salite al cielo come una spada affilata che domanda di
penetrare misteri insondabili: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»
Gesù, mandato a cercare ciò che era perduto, si era identificato con la nostra angoscia, con le nostre paure, con le nostre ribellioni, perdendosi nelle regioni più lontane da Dio. La croce non è solo un terribile strumento di tortura, ma è anche il simbolo delle nostre folli alienazioni, delle
nostre disperate partenze per regioni lontane. 
Ma sulla croce oltre l’amore misericordioso di Dio, era risuonato anche un altro grido, elevato al cielo da Gesù con tutto il fiato che gli era rimasto: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito».
L’abisso della disperazione era diventato la terra, fecondata dallo Spirito, che preparava l’incredibile evento della risurrezione. La morte non poteva inghiottire Colui che aveva dato testimonianza di un amore più forte della morte. La croce si tramutava in vessillo di vittoria sotto il
quale si radunano tutti i figli di Dio che sono dispersi.
Gesù era stato deposto nel sepolcro da Giuseppe di Arimatea, un fariseo diventato lui stesso discepolo, se pur di nascosto. Avevano vegliato Gesù solo le donne che erano venute con lui dalla Galilea. Tutti gli altri, quelli che Gesù stesso si era scelto, erano fuggiti. L’evangelista Luca ha scritto
che, quando Gesù fu deposto nel sepolcro, «già splendevano le luci del sabato», come se le lanterne accese per illuminare la festa dei Giudei già annunciassero, nella trepida attesa delle donne, l’avvento di un nuovo giorno, acceso da una luce divina. 
Questo morto che le donne vegliavano non era morto. Era sceso sino ai confini del nulla, in quella profondità che è da temerari sondare perché sono il luogo del totale vuoto di amore. Con la strada
aperta dalla croce, aggrappato ad essa, Gesù era sceso fin nelle profondità dell’abisso. Gesù è colui che, avendo perduto una pecora del gregge, si mette alla sua ricerca dappertutto. La cerca «finché non la trova».
Oggi sembra a molti che il sacrificio di Cristo sia stata un’offerta del tutto inutile e la fede nella risurrezione un’utopia per sognatori, per gente che non abita questa terra. Viviamo in un mondo che ha espulso Dio dal suo orizzonte e ci troviamo sempre più soli e disperati, storditi dal dilagare della violenza.
Oggi assistiamo impotenti al massacro quotidiano di migliaia e migliaia di innocenti. L’umanità viene negata, umiliata e assassinata ogni giorno, in tante regioni della terra: non più esseri umani ma solo numeri per legittimare dottrine militari, alleanze opportunistiche, giustificazioni
geopolitiche, linguaggi tecnici con cui nascondere la vergogna (Card. Mimmo Battaglia).
Il sangue di questa umanità irrora le viscere della terra. Ѐ come un seme di vita piantato su un terreno desertico, che proprio per questa presenza diventa terreno fecondo, capace di portare frutto. Il sangue dei martiri è come un pugno di lievito che farà fermentare tutta la pasta. Il sangue
dei martiri è promessa di risurrezione. Come il sangue di Gesù.
 Gesù, il Risorto dai morti, ci chiama con dolcezza, come fece con Maria Maddalena: nel momento in cui lui pronuncia il nostro nome, lo riconosciamo presente e vivo. Lo riconosciamo presente,
nell’ora della sera, in una locanda come tante altre, quando siede a tavola con due pellegrini e spezza il pane per loro. 
Tutta la nostra storia se attraversata lasciandoci afferrare dalla mano forte del Signore risorto, può diventare cammino di risurrezione. Le ferite diventano feritoie di luce. La Pasqua è come un mandorlo che fiorisce tra le rovine. O come l’albero di aranci, incendiato dalla violenza dell’Isis,
che è stato visto miracolosamente rifiorire nel giardino dei monaci di Qaraqosh, in Iraq. 
Intorno al monastero tutto era ancora rovina e distruzione, ma loro, i monaci, gli uomini dallo sguardo penetrante, avevano visto fiorire la speranza.


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