Sorella Michela Arnone DOMENICA DI PASQUA – RISURREZIONE DEL SIGNORE (ANNO A)Commento

Domenica 5 Aprile (SOLENNITA’ – Bianco)
DOMENICA DI PASQUA – RISURREZIONE DEL SIGNORE (ANNO A)
At 10,34a.37-43   Sal 117   Col 3,1-4   Gv 20,1-9-

VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA (ANNO A)
Es 14,15- 15,1   Da Es 15,1-18   Rm 6,3-11   Mt 28,1-10

di Sorella Michela Arnone

La sovrabbondanza di letture, che la liturgia ci popone per accostare questo grande mistero rivelato della Resurrezione di Gesù, ci fa comprendere subito che ci troviamo al cuore del cristianesimo, nelle maglie più profonde di quell’agire di Dio a cui ogni parola della Scrittura conduce, in cui ogni parola si illumina e comprende, ogni azione di Dio e degli uomini trova il suo posto, il suo valore, la sua chiave interpretativa. La Resurrezione è la chiave, questa è l’immagine che vogliamo usare per leggere oggi questo annuncio che incontra ancora le nostre vite; un annuncio che ci troverà ad ascoltarlo quali persone diverse dall’anno scorso. Un annuncio che chiede il coinvolgimento del nostro cuore e della nostra mente, per essere abbracciato e poter illuminare oggi le nostre speranze, i nostri sogni, le nostre delusioni, i nostri peccati, le nostre incomprensioni sulla vita, sull’altro, su noi stessi. L’itinerario della Quaresima ci ha guidati, piano piano, a contatto con un Gesù che svela la verità del nostro cuore e ci converte, che apre gli occhi a chi riconosce di essere cieco e di volere la salvezza, che riporta la vita – fisica e spirituale – a chi giace ormai nella tomba ma che da Dio è amato. Tutto questo riceve un compimento – secondo una parola cara all’evangelista Matteo – proprio nel racconto della Passione di Gesù e della sua Resurrezione. A partire da quest’ultima, tutto può essere riletto, tutto si fa chiaro; tutto l’operato di Gesù, riconosciuto gradualmente quale Figlio di Dio, ora trova il suo sbocco più pieno.

Questo non significa che la Resurrezione è qualcosa che l’uomo poteva aspettarsi: ciò che avviene supera di gran lunga ogni attesa e ogni vivida immaginazione; eppure, Dio Padre interviene, nei suoi modi inaspettati come in tutta la storia della salvezza, svelandosi all’uomo nella sua verità di Dio e svelando anche all’uomo chi è l’uomo, come è stato pensato da Dio e cosa può essere. «E vide che era cosa molto buona», ci ridice la Genesi in merito all’uomo nel racconto della creazione che leggiamo nella Veglia. Nel riascoltare queste parole mettiamoci dentro tutta la bellezza che l’uomo porta, tutta la bellezza che sa creare; pensiamo a tutta quella pienezza di vita che dipende dal suo venire da Dio e dal desiderio di vita che Egli ha per l’uomo suo figlio. Eppure, nonostante ciò, la storia degli uomini è piena anche di dolore, fatiche, male reciproco che ci si infligge, piena di peccato; e Dio, a partire da Israele, ha seguito l’uomo provando a mostrargli da una parte che le vie del male e del peccato che egli intraprende gli portano solo sofferenza e dall’altra che Egli lo ama o lo vuole salvare, lo vuole liberare, gli vuole dare, ancora e ancora, quella vita che gli ha consegnato all’inizio.

Il sacrificio di Isacco, la liberazione dall’Egitto, i passi profetici in cui si promette al popolo la gioia della sposa unita al suo sposo, della Parola che non torna a Dio prima di aver operato ciò per cui è stata inviata, dell’alleanza eterna con l’uomo, del cuore nuovo che verrà donato… Sono tutti passaggi cruciali nella storia della salvezza di Israele che ora, di fronte a quel sepolcro vuoto, prendono il loro senso definitivo; è così, è veramente così come era stato promesso! Dio viene e ci salva, ci libera, concretamente, dalla morte e ci da una vita altra, nuova, santa; oggi e anche domani, quando anche noi attraverseremo la nostra morte. Tutte quelle liberazioni che si sono alternate nella storia di Israele e nelle quali Dio si è rivelato sempre come “go’el” (liberatore) e come salvatore in tante situazioni diverse, ora confluiscono qui: Dio salva l’uomo, a partire dal Figlio suo, ridando la vita dopo la morte. Gli uomini al massimo si sarebbero aspettati che Dio salvasse Gesù dalla morte; così gli gridano tanti, durante la sua passione, sbeffeggiandolo per quello che sta subendo. E invece la via di Dio è un’altra, è più forte, è più radicale, è definitiva; è la Resurrezione della carne, quella alla quale siamo invitati a credere a partire dall’evento di Gesù che sta al centro del mistero cristiano. Non si tratta dell’immortalità dell’anima, alla quale credevano già i greci, non si tratta del disprezzo per questa vita a favore di una vita dopo, si tratta della chiave che dà valore a questa vita di quaggiù e che apre a una vita dopo, con un corpo, una vita nella quale l’uomo nella sua persona completa continua a vivere, seppure in un’altra dimensione.

Quell’uomo Gesù è colui che ha scelto l’amore sopra ogni cosa, un amore concreto e costoso, un amore che significa rinunciare a vincere a favore dell’altro e consegnarsi fino all’estremo, un amore che è sprecato per il mondo, come il profumo della donna di Betania, un amore che è folle per il mondo e le sue logiche, come l’agire di Giuda e degli altri discepoli mostra, un amore che sa perdere e non auto-conservarsi immolando tutto il resto. L’amore che Gesù ha mostrato all’uomo, prima con la sua vita e poi con la sua Passione, è il vero volto di Dio, rivelato in maniera definitiva. Il Padre, così, nell’immenso dolore che è il dolore del Figlio – la nostra fede non teme di parlare di un Dio che soffre con noi – si è chinato sul corpo morto del Figlio e di nuovo gli ha sussurrato: “Ecco il mio Figlio, nel quale mi sono compiaciuto”. E così, in quelle parole, in quella vicinanza del Padre, il Figlio ha riavuto la vita, si è svegliato per sempre da quella morte che vuole tenere prigionieri gli uomini. Questo momento i Vangeli, in realtà, non ce lo raccontano, come in effetti sia avvenuto possiamo solo immaginarlo noi, nell’intimo del cuore e della preghiera, sapendo però che un uomo come Gesù non poteva rimanere prigioniero della morte; quell’uomo, figlio di Dio, è il compiacimento del Padre!

 I vangeli, invece, ci raccontano della scoperta di quella tomba vuota e di una donna, prima protagonista di questa scoperta in tutti i racconti, leggermente difformi tra di loro: è Maria di Magdala. Da sola o insieme ad altre donne va al sepolcro di mattina presto, vuole ungere il corpo di Gesù o vuole solo piangere lì, vicino al luogo in cui è sepolto quell’uomo amato, fonte delle sue speranze e delle speranze del suo popolo. Deve essere stato tragico quel lungo sabato di silenzio, in cui non poteva muoversi, non poteva fare nulla, non poteva andare da lui. Allora, appena inizia il nuovo giorno, ella va… e non sa ancora che è veramente iniziato il nuovo giorno, il giorno 1 a partire dal quale il mondo non sarebbe stato più lo stesso, perché la morte attraversata e vinta da Gesù significa possibilità anche per noi, in Lui, di attraversare e vincere la morte. La pietra è rotolata, primo elemento strano che Maria nota; quell’evento spirituale che è la resurrezione non è solo spirituale, è molto concreto, molto materiale, molto reale. E Gesù non è pronto lì fuori subito a imporsi con la più grande verità della storia del mondo… non c’è, ci sono solo i segni di ciò che è avvenuto, segni concreti e materiali ma che vanno letti, interpretati. «Riconoscerete che sono il Signore quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri» aveva detto Ezechiele; «il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia», aveva detto Isaia; «Il mio Dio ha mandato il suo angelo che ha chiuso le fauci dei leoni ed essi non mi hanno fatto alcun male, perché sono stato trovato innocente davanti a lui» aveva detto Daniele al re uscendo vivo dalla fossa dei leoni. Sì, innocente: Gesù è stato trovato innocente da quella morte che pure lo ha colpito nel fisico. E da quella morte Dio lo ha liberato.

Pietro e Giovanni chiamati da Maria (nel vangelo di Giovanni), Maria di Magdala e altre donne direttamente (in Luca e Marco) o invitate dalle parole dell’angelo (in Matteo), tutti devono entrare nel sepolcro… Lì, dove tutto è avvenuto, ci sono i segni ulteriori, silenziosi e incredibili, della Resurrezione di Gesù; ci sono i teli e la benda che era sul capo di Gesù, sono lì, svuotati. Se fosse stato portato via il suo corpo morto, non avrebbe avuto senso toglierli e portarsi il cadavere nudo. Essi, invece, sono come svuotati, appunto, e testimoniano, a uno sguardo di fede, quella morte che è stata lasciata, è stata abbandonata. Solo nel racconto di Giovanni, che si legge la Domenica di Pasqua, non ci sono parole ad accompagnare quel segno con cui Pietro e Giovanni lasciano il sepolcro; sarà Maria a incontrare Gesù che si mostrerà diverso (ella non lo riconosce subito) ma che è proprio lui (lo chiama Rabbunì). È vivo, ha il suo corpo, è la stessa persona ma sta evidentemente in una nuova dimensione. Nel racconto di Matteo, che si legge nella veglia (come nel racconto di Luca e Marco) c’è una voce che dà voce all’accaduto: è un angelo che fa rotolare la pietra, è un giovane in Marco, sono due uomini dalle vesti sfolgoranti in Luca. Fatti e parole intimamente connessi, potremmo dire: Gesù è risorto, è vivo, non è qui. Non va cercato tra i morti. Questo messaggio deve arrivare ai suoi, ai discepoli, che poi Gesù stesso incontrerà. La gioia esplode, di fronte a tutto questo; esploda anche per noi. Esploda perché quel desiderio profondo di felicità, di gioia, di pienezza, di vita che ci abita può essere incanalato, esaudito, trovare senso, trovare realizzazione. Quelle dinamiche che si muovono di fronte alla morte e che erano emerse con chiarezza nel racconto su Lazzaro, ora possono essere radicalmente superate! Siamo fatti per la vita, quella eterna; siamo fatti per Dio, quello rivelato in Gesù Cristo. E Gesù è la via, se davvero desideriamo la vita!

La Resurrezione, perciò, come ha fatto con i discepoli, ci invita a ricominciare, a ritornare alle prime pagine del Vangelo per rileggere tutta la vicenda di Gesù per capirne il suo intimo significato… e il suo intimo significato per noi, per la nostra persona, per la nostra storia personale, per la nostra concretezza.

«C’è qualcuno che desidera la vita e vuole giorni per gustare il bene?» chiede il salmo 34. Rispondendo «io», con oggi sappiamo in maniera definitiva, sempre nella fede, che Egli è la via, ha vinto lui, quel Galileo che è l’unigenito figlio di Dio, che è il Cristo, ieri, oggi e sempre.


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