Don Paolo Scquizzato OMELIA PASQUA DI RISURREZIONE

Domenica 5 Aprile (SOLENNITA’ – Bianco)
DOMENICA DI PASQUA – RISURREZIONE DEL SIGNORE (ANNO A)
At 10,34a.37-43   Sal 117   Col 3,1-4   Gv 20,1-9

di Don Paolo Scquizzato🏠home

Alcune donne e alcuni uomini, per un breve tratto di tempo, hanno camminato accanto a Gesù di Nazareth, lungo strade aride e polverose. Eppure, ciò che accadde in quel tratto di vita non appartiene alla polvere, ma al fuoco.

Dev’essere stata un’esperienza capace di scardinare l’esistenza dalle sue abitudini, di spezzare l’inerzia del vivere. Non un insegnamento tra altri, non una morale più alta, ma qualcosa di più radicale, paragonabile ad un risveglio.

«Deve aver avuto l’effetto di un ridestarsi dopo un lungo sonno, come un appello ad abbandonare la non-vita per entrare nella realtà, come un lacerare sogni angosciosi, come un aprire gli occhi alla luce. Con Gesù accanto quelle donne e quegli uomini percepirono che la vita merita d’essere vissuta, perché colma di promessa di infinito, perché finalmente amate, accolte, ridestate alla dignità, perché oggetto di amore da sempre» (Eugen Drewermann).

Chi l’ha incontrato davvero, non ha semplicemente cambiato idea: ha cambiato stato dell’essere. Ha compiuto un passaggio di soglia. Il tempo ha cessato di essere una linea che scorre, lo spazio ha smesso di essere distanza. Tutto si è raccolto in un presente vivo, vibrante, senza margini. Un presente che non passa.

E qualcosa di questo, in fondo, lo conosciamo anche noi. Accade quando, anche solo per un istante, ci sentiamo interi. Quando l’amore ci raggiunge senza condizioni. Quando smettiamo di difenderci e, senza sforzo, siamo. In quei momenti non siamo più separati: né dagli altri, né da noi stessi, né dal tutto.

È come se per un attimo cadessero le distinzioni che ci tengono frammentati: dentro e fuori, sopra e sotto, io e altro. E ciò che resta è una semplice, luminosa evidenza: partecipiamo della stessa essenza che tutto genera e tutto attraversa.

Forse è questo che chiamiamo risurrezione. Non un evento da collocare altrove, ma uno stato di coscienza. Un aprirsi alla consapevolezza di essere immersi – e costituiti – da ciò che è senza confini: l’Uno, il Tutto.

La morte, allora, non è prima di tutto un fatto biologico. È dimenticanza, sonno. È vivere senza ricordare chi siamo.

Vivere da risorti significherà dunque abitare il quotidiano con questa memoria viva.

Significa attraversare i giorni da desti, non più identificati con le nostre paure, i nostri ruoli, le nostre storie e illusioni, ma radicati in una profondità che non può essere ferita.

È lasciar emergere, nel gesto più semplice, quella qualità dell’essere che chiamiamo divina.

In fondo, si tratta di rispondere a ciò che continuamente ci chiama: «il divino che chiama e dona potere alla vita umana per infrangere le barriere che ci imprigionano in una percezione distorta di ciò che significa essere umani, mettere da parte i confini che abbiamo creato nella nostra ricerca umana di sicurezza, andare oltre questi confini ed entrare nel significato di Dio» (John Shelby Spong).

E allora la domanda non è più se la risurrezione sia avvenuta o meno duemila anni fa. Ma se siamo disposti, oggi, a vivere da risvegliati, ossia da risorti.


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