Rev. D. Enric CATALÁN(Sant Cugat del Vallès, Barcelona, Spagna)
Oggi celebriamo il grande riposo del Sabato Santo. All’interno del «triduo» pasquale, spesso concentriamo l’attenzione sulla Passione o sulla Risurrezione del Signore, ma dimentichiamo facilmente il legame che unisce questi due avvenimenti: il Sabato Santo. Forse accade perché il silenzio profondo di questo giorno viene rapidamente soffocato dal rumore del nostro mondo. E tuttavia è proprio in questo silenzio che la parola acquista senso. La morte di Gesù non è simbolica: è reale. Non si è soltanto solidarizzato con i vivi — nella sua incarnazione — ma, dal sepolcro, anche con i morti.
Una donna della parrocchia di Sabadell (Spagna) visitava il cimitero ogni sabato; diceva che le piaceva la pace del luogo. E infatti “cimitero” significa in greco “dormitorio”, luogo di riposo dopo una grande attività. Ieri — Venerdì Santo — Gesù completava l’opera della redenzione. Oggi, nel sepolcro, riposa. Non agisce. È puro abbandono fiduciale. Si abbandona nelle mani del Padre, sapendo che sarà liberato.
La discesa di Cristo va oltre il sepolcro: scende agli inferi, nell’abisso, nel regno dei morti. Come Giona dentro il mostro marino, Gesù conosce la morte dall’interno, la esplora, così come anche noi faremo un giorno. Ma il Sabato Santo non afferma soltanto che il Figlio di Dio ha riposato tra i morti, afferma anche che ne è ritornato. Il Padre non lo ha lasciato in quel regno, ma lo ha liberato dalle sue catene. Il mostro della morte non ha potuto trattenere prigioniero Colui che il Padre ama.
E se non ha potuto trattenere Lui, non potrà trattenere neppure coloro che hanno ascoltato la sua voce: i giusti che riposavano nella morte. Questo è il mistero profondo del Sabato Santo, un silenzio più eloquente di mille parole. Prepariamoci, in questo silenzio, alla Pasqua. Alla parola rinnovata che ascolteremo questa notte. «Per questo gioisce il mio cuore ed esulta la mia anima; anche il mio corpo riposa al sicuro» (Sal 16,9).



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