Figlie della Chiesa Lectio II DOMENICA DI PASQUA o della Divina Misericordia

Domenica 12 Aprile (DOMENICA – Bianco)
II DOMENICA DI PASQUA o della Divina Misericordia (ANNO A)
At 2,42-47   Sal 117   1Pt 1,3-9   Gv 20,19-31

di Figlie della Chiesa🏠home

In questa seconda Domenica di Pasqua la Liturgia ci offre un percorso guidato da alcuni termini che si ripetono all’interno degli Atti degli Apostoli e nella Prima Lettera di san Pietro, per guidarci poi al Vangelo.

La prima lettura ci raccontata la vita delle prime comunità cristiane: ciò che colpisce è la ripetizione, per ben quattro volte, della parola tutto/tutti, come a significare che ciò che stava avvenendo non lasciava fuori -o indietro- nessuno.

“Un senso di timore era in tutti […]. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno”… “lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo”. Questo spunto ci aiuta a riflettere sul nostro senso comunitario e su quanta consapevolezza abbiamo dell’universalità della Chiesa. Potremmo farci alcune domande:

  • Sento la dimensione comunitaria, al di là dell’appartenenza alla mia parrocchia o alla diocesi?
  • Comprendo il mio essere chiamato/a a vivere in fraternità e nella semplicità?

Un altro termine che emerge negli Atti degli Apostoli è: perseveranza: “[Quelli che erano stati battezzati] erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere”. E ancora: “Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore”.

È chiaro che il cammino dei nuovi battezzati era caratterizzato dalla perseveranza: tale termine potrebbe risultare a noi “scomodo”, quasi fastidioso. Sentiamo spesso parlare di “motivazione” ad agire, a fare cambiamenti, a migliorarci, ma poi pare che non succeda nulla… Forse la chiave di tutto sta proprio in questa parola in controtendenza, ossia costanza/perseveranza, che comporta l’impegno a continuare a fare, quotidianamente, ciò che ci è richiesto: questo vale in ogni situazione, compreso il nostro cammino all’interno della Chiesa. Allora possiamo interrogarci:

  • Mi rendo conto che il mio cammino di cristiano è fatto di piccoli passi possibili e quotidiani, e non di grandi stravolgimenti?
  • Sono consapevole che la mia perseveranza dipende molto da quanto mi lascio accompagnare dalla Chiesa universale?

Nella seconda lettura, tratta dalla prima lettera di Pietro, troviamo ripetuto, diverse volte, il termine fede: “Dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede”; “[…] affinché la vostra fede, messa alla prova […] torni a vostra lode, gloria e onore, quando Gesù Cristo si manifesterà”; e ancora: “Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime”.

Attraverso la fede siamo custoditi dal Maligno; quando viene messa alla prova, ricordiamo che Dio è più potente; soprattutto non dobbiamo mai dimenticare che la meta, il traguardo della nostra fede è la salvezza: della nostra anima e di quella degli altri!

Ci possiamo allora domandare:

  • Anche se spesso fatico a capire e sono messo alla prova, mi fido del Signore che mi custodisce?
  • Vivo la vita puntando dritto alla meta, cioè la santità? che non è altro se non la felicità che Dio ha pensato per me?

Con queste tre parole chiave approdiamo al Vangelo, che mette in primo piano la figura dell’apostolo Tommaso.

Il non essere stato con i suoi “fratelli”, “la sera di quel giorno” (della Resurrezione) gli aveva fatto perdere l’occasione di incontrare subito il Signore Risorto; Gesù però non lo lascia indietro e, otto giorni dopo, quando i discepoli sono tutti riuniti di nuovo e c’è anche Tommaso, Lui torna e dà di nuovo il Suo grande annuncio di Pace!

Sottolineiamo il fatto che Tommaso, sebbene pieno di delusione e tristezza, e anche se non riesce a credere a ciò che gli viene riferito dagli altri discepoli, non abbandona però il campo, non si ritira nell’isolamento, ma persevera e ritorna nel cenacolo, insieme agli altri, otto giorni dopo.

Il fatto di esserci, nonostante la sua conclamata incredulità, gli consente di esperimentare l’incontro con il Risorto e di fare la prima, più grande professione di fede del Nuovo Testamento: «Mio Signore e mio Dio!» senza neppure toccare i segni dei chiodi, a differenza di quanto aveva detto, “solamente” vedendo Gesù che stava in mezzo a loro.

Tommaso, detto Didimo -che significa gemello- è allora l’emblema del nostro fratello nella fede: ogni volta che ciascuno di noi, all’interno della Chiesa vive insieme a tutti gli altri credenti l’incontro con il Signore, nonostante le fragilità e cadute, persevera come Tommaso e torna a fidarsi del Signore e a vivere la santità con gioia.

Buona Pasqua a tutti!


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