Don Paolo Zamengo”La Pasqua di Tommaso”

Domenica 12 Aprile (DOMENICA – Bianco)
II DOMENICA DI PASQUA o della Divina Misericordia (ANNO A)
At 2,42-47   Sal 117   1Pt 1,3-9   Gv 20,19-31

di Don Paolo Zamengo

Ci aspetta una lettura attenta del brano del vangelo di Luca, una
lettura non condizionata dal fatto che noi sappiamo come andrà a
finire e cioè che i discepoli si arrendono all’evento della risurrezione.
La lettura attenta ai particolari non può non lasciare in noi una certa
sorpresa: la sorpresa della gradualità. Come è lento il cammino della

fede! Come fatica a entrare nel cuore dei discepoli la convinzione che Cristo Gesù è risorto. Noi oggi schiavi dell’immediato, noi decisionisti anche della fede, ci saremmo, a buon diritto, spazientiti. Ma come? Gli apostoli che avevano appena finito di dire che Gesù è apparso a Simone e ora che arrivano due loro amici a dire di averlo riconosciuto nella locanda a Emmaus, ora appare in mezzo a voi, e qual è la loro reazione? Stupiti e spaventati, credete di vedere un fantasma? Lo avete sentito dire: “Pace a voi” e ancora sorgono dubbi nel vostro cuore? Vi ha detto: “Toccatemi e guardate”, e vi ha mostrato le mani e i piedi, ma di voi è scritto: “… ancora non credevano ed erano stupefatti”. Noi, confessiamolo, ci saremmo spazientiti molto prima. Ma Gesù no! Gesù, a differenza nostra, conosce la gradualità della fede e del cuore. Dalla fretta nascono convinzioni fragili o anche esclusioni, edifici fondati sulla sabbia. Dobbiamo fermarci sulle strade della fede, le vie che, secondo Gesù, portano dalla sensazione di essere davanti un fantasma, alla percezione intensa di avere un compagno di strada, il Vivente, di avere la fede che fa dire: “è vivo”. Gesù preferisce tre itinerari. Il primo è quello nell’invito: “Toccatemi e guardate”. Sono parole e azioni che abbiamo cancellato dall’esperienza religiosa, ridotta, quasi esclusivamente, imprigionata forse nel territorio delle nozioni, con un approdo fondamentalmente razionalistico. Percorsi in cui entra la testa, ma non entrano le mani -“toccatemi”-, non entrano gli occhi -“guardate”-. Mentre la fede nel Signore risorto è scoperta anche per le mani, è scoperta anche per gli occhi, fa vibrare anche il cuore! È vero che “toccare e guardare”, secondo il racconto, non bastano a dissipare i dubbi, ma non dobbiamo censurare ogni “guardare e toccare”. Poi è l’invito che ci fa Gesù: “Toccate, guardate”. Forse rimane un interrogativo: in che cosa e come, oggi, tocchiamo il Signore risorto? Oggi forse non diciamo più “toccate e guardate”, perché siamo diventati incapaci di leggere i segni della risurrezione nel nostro tempo. In questo terribile tempo che viviamo. Il secondo itinerario sta nelle parole: “Avete qui qualcosa da mangiare? E mangiò davanti a loro”. L’esperienza della fede nasce dal mangiare e non solo dal digiuno: dal mangiare davanti al Signore… Gesù ha legato la sua vita al banchetto. Il banchetto come segno di amicizia. Il banchetto con noi, nel gesto della confidenza, dell’affetto, della donazione. Mangiare con Gesù è il segno che Gesù è vivo. E c’è un ultimo passaggio: “Aprì loro la mente a comprendere le Scritture”. Che peccato che per secoli il libro delle Scritture sia rimasto un libro chiuso. “L’ignoranza delle scritture – diceva S. Gerolamo – è ignoranza di Cristo”. Ritorniamo alla Bibbia, allora, anche a piccoli passi ma ritorniamo. E capiterà anche a noi, come ai discepoli di Emmaus, di sentire ardere il cuore, di sentire Cristo vivo e in cammino con noi, sulle strade del mondo, sulla strada della nostra vita. Fides ex auditu, lo sappiamo. È accogliere una notizia per la credibilità dei testimoni. Siamo tutti Tommaso, in lui tutti richiamati e più di lui beati. Una questione di cuore, diceva Saint-Exupery. Tommaso fu strafelice di essere rimproverato nel vedere lui stesso Gesù otto giorni dopo come oggi. Ma la beatitudine è sapere che Gesù è vivo, visto o non visto: il sentimento della vita cambia. Grazie, Tom.


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