Domenica 12 Aprile (DOMENICA – Bianco)
II DOMENICA DI PASQUA o della Divina Misericordia (ANNO A)
At 2,42-47 Sal 117 1Pt 1,3-9 Gv 20,19-31
di don Lucio D’abbraccio
È sera. Le porte del cenacolo sono sprangate. I discepoli sono chiusi dentro, avvolti da un timore che paralizza e toglie il respiro. È la paura di chi si scopre fragile, incapace di reggere il peso degli eventi, prigioniero del proprio fallimento. Avevano abbandonato il Maestro nell’ora della croce, e la colpa grava come un macigno. Eppure, proprio in quella stanza sbarrata, accade l’imprevedibile: «venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”». Non forza l’ingresso, non chiama dall’esterno; attraversa ciò che l’uomo non riesce più ad aprire e depone il suo Shalom, non un augurio consolatorio, ma la proclamazione del trionfo sulla morte. È il germoglio radioso di una creazione nuova.
Quante stanze chiuse abitiamo anche noi. La porta serrata di una casa dove il dialogo si è incrinato, la frustrazione di chi ha perso il lavoro e teme di non rialzarsi, la ferita di un coniuge che non trova più la forza di fidarsi. In questi luoghi interiori, il Risorto si presenta e «mostrò loro le mani e il fianco». Non nasconde le cicatrici del supplizio: le offre come soglia luminosa. San Gregorio Magno insegna che Cristo conserva le piaghe per guarire la nostra incredulità. Non ha voluto cancellare i segni della passione, ma li ha trasfigurati in sigilli d’amore. Da quel costato aperto, ferita gloriosa, scaturisce la Divina Misericordia, sorgente inesauribile di grazia. Chi ha sofferto senza indurire il cuore — un genitore che perdona, un medico che ascolta oltre la diagnosi, un amico che resta accanto nel silenzio — diventa strumento di questa compassione celeste.
Poi il gesto culminante: «soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo”». Come nel principio Dio soffiò la vita nell’uomo plasmato dalla terra, ora il Risorto inaugura un’umanità redenta, investita del potere di rimettere i peccati. La Divina Misericordia non è un’emozione passeggera, ma un mandato sacramentale costato il sangue della croce. È il perdono che riapre le case: ogni volta che qualcuno trova il coraggio di chiedere scusa, di ricucire un rapporto logorato o di deporre l’orgoglio, quel soffio vitale continua a circolare. È un respiro che ricrea il mondo, trasformando il rancore nel balsamo della riconciliazione.
Tommaso, assente nel primo incontro, pretende prove: «Se non vedo… io non credo». Non è un ribelle, ma un uomo ferito che teme di sperare ancora. Otto giorni dopo, Gesù ritorna per lui. Non lo rimprovera, lo invita con disarmante tenerezza: «Metti qui il tuo dito». È un invito che cura più del contatto stesso. San Giovanni Crisostomo nota che da quel gesto nasce l’adorazione: il dubbio attraversato dalla grazia diventa fede solida. Sant’Agostino osserva che Tommaso toccò la carne e riconobbe la divinità, proclamando il vertice della fede cristiana: «Mio Signore e mio Dio!».
Infine la beatitudine che attraversa i secoli: «beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». È la nostra beatitudine. Camminiamo nelle ombre della storia, ma ci affidiamo a una Presenza che trasfigura il dolore. La fede non elimina l’oscurità: la illumina dall’interno, perché nel buio una mano forata dai chiodi stringe la nostra. In questa Domenica della Divina Misericordia, accogliamo la pace del Risorto, affinché le nostre fragilità diventino varchi di luce attraverso cui Egli continua a entrare nel mondo. Amen!




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