Domenica 5 Aprile (SOLENNITA’ – Bianco)
DOMENICA DI PASQUA – RISURREZIONE DEL SIGNORE (ANNO A)
At 10,34a.37-43 Sal 117 Col 3,1-4 Gv 20,1-9
di Giorgio Scatto e Valerio Febei e Rita Monastero Marango🏠home
Stavo scrivendo questo commento quando è giunta la notizia che forze di polizia israeliane hanno impedito al card. Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, di raggiungere la basilica del Santo Sepolcro per la celebrazione della liturgia delle Palme. Ѐ un fatto inaudito e senza precedenti. Un ennesimo atto di violenza in una terra che, dall’abisso in cui è sprofondata, invoca solo Pace. Sembra di abitare una notte interminabile che non vede ancora la luce dell’alba.
Il Venerdì santo le tenebre sembravano rinchiudersi attorno a Gesù. Abbiamo compatito questo «Figlio dell’uomo» che ha sofferto il nostro stesso inferno. La sua passione non era stata solo un ingiusto processo, una condanna scritta per invidia e gelosia, la derisione, la tortura, la stessa croce. L’obbrobrio che Gesù aveva patito era di aver affrontato la morte come un senza Dio, come un a-teo. Questo fu il giudizio di tutti coloro che passavano sotto la croce: «Dio lo ha abbandonato!» Le ultime parole che Gesù aveva gridato dalla croce erano salite al cielo come una spada affilata che domanda di penetrare misteri insondabili: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46). Gesù, mandato a cercare ciò che era perduto, si era identificato con la nostra angoscia, con le nostre paure, con le nostre ribellioni, perdendosi nelle regioni più lontane da Dio.
La croce non è solo un terribile strumento di tortura, ma è anche il simbolo delle nostre folli alienazioni, delle nostre disperate partenze per regioni lontane.
Ma sulla croce, ci avverte l’evangelista Luca, che più di ogni altro canta l’amore misericordioso di Dio, era risuonato anche un altro grido, elevato al cielo da Gesù con tutto il fiato che gli era rimasto: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46). L’abisso della disperazione era diventato il terreno, fecondato dallo Spirito, che preparava l’incredibile evento della risurrezione. La morte non poteva inghiottire colui che aveva dato testimonianza di un amore più forte della morte. La croce si tramutava in vessillo di vittoria sotto il quale si radunavano tutti i figli di Dio che erano dispersi. Il grande teologo Hans Urs von Balthasar ha scritto: «É l’inferno stesso a diventare Chiesa».
Gesù era stato deposto nel sepolcro da Giuseppe di Arimatea, un fariseo diventato lui stesso discepolo, se pur di nascosto. Lo avevano vegliato solo le donne che erano venute con lui dalla Galilea. Tutti gli altri, quelli che Gesù stesso si era scelto, erano fuggiti. Luca aveva scritto che, quando Gesù fu deposto nel sepolcro, «già splendevano le luci del sabato», come se le lanterne preparate per illuminare la festa dei Giudei già annunciassero, nella trepida attesa delle donne, l’avvento di un nuovo giorno, acceso da una luce divina.
Questo morto che le donne vegliavano non era morto. Era sceso sino ai confini del nulla, in quelle profondità che è da temerari sondare perché sono il luogo del totale vuoto di amore. Con la strada aperta dalla croce, aggrappato ad essa, Gesù era sceso fin nelle profondità dell’abisso, e lì aveva trovato l’Uomo e la Donna. Gesù è colui che, avendo perduto una pecora del gregge, si mette alla sua ricerca dappertutto. La cerca «finché non la trova». Non l’ha trovata sulla terra, ma all’inferno. L’oscura grotta divenne stanza nuziale, dove già si poteva intonare l’alleluia pasquale. Le porte degli inferi venivano scardinate e il Cristo, con il suo braccio potente, strappava Adamo dalla sua solitudine mortale.
Nelle Odi di Salomone, un testo della Chiesa siriaca del II secolo, Cristo risorto parla in questo modo:
«Ho spezzato i catenacci delle porte,
più nulla mi parve imprigionato
perché io ero la chiave di ogni cosa.
Sono andato incontro a tutti i miei reclusi per liberarli
perché nessuno sia più né carcerato né carceriere».
Oggi sembra a molti che il sacrificio di Cristo sia stata un’offerta del tutto inutile, e la fede nella risurrezione un’utopia per sognatori, per gente che non abita questa terra. Viviamo in un mondo che ha espulso Dio dal suo orizzonte e che si trova sempre più solo e disperato.
Storditi dal dilagare della violenza, assistiamo impotenti al massacro quotidiano di centinaia di migliaia di innocenti. L’umanità viene negata, umiliata e assassinata ogni giorno, in tante regioni della terra: non più esseri umani, ma solo numeri per legittimare “dottrine militari, alleanze opportunistiche, giustificazioni geopolitiche, linguaggi tecnici con cui nascondere la vergogna” (card. Mimmo Battaglia). Il sangue di questa umanità irrora le viscere della terra. Ѐ come un seme di vita piantato su un terreno desertico, che proprio per questa presenza diventa terreno fecondo, capace di portare frutto. Il sangue dei martiri è come un pugno di lievito che farà fermentare tutta la pasta. Il sangue dei martiri è promessa di risurrezione. Come il sangue di Gesù.
Il mondo, così a lungo segnato dalla morte, è ormai una tomba vuota. Ora Gesù, il Risorto dai morti, ci chiama con dolcezza, come fece con Maria Maddalena: nel momento in cui lui pronuncia il nostro nome, lo riconosciamo presente e vivo. Lo riconosciamo presente, nell’ora della sera, in una locanda come tante altre, quando siede a tavola con due pellegrini e spezza il pane per loro. È ancora nella carne crocifissa e glorificata dell’umanità, dove la morte continua a regnare, che tutto ci ricorda la sua presenza: la tristezza, la scomparsa di coloro che amiamo, le tragedie della storia, l’odio che regna ovunque. Tutte queste situazioni, se attraversate lasciandoci afferrare dalla mano forte del Signore risorto, possono diventare cammini di risurrezione. Le ferite diventano feritoie di luce.
Cristo è risorto, la morte è vinta; non siamo più schiavi, ma figli in libertà. La Pasqua è come un mandorlo che fiorisce tra le rovine. O come l’albero di aranci, incendiato dalla violenza dell’Isis, che avevo visto miracolosamente rifiorire nel giardino dei nostri amici monaci di Qaraqosh, in Iraq. Gli occhi di Wisam, un monaco dalla lunga barba che un tempo era nera come la notte, brillavano di gioia accarezzando, tra le foglie ancora bruciate, quel tenero frutto. Intorno, tutto era ancora rovina e distruzione, ma lui, uomo dallo sguardo penetrante, aveva visto fiorire la speranza.
A Pasqua cantiamo anche noi, con tutta la Chiesa:
Cristo è risorto dai morti,
calpestando la morte con la morte,
e ai dormienti nei sepolcri
ha donato la vita.
Giorgio Scatto
Valerio Febei e Rita
Domenica 5 Aprile (SOLENNITA’ – Bianco)
DOMENICA DI PASQUA – RISURREZIONE DEL SIGNORE (ANNO A)
At 10,34a.37-43 Sal 117 Col 3,1-4 Gv 20,1-9
Perché Maria di Magdala va al sepolcro che è ancora notte? C’era un lavoro da finire, il corpo di Gesù da onorare come non s’era potuto fare per la Parasceve, i primi vespri del sabato ebraico. Non era sorta ancora l’alba del giorno successivo e lei va, da sola. Ammettiamo che quei luoghi erano sicuri, ma non avrebbe potuto rotolare la pietra posta a chiusura del sepolcro. Nel racconto di Giovanni mancano le guardie, forse fuggite spaventate dopo l’evento della resurrezione…
Che cosa sta in cuore ad una persona che torna ai segni, alle foto, alle cose toccate dall’amato? La fede è prima di tutto una questione di amore. Prima di tutto c’è una esperienza di amicizia infinita. “L’amore è uno che ti entra dentro e non si stacca più”, è la definizione di una bambina interrogata a catechismo. Un’esperienza umana desiderabile e tuttavia rara. Perché si verifichi chiede delle condizioni. Dante diceva che l’amore ‘al cor gentile ratto s’apprende’. Occorre una predisposizione, una gentilezza, una vigilanza che sono a guardia di un’esperienza così alta. Quel che passa come contenuto di fede in realtà è una relazione, un’esperienza di amore. Credere allora vuol dire innamorarsi sia pure a distanza, ritenendo che le carezze, l’affetto di Gesù per i suoi, come per Marta e Maria e l’amato Lazzaro, per i discepoli sono accessibili anche ora a noi, distanti nel tempo e nello spazio. La testimonianza non consiste solo nel dire che questo o quello è davvero accaduto, ma nel sapersi e sentirsi ‘raggiunti da quello stesso affetto.
L’altro giorno presentavo il mio libro ‘In dialogo con don Oreste Benzi’. Dicevo: non si tratta di ricordare, si ricordano le cose passate, dandole per concluse, appunto. Il sentimento che vi è connesso è la nostalgia. Non ne vale la pena. Altro è sapere che quel santo, di questo si tratta, è vivo in qualche modo, come la stessa Chiesa ci propone a credere. Ma se è vivo chiunque, conoscendone la personalità che descrivo nel libro, può parlargli e sentine la compagnia. Comunione dei santi, si dice, sapendosi raggiunti dalla loro benevolenza.
Maria è innamorata di Gesù e torna a lui come si torna al proprio cuore ferito, portando in dono oli profumati e lacrime. Non si comprende come avrebbe potuto fare tutto da sola. In altri vangeli è in compagnia, infatti. Ma Giovanni è attento a descrivere quel che passa in lei, il singolare motivo che la spinge laddove c’è il corpo dell’amato. Quel motivo può essere di chiunque.
Dice Giovanni nella prima lettera: “Quello che noi abbiamo udito con le nostre orecchie, visto coi nostri occhi, toccato con le nostre mani… noi ve lo annunciamo perché siate in comunione anche voi con il Padre e il Figlio”. Più o meno. Così è testimone di Gesù attraverso una relazione.
A volte si vuole che i figli abbiano ‘fede’, vadano in chiesa… Mah. Don Oreste non chiedeva a nessuno di credere in Dio, ma proponeva un impegno di condivisione. Si parla spesso di Dio come di un teorema, mentre solo l’amicizia e l’affetto ‘parlano’ di lui. Poi vengono le parole che descrivono la fede e la compassione verso tutti… È così umano l’amore!
Maria arriva ed ecco il turbamento: la pietra è rotolata, il sepolcro è aperto e Gesù, il suo Gesù non c’è! Va a chiamare gli altri, li sveglia forse. In due corrono, il più giovane arriva, vede e ‘crede’. La speranza, l’amore anticipa la conferma, brucia i tempi, sa già, non esamina il resto, lascia a Pietro il compito di registrare tutto. L’annuncio della resurrezione è progressivo, un po’ alla volta. Si succedono anticipazioni, messaggi, voci, preparativi di quell’apparizione che avverrà alla sera di quello stesso giorno, davanti a tutti i discepoli chiusi in casa. C’è un’intenzione pedagogica, troppa luce acceca: occorre preparare il cuore alla purezza. Così credere è vedere.
È risorto e con lui risorge chi in lui confida. Per amore è morto, per amore è risorto perché fossimo creature nuove, liberate dal peccato, dal passato, dal giudizio e dalla paura della morte che ne è il frutto.
Valerio Febei e Rita

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