fratel Alberto”Amare senza vedere”

Domenica 12 Aprile (DOMENICA – Bianco)
II DOMENICA DI PASQUA o della Divina Misericordia (ANNO A)
At 2,42-47   Sal 117   1Pt 1,3-9   Gv 20,19-31

di  fratel Alberto Monastero di Bose🏠home

Il lezionario domenicale del tempo pasquale evita le prime letture tratte dall’Antico Testamento, e questo è uno svantaggio per chi ora le commenta. Ma il vantaggio è dato dal riferimento a un’altra storia nascente, non più d’Israele ma della Chiesa, attraverso gli Atti degli Apostoli. Questa è forse l’occasione per rileggere questo libro, almeno nei suoi primi capitoli, dedicati alla Chiesa primitiva di Gerusalemme. Diciamo da Atti 1 ad Atti 8, fino all’istituzione dei diaconi Stefano e Filippo, e prima della rivelazione del Risorto a Saulo-Paolo, che diventerà il protagonista della seconda parte.

Il centro della proclamazione liturgica pasquale rimane sempre il Vangelo di Giovanni, ma in queste meditazioni cercheremo anche di trarre qualche spunto dalla seconda lettura, che è la prima lettera di Pietro, da molti considerata come un’omelia battesimale, una riflessione sull’evento pasquale (sofferenza, morte e risurrezione di Gesù), perfino sulla discesa agli inferi per portare la buona notizia della Pasqua agli spiriti imprigionati nel tempo della pazienza di Dio.

Il Vangelo di questa seconda domenica di Pasqua o in Albis (“otto giorni dopo”) è l’apparizione del Risorto a Tommaso. Fede di chi dubita, fede che è sempre compagna del dubbio, fede che ha bisogno di una verifica pratica, di un impatto anche nella propria carne. Tommaso, detto Didimo, il “gemello”, è un nostro inseparabile fratello. Tradizionalmente, proverbialmente, è sinonimo di “diffidente”, colui cui non basta la parola altrui, che ha sempre bisogno di toccare con mano. Si può quindi considerare come una figura opaca della fede.

Eppure è una figura che non manca di una sua sincerità, di una sua necessaria esemplarità. Tommaso ha diritto di non accontentarsi di una testimonianza esterna, ha diritto di esigere anche un’esperienza diretta, personale. Come Giobbe, è in cerca di una sua “verità” esperienziale, non si rassegna al “sentito dire”. La fede non è soltanto ex auditu, ma è la rivendicazione di una conoscenza personale, inscritta nel proprio corpo, nella propria carne.

In altre parole, è una questione anche di amore. L’amore non si limita alla visione, alla “contemplazione”, ma vuole essere partecipe, direttamente coinvolto anche nella propria carne. La beatitudine che riassume l’esperienza di Tommaso è: “Beati i non vedenti eppure credenti”. Si può credere senza vedere, proprio perché si può anche amare senza vedere. Questo ci viene confermato, letteralmente, dalla seconda lettura di questa domenica.

Dopo il saluto iniziale, la Prima Petri esordisce con una benedizione solenne, e la benedizione è sempre il corrispondente di una beatitudine: la benedizione di Dio è anche la beatitudine dell’uomo (Gloria Dei homo vivens). “Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva” (1Pt 1,3): Qui va sottolineato il verbo “rigenerare” o “rinascere” (anaghennào) che è l’effetto operato in noi dalla risurrezione di Gesù dai morti.

Questo verbo, che nel Nuovo Testamento viene usato soltanto dalla lettera petrina, si ritrova poco dopo, dove viene spiegato così: “Noi siamo rigenerati non da un seme corruttibile, ma incorruttibile, per mezzo della Parola di Dio viva ed eterna” (1Pt 1,23). Ciò significa che la Parola di Dio è un seme di vita incorruttibile, ossia di vita eterna. Come dirà anche Giacomo, è una parola “impiantata” dentro di noi, “che è in grado di salvare le nostre vite” (cf. Gc 1,21).

La Parola di Dio, contenuta nelle Scritture, una volta seminata o impiantata dentro di noi, opera la nostra rigenerazione, a somiglianza della morte e risurrezione di Gesù. Questa nostra appropriazione della risurrezione avviene mediante le tre virtù teologali, che sono richiamate dalla benedizione inaugurale della lettera di Pietro, in quest’ordine: “per una speranza viva” (1Pt 1,3); “mediante la fede in vista della salvezza” (1Pt 1,5; fede che è “più preziosa dell’oro”: 1Pt 1,7); e, finalmente, mediante la carità, che è il vincolo della perfezione.

“Voi amate Gesù, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle vostre anime” (o, meglio, “delle vostre vite”: 1 Pt 1,8-9). Si può amare anche senza vedere, ma si può amare soltanto se la Parola di Dio è seminata, impiantata dentro di noi fino a crescere con noi, a fare corpo con noi, a farci sperimentare quotidianamente il passaggio dalla morte alla risurrezione.

La prima lettura, tratta dagli Atti, viene qui meravigliosamente a proposto, perché non si tratta soltanto di un’esperienza personale, ma di un’esperienza ecclesiale: i primi cristiani “erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nello spezzare il pane e nelle preghiere” (At 2,42). Sono le quattro perseveranze costitutive della vita della Chiesa, ossia della vita comune “nello stesso luogo” (epì tò autò: vv. 44 e 47), vale a dire “unanimemente” (homothymadòn: v. 46). Il che è avvenuto in maniera esemplare, paradigmatica, una volta per tutte “in Gerusalemme”.


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