Sorella Michela Arnone Commento II DOMENICA DI PASQUA o della Divina Misericordia

Domenica 12 Aprile (DOMENICA – Bianco)
II DOMENICA DI PASQUA o della Divina Misericordia (ANNO A)
At 2,42-47   Sal 117   1Pt 1,3-9   Gv 20,19-31

di Sorella Michela Arnone Monastero di Ruviano🏠home

I solenni giorni della Pasqua, con tutte le liturgie e i momenti forti vissuti, echeggiano ancora dentro di noi; il tempo pasquale che da oggi la liturgia ci fa attraversare vuole condurci ad approfondire il mistero che abbiamo vissuto e che si è attualizzato ancora nella nostra vita. La direzione che possiamo intravedere è quella di trovare, attraverso la chiave che è la Resurrezione di Gesù – come dicevamo domenica scorsa – quali siano le conseguenze della Pasqua; non solo quali sono state all’inizio e come da essa sia nata la chiesa, ma quali sono oggi per noi e come nasce ancora la Chiesa per noi, nella nostra vita, a partire dal mistero pasquale celebrato in questo anno di grazia 2026. «Gesù è risorto, è risorto in verità»: questo ci siamo detti e testimoniati reciprocamente in questi giorni. E ora? Che succede? Tutto rimane uguale? Abbiamo accumulato semplicemente belle emozioni e belle celebrazioni? Ora ricomincia la vita e tutto torna come prima, con un altro triduo passato sulle nostre spalle? In realtà, le due letture oggi proposte ci dicono delle parole molto chiare sulle conseguenze della Pasqua.

La prima lettera di Pietro ci dice subito una cosa centrale: la presenza di Cristo risorto presso il Padre rappresenta la nostra eredità, un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Qualcosa è cambiato per sempre nella storia, dalla Resurrezione di Gesù, qualcosa è cambiato e ci ha aperto un futuro che prima non si poteva neanche immaginare; l’eredità eterna che abbiamo presso Dio, se la scopriamo e ne sperimentiamo la promessa, ci libera dal potere che la paura della morte ha su di noi, ci libera da tanti attaccamenti che ci rendono prigionieri di questa vita, incapaci di gustare la vera bellezza e la vera libertà. Pensiamo a questa parola “eredità”, pensiamola rispetto al valore che ha quaggiù sulla terra, a quella materiale, quella che è causa di sicurezza per tanti uomini, quella che se assente genera angoscia, quella che genera divisione per tante persone e in tante famiglie. L’eredità, banalmente quella materiale, genera futuro; ancora di più, tutte le forme di eredità umana e spirituale generano futuro. Se pensiamo a concrete situazioni trasformate dalla presenza o dall’assenza di una eredità, possiamo comprendere questa parola della lettera di Pietro; a partire dalla resurrezione di Gesù, noi che in lui abbiamo creduto, siamo definitivamente figli nel Figlio e questo ci proietta nel futuro, in un’eredità che a tempo debito sarà nostra, ma che già oggi ci garantisce il futuro, ce lo apre. E ce lo apre anche se oggi siamo nella prova. Ma come, dopo Pasqua non dovrebbero esserci solo gioia e gaudio? No, non è tutto gioia e gaudio perché la Resurrezione di Gesù ha aperto un processo che vuole condurre ogni uomo ad appropriarsi di quella salvezza promessa e di quell’eredità; ogni anno, ogni celebrazione della Pasqua riattualizza quel processo iniziato 2000 anni fa… Il tempo che noi viviamo, perciò – dentro all’inderogabile procedere della storia della salvezza – sta nelle nostre mani ed è fatta di prove e di afflizioni che ci vengono incontro da ogni parte, da dentro al cuore e da fuori, dalle storie degli uomini nostri compagni di viaggio. Prove e afflizioni che ci ricordano la concretezza della Croce e delle sofferenze di Gesù, che ci ricordano che il suo corpo risorto porta i segni di una passione e una sofferenza per il peccato degli uomini, peccato che non è ancora finito ma continua a ferire, uccidere, rinnegare Dio. Prove e afflizioni, però, che vogliono condurre alla purificazione della fede: solo nel crogiuolo del dolore l’amore, l’attesa e la speranza possono emergere in tutta la loro potenza. Quei segni della Crocifissione che Tommaso chiede di toccare, quando i discepoli gli raccontano di aver incontrato il Signore, permangono nel corpo risorto di Cristo, così come dopo la Resurrezione del suo Signore permane il dolore e la lotta contro il male che i cristiani sono chiamati ad abbracciare, proprio nel segno della Croce.

Con semplicità e chiarezza, anche la seconda lettura ci delinea una fondamentale conseguenza della Pasqua: la vita in comunione dei discepoli del Signore. «Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune»; da dentro alla Pasqua scaturisce direttamente un’esigenza, una possibilità, una via, che gli Atti degli apostoli indicano come “la via”: la condivisione della vita, realmente. Quanto fa paura questo passo, tanto che nei secoli, seppure sempre riconosciuto come profetico, è stato tuttavia considerato una utopia irrealizzabile; intanto l’uomo, con il passare del tempo, è diventato sempre più autocentrato, sempre più colui che si realizza da solo e che si autogestisce, scavando un solco sempre più profondo con questa proposta della Scrittura. Infatti, grande è diventata la distanza tra la semplicità di questo modo di vivere, che gli Atti ci indicano come la via che scaturisce direttamente dalla Pasqua, e la fatica di immaginare tale semplicità per l’uomo di oggi. Eppure per gli Atti degli Apostoli dalla Pasqua scaturisce direttamente un modo di vivere “comunionale”, comunitario: non c’è un’altra via, non c’è un’altra possibilità; questo non è negato neanche dal fatto che gli Atti stessi raccontano mille sfaccettature, problematiche, conflitti e contraddizioni della Chiesa delle origini, anche in merito a questa vita di comunione. È molto semplice: Gesù è concretamente presente nei suoi che stanno insieme, condividono il vivere, pensano in comunione. In qualche modo è come se la storia della chiesa avesse affidato alla vita religiosa, nelle sue tante forme, questo mandato alla vita in comunione; questo, lo capiamo, non basta, anche ammesso che la vita religiosa viva e realizzi questo davvero, al di là dei vari carismi.
Se, dunque, dalla Pasqua non scaturisce quello che essa vuole generare, allora Cristo è morto invano? Questo dobbiamo chiedercelo tutti quando, di fronte a un passo come quello di At 2,42-47, facilmente lo releghiamo in un “impossibile” a cui solo alcuni sono chiamati; in una forma vocazionale specifica, appannaggio solo di alcuni. E questa verità è ancora più dura per chi crede di appartenere a realtà, movimenti, ordini che hanno questo passo chiaramente come riferimento e che non cercano, alla luce dello Spirito e quale frutto della Pasqua, tutti i modi e le vie possibili per rendere reale nella propria vita questo vivere in comunione che gli Atti degli Apostoli propongono. Cose, cibo, posizione sociale, tutto sottomesso alla comunione, tutto a servizio di ciascuno e non usato quali barricate dietro le quali difendersi. Poveri noi se ci diciamo in un modo e la nostra vita racconta esattamente il contrario. Il Signore possa avere misericordia di noi!

Queste riflessioni ci conducono direttamente dentro al brano evangelico di questa domenica, in cui all’inizio troviamo i discepoli che stanno insieme; eppure Gesù non è ancora venuto, non l’hanno ancora incontrato, non sappiamo neanche se ci credono… Subito prima il racconto ci aveva lasciato con Maria Maddalena che incontra Gesù; Egli la manda dai suoi fratelli a dire che Egli è risorto. Non sappiamo altro, non sappiamo come essi hanno reagito, chi ha creduto… Sapevamo di Giovanni e Pietro che erano andati al sepolcro e quella parola enigmatica su Giovanni del “vide e credette”. E gli altri? Tutti si erano dispersi… il pastore era stato percosso e le pecore si erano effettivamente disperse, divise; sotto la Croce c’era solo Giovanni, con Maria e altre donne. E tutti gli altri? Solo Maria Maddalena l’ha incontrato risorto, eppure Gesù è vivo e le energie della resurrezione cominciano già a circolare, anche se i discepoli sono ancora inconsapevoli. Guardandoli stare insieme, potremmo dire loro:

Se tutto è finito, se tutto è fallito, cosa ci fate insieme, cosa vi tiene ancora uniti? Non è il timore dei giudei, perché ognuno poteva nascondersi nella propria casa e sarebbe stato meglio… se vi trovassero insieme, allora sì, sarebbe un segno che siete suoi discepoli. Siete chiusi perché avete paura e forse avete paura anche perché siete insieme; e allora cosa vi tiene insieme? Quale amore avete sperimentato venire da questo Gesù? Un amore tale che ora, anche se tutto è fallito, tutto è finito, anche se circola un’ipotesi difficile da comprendere – Egli è risorto – avete bisogno di stare insieme? Forse avete bisogno di guardarvi negli occhi, che ognuno ricordi qualcosa di quello che si è vissuto con quel Gesù; forse sapete che negli occhi, nella vita, nello sguardo di quell’altro fratello, con cui pure il camminare non è stato semplice ed esente da conflitti, in quell’altro trovate il senso di tutto il cammino fatto insieme, incontrate quel Gesù che tanto vi ha fatto sentire amati. Anche se siete fuggiti tutti, anche se non gli avete creduto, anche se vi siete scandalizzati, anche se ora non capite e non sapete cosa pensare… proprio ora, avete bisogno di stare insieme, qualcosa vi spinge, vi urge… É la carità di Cristo che è già sorta nei vostri cuori, mentre Egli, il Cristo, tornava vivente. È già successo qualcosa dentro di voi e allora “dovete” stare insieme. È così che Gesù può venire.

E Gesù viene e sta in mezzo. In qualche modo questa sottolineatura dà voce a quell’importanza dell’essere insieme; Gesù la esplicita, la rende chiara: da questo può nascere un passo come quello di At 2,42-47. Sta in mezzo, come il perno di una ruota che tiene tutti i raggi insieme. Non si mette vicino a Pietro, che guiderà la comunità; non si mette vicino a Giovanni, che era sotto la Croce e ha creduto, non si mette vicino a chi, pur essendo fuggito, non lo ha però rinnegato verbalmente. Si mette in mezzo, perché da lì guiderà i discepoli fino ai confini del mondo, anche quando non lo vedranno più in carne e ossa. Ed Egli che è la Parola, pronuncia prima di tutto: «Pace a voi». Egli, che ha attraversato la morte, è stato deriso, abbandonato, rinnegato, Egli dice “pace”: parola di perdono, parola rigenerante di fronte alle loro incomprensioni e paure; parola di vita, perché Egli è il vivente e porta la vita; parola che genera futuro. E così, a partire da questo, prossima avvicinarci alla questione del “perdono” che poi Gesù consegna: «A chi perdonerete, sarà perdonato». Si tratta di una parola che ci fa pensare al sacramento della riconciliazione e questo sicuramente è giusto. I dodici diventeranno, moltiplicati nei secoli, il luogo della riconciliazione tra gli uomini e Dio. Eppure, se leggiamo a partire dall’esperienza di Gesù e da quella prima parola, “Pace a voi”, capiamo anche oltre. Il perdono del quale Gesù sta parlando è quello stesso perdono che Egli sta donando loro, quel desiderare la Pace e donarla a coloro che sono prima di tutto amati, anche se questi hanno tradito. È come se Gesù stesse dicendo loro che, guardando a Lui, in quel modo che Egli ha indicato potranno portare pace tra gli uomini, perdonando quel male, quei tradimenti, quegli abbandoni che i discepoli riceveranno personalmente. Come è successo a Lui; non di un perdono a basso prezzo si sta parlando, né di un perdono che non costa a coloro che sono chiamati a perdonare, ma di un perdono che costa, un perdono che libera da sé stessi e permette di ricominciare. E così, otto giorni dopo, può ricominciare anche Tommaso, quando stando insieme agli altri, il Signore si mostrerà anche a lui. Tommaso ha avuto una comunità a cui tornare e allora lì il Signore ha potuto incontrarlo, mostrargli le ferite e pronunciare quella beatitudine che raggiunge tutti coloro che credono in ogni epoca della storia: «beati coloro che pur non avendo visto, crederanno». Crederanno, con quelle fede che ancora, più preziosa dell’oro, è chiamata a purificarsi attraverso le storie e le vite, le prove e gli affanni, una fede che sarà a nostra «gloria, lode e onore quando Gesù Cristo si manifesterà»


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