Figlie della Chiesa Lectio III DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)

Domenica 19 Aprile (DOMENICA – Bianco)
III DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)
At 2,14.22-33   Sal 15   1Pt 1,17-21   Lc 24,13-35

di Figlie della Chiesa🏠home

Siamo nell’immediato periodo dopo la Pasqua e ci vengono offerte oggi letture molto belle, in cui trova uno spazio particolare la figura di Pietro, sia negli Atti degli Apostoli sia proprio nella sua Prima lettera: Il Salmo responsoriale apre ad una grande speranza e, nel Vangelo di Luca, ci viene presentato il famoso episodio dei discepoli di Emmaus.

La prima lettura (Atti 2,14.22-33) rimanda al giorno di Pentecoste: gli apostoli ed i discepoli di Gesù, che se ne stavano ancora rintanati ed impauriti nel Cenacolo, ora li troviamo decisi e impavidi di fronte alle autorità giudaiche: è l’effetto evidente dello Spirito, disceso su di loro.

Non sono più tremanti di paura, anzi rimproverano con parole severe quelle stesse autorità per il misfatto che, con la complicità di Pilato, hanno perpetrato nei confronti di Gesù, prima non accogliendolo come il Messia atteso, poi, arrivando ad ucciderLo sulla Croce.

Comunque, riconoscono che ciò è avvenuto per dare compimento al progetto salvifico di Dio, che ora lo ha resuscitato. Infatti, “non era possibile che la morte lo trattenesse in suo potere”.

E qui Pietro fa riferimento al Salmo 15, che leggiamo come Salmo responsoriale. In esso il salmista, spinto da spirito profetico, identifica in Gesù quel discendente di Davide per il quale la Predeterminazione divina aveva stabilito l’incorruttibilità e, dunque, la Resurrezione; e che si riferisse ad un discendente di Davide e non al Re stesso, è dimostrato dal fatto che Davide, invece, era morto ed il suo sepolcro era ancora visitabile.

La consapevolezza della presenza premurosa e continua del Signore al nostro fianco ci apre alla gioia più profonda, fondata sulla speranza di salvezza: e non solo per il nostro spirito, ma per la nostra stessa carne, con la promessa della resurrezione finale che il Signore opererà: “Non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione… Gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra”.

Nella seconda lettura (1Pt 1, 17-21) è lo stesso Pietro a indirizzarci verso Dio, Padre amoroso, che se non fa preferenze verso nessuno e merita il nostro timore, inteso nel come paura, ma come rispetto per la grandezza della sua Persona e del suo Amore.

Un Amore che è giunto al dono del suo stesso Figlio per la nostra salvezza, secondo il progetto ineffabile del Padre già prima della Creazione: infatti siamo stati liberati dalla nostra fragilità e peccaminosità naturale non ad opera di sacrifici di animali o per ricche offerte, ma attraverso la morte di Gesù Cristo, Agnello sacrificale “senza difetti e senza macchia”.

Il Vangelo (Lc 24,13-35) è uno dei racconti di apparizione del Risorto fra i più famosi e menzionati nell’arte e nella letteratura; è narrato solo da Luca, sebbene ci sia una frase in Marco (cap 16, 12) che potrebbe riferirsi ad esso (“Dopo questo, apparve sotto altro aspetto a due di loro, mentre erano in cammino verso la campagna”).

Vi sono coinvolti non gli apostoli, ma due discepoli di Gesù, che delusi fortemente da quanto è accaduto, stanno allontanandosi da Gerusalemme, diretti al villaggio di Emmaus, distante circa sessanta stadi dalla Città [uno stadio romano equivaleva circa a 185 metri, quindi circa 11 chilometri].

Dei due, uno non ha nome e questo potrebbe essere un espediente letterario di Luca per invitare il lettore a immedesimarsi in quel pellegrino, vivendone in prima persona lo smarrimento e la speranza; il secondo viene detto Cleopa (o Cleofa); nome non del tutto nuovo, perché lo troviamo nella narrazione della passione di Gesù, ricordato in relazione ad una delle tre Marie, le pie donne al seguito di Gesù. L’appellativo con cui viene indicata Maria “di Cleofa” indica il vincolo coniugale; era cioè moglie di quel Cleofa, che sembra essere lo stesso che Alfeo in Matteo X, 3 e in Atti I, 13.

Resta il fatto che queste due persone stanno fuggendo da Gerusalemme sotto il peso della delusione: avevano pensato di aver trovato in Gesù il vero Salvatore di Israele ed ora la sua morte ha cancellato ogni loro speranza.

Ad ogni modo non appaiono tranquilli, anzi si dice che “conversavano e disputavano” su quanto successo a Gerusalemme; i verbi usati indicano una conversazione animata, probabilmente con convinzioni non troppo concordanti. E forse è proprio perché son troppo presi dalla discussione che non riconoscono Gesù, anche se il fatto di non riconoscere subito il Signore si ripete in tutti gli episodi di apparizione; probabilmente perché Egli è ormai in una dimensione diversa da quella della comune umanità, in quanto appartiene già all’eternità; quindi, è necessaria una mediazione per riconoscerLo.

La prima forma di mediazione è sicuramente la Parola: Gesù, dopo aver incominciato il dialogo con i due discepoli, non senza aver aspramente rimproverato la loro ottusità (la parola greca anouetòi significa addirittura “senza cervello “) comincia ad ammaestrarli accuratamente sul rapporto fra la sua missione e le Scritture.

Le sue parole creano un clima di calorosa attenzione, come poi noteranno i due dopo il riconoscimento; ma non riescono ancora a identificarLo.

Tale incapacità potrebbe avere la sua radice anche in una sorta di blocco psichico dovuto alla prostrazione mentale per la profonda delusione patita, ma non dobbiamo neppure trascurare l’arroganza intellettuale propria di noi uomini, unito al pregiudizio culturale sull’impossibilità della resurrezione ed anche a quello sociale, che li portava a non dare affidabilità alle donne ed alla loro testimonianza.

È lo stesso rischio che corriamo un po’ tutti quando proviamo ad affrontare i Misteri del Sovrannaturale senza riuscire ad assumere l’atteggiamento che Sant’Agostino ci ha insegnato: “Credo ut intelligam”. Questa espressione filosofica e teologica afferma che l’intelletto umano, da solo, non può cogliere le verità più alte, specialmente quelle divine; la fede è necessaria come presupposto per poterle poi comprendere razionalmente; e così la comprensione successiva rafforza la fede iniziale.

La spiegazione di Gesù sulla Sua identità alla luce delle Scritture fa sicuramente breccia nel cuore dei due discepoli, tanto che essi poi esclameranno: “Non ardeva forse in noi il nostro cuore, mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?” (Luca 24,32); ma non porta ancora al riconoscimento del Signore Risorto. Forse stanno perdendo l’occasione definitiva, perché Cleopa ed il suo compagno sono ormai giunti a destinazione… ma per loro diventa provvidenziale il senso di accoglienza. Già affezionati a quel pellegrino sapiente, non si sentono di lasciarlo proseguire da solo nell’oscurità, e poi bramano di ascoltare ancora la sua preziosa Parola, seduti assieme a mensa…

E qui, a tavola, arriva il fattore determinante di mediazione: Gesù “prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero”.

Sono gli stessi gesti compiuti da Gesù nell’Ultima Cena ed in occasione di altri gesti Eucaristici (come nel caso della moltiplicazione dei pani); e sono i gesti sacramentali della Celebrazione Eucaristica, indispensabili per aprire gli occhi alla fede.

Riflettiamo, perciò, di quale dono possiamo godere noi Cristiani, ogni domenica nella Santa Messa, quando possiamo ripetere la stessa esperienza beatificante dei discepoli di Emmaus, attraverso l’ascolto della Parola e la partecipazione alla frazione del Pane, partecipando non ad una semplice commemorazione, ma all’ evento reale della Trasformazione del pane e del vino nel Santissimo Corpo e Sangue di Nostro Signore!

Ed ecco, non appena avvenuto il riconoscimento, Gesù si dilegua: è anche questa una caratteristica delle apparizioni del Risorto, che danno piena consapevolezza della sua reale presenza, ma finiscono rapidamente. Gesù ha promesso la sua presenza accanto a noi per tutti i giorni della nostra vita, si tratta però di una presenza spirituale, non materiale, anche se, sicuramente, non meno reale.

Infatti i due discepoli, nonostante la scomparsa del Signore, rimangono intimamente cambiati: non più timorosi, essi che avevano sconsigliato Gesù di continuare il viaggio, che nelle ore di oscurità poteva essere rischioso, ora, incuranti di ogni pericolo, mossi dall’urgenza interiore di comunicare l’esperienza vissuta, di portare agli Apostoli rimasti a Gerusalemme la testimonianza della Buona Notizia a loro mostrata con piena evidenza, si mettono in cammino verso la Città nel cuore della notte.

È lo stesso cammino che ai giorni nostri ci è stato proposto con forza, prima da papa Francesco ed ora da Papa Leone: essere cioè una chiesa sinodale, sempre pronta a mettersi in cammino per raccontare a tutti l’esperienza che il Risorto è vivo e sta in mezzo a noi.


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