Don Paolo Zamengo”Il pastore buono ci salva”

Domenica 26 Aprile (DOMENICA – Bianco)
IV DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)
At 2,14.36-41   Sal 22   1Pt 2,20-25   Gv 10,1-10

di Don Paolo Zamengo

Farei un torto al vangelo di questa domenica se oggi applicassi frettolosamente l’immagine del pastore buono solo ai sacerdoti o ai consacrati. Perché c’è una rivendicazione da parte di Gesù su questa immagine del pastore, una rivendicazione di un marchio che appartiene in pienezza solo a lui, quasi un invito a non dire il nome di Dio invano, a sproposito. Non usurpare il nome del pastore buono. “Io sono il buon pastore”, il pastore “bello” secondo il testo greco, la bellezza del pastore sta in me, dice Gesù. Attenzione dunque a non sostituirci. E l’apostolo Pietro è esplicito, in un brano degli Atti che oggi dovremmo leggere e meditare. “In nessun altro c’è salvezza. Non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo, nel quale è stabilito che possiamo essere salvati”. La forza, diceva Pietro, che ha fatto rialzare lo storpio viene da lui, viene da quella pietra che voi avete scartato, voi costruttori, voi sapientoni. E Gesù risorto non era già più sulle nostre strade, come non lo è oggi, eppure il pastore buono è lui, e c’è una forza, ancora oggi, che fa rialzare, e questa forza viene da lui. Ebbene quest’anno ripercorrendo la metafora del pastore mi veniva spontaneo radunare intorno a due parole le caratteristiche del pastore, due parole che sembrano in contraddizione: la fortezza e la tenerezza. Persiste ancora una certa iconografia un po’ dolciastra del buon Pastore, come se il suo fosse un andare quasi passeggiando tra i fiori con la pecora sulle spalle. La vita di Gesù, voi lo sapete, non è stata una passeggiata, ha affrontato il lupo, il lupo che rapisce e disperde le pecore, ha affrontato i mercenari, quelli che si presentano con il titolo di pastori, ma a questi mercenari interessa solo il denaro. Gesù li ha affrontati per difendere le pecore. Quando vide venire il lupo non abbandonò il gregge, non fuggì, lo difese fino a morire: se questa non è fortezza ditemi cos’è! E’ insieme anche la tenerezza del pastore che conosce ed è conosciuto. Gesù consolava e fasciava le ferite della vita e alleggeriva i pesi quando gli altri aggiungevano peso a peso, e rallentava il passo perché nessuna pecora del gregge rimanesse indietro, neppure la più debole o più piccola. Fortezza e tenerezza, le due qualità che ancora oggi Gesù usa con noi; perché fortezza e tenerezza fanno il pastore. E dobbiamo ricordarlo, anzi dovete ricordarcelo a noi sacerdoti che fortezza e tenerezza fanno il vero pastore. Ma forse dobbiamo ricordarlo ad ogni autorità: nell’antichità, non solo giudaica, il pastore era il re. Se manca fortezza, se manca tenerezza, c’è uso indebito del titolo di pastore. E dunque la fortezza, la fortezza nello smascherare i mercenari, la fortezza nell’intravedere anche da lontano le aggressioni al patrimonio di valori dell’umanità, la fortezza nello strappare alle fauci del lupo le pecore; fauci nere, buco nero che oggi si chiama anche angoscia esistenziale, depressione, disfattismo, buco nero che risucchia e non lascia più vivere. Fortezza e insieme tenerezza. Ce n’è sempre più bisogno in un mondo decisamente spietato come il nostro. Se non vi annoio, io vorrei dirvi alcuni pensieri, per me splendidi, sulla divina tenerezza. “La divina tenerezza è pace, pace misericordiosa, calma e protezione. È una mano dolce e materna che conosce, conforta, ripara, guarisce. E’ uno sguardo simile a quello di una madre sul figlio che.nasce. È occhio attento e discreto che non spaventa, che non giudica, che sceglie sempre il buon sentiero dove si potrà vivere perfino l’invivibile. La tenerezza è salda come la buona terra, su cui tutto riposa. È dunque luogo sicuro, dove io smetto di fare paura a me stesso. Per questo è sciocco ritenerla debolezza. Essa è forza, forza vera, che fa venire al mondo e fa crescere. La divina tenerezza tutto salva, vuol salvare tutto. E non dispera di nessuno. Crede che ci sia sempre una strada per curare, nutrire, rallegrare e confortare. Per dare vita. è stata la vita di Gesù. Deve essere la vita e la missione della chiesa e di ogni comunità cristiana.


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