Domenica 26 Aprile (DOMENICA – Bianco)
IV DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)
At 2,14.36-41 Sal 22 1Pt 2,20-25 Gv 10,1-10
Sorella Michela Arnone🏠home
«Eravate erranti come pecore, ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime».
Se il Vangelo di domenica scorsa sui discepoli di Emmaus ci ha permesso di rispondere alla domanda «Dove riconoscere il Signore?», il testo di Giovanni che la liturgia ci propone oggi ci insegna come riconoscerlo. Egli è il pastore, l’unico vero pastore, che dà la vita per le sue pecore. Questa sorta di parabola, molto particolare nella sua elaborazione, la leggiamo ora dopo la Pasqua perché è un racconto della Pasqua, perché ricolloca Gesù nella relazione con i suoi discepoli dopo la Pasqua. L’atmosfera serena e di grande pace che il testo comunica, nonostante i rimandi e il confronto con i mercenari che non hanno a cuore la vita delle pecore, ci fa scoprire di essere ancora pienamente immersi nella Pasqua e nella salvezza che essa porta. Ora si tratta di scoprire ancora più profondamente come Gesù ci salva e come riconosciamo Colui che ci salva rispetto a tutti gli altri.
Possiamo leggere il testo diviso in due parti; una introduzione e poi una seconda parte in cui Gesù stesso si presenta come la porta, poi come il pastore. All’inizio, dunque, c’è una sorta di parabola introduttiva: c’è un recinto, c’è una porta, ci sono delle pecore; c’è un guardiano, c’è il pastore, c’è un ladro o un brigante. Eppure non è una vera e propria parabola, perché non presenta un racconto – con un inizio, svolgimento e conclusione – che abbia un valore di esempio e insegnamento. Si tratta piuttosto di presentare una dinamica: mentre le pecore sono chiuse e protette dentro al recinto e un guardiano se ne prende cura, queste pecore possono essere visitate sia dal pastore che da ladri e briganti. La differenza tra i due, ci dice il testo, dipende da dove essi entrano: solo il pastore entra per la porta; ecco che la porta entra in scena, attira la nostra attenzione preparandoci al seguito del racconto. Mentre il pastore ha a cuore la vita delle sue pecore, le ama, la sua voce è riconoscibile, le conosce una ad una ed entra per la porta perché loro stesse la attraversino e possano uscire a trovare pascolo, i ladri e i briganti provano a entrare nel recinto da un’altra parte; essi vogliono far uscire le pecore, per rubarle, per prendersi la loro vita, per il proprio tornaconto. Le pecore non conoscono la sua voce e non li seguono. Tanto la porta quanto il pastore, comprendiamo, sono la garanzia della vita delle pecore: tenendo dentro e proteggendo, grazie al recinto ma soprattutto alla chiusura ai malintenzionati; portando fuori e facendo pascolare, simbolo di libertà, apertura, realizzazione, pienezza, fecondità. L’incomprensione alla quale fa accenno il testo è poi superata grazie alla seconda parte, nella quale Gesù stesso si presenta prima come porta delle pecore e poi come il buon pastore; la liturgia, in questo anno A ci fa leggere solo la prima parte, quella in cui Gesù si presenta come porta. Se prendiamo le nostre bibbie, vediamo che subito dopo Gesù aggiunge di essere “il pastore buono”. A noi può sembrare strano, come può essere entrambe le cose, porta e pastore? Seppure la liturgia ci chiede oggi di soffermarci sulla prima immagine, quella della porta, di fatto essa non è veramente separabile da quella del pastore buono e non comprendiamo bene se non teniamo tutto insieme. La scena è di carattere pasquale, trova il suo climax quando si dice (nei versetti dopo) che il pastore dà la vita per le pecore; io sono il pastore buono, dice Gesù due volte. La Resurrezione, dunque, vissuta da Gesù, è aperta anche per noi. Gesù è la porta di accesso a questa; e lo è facendo il pastore, cioè guidando e conducendo sulle sue orme coloro che cercano la vita vera, coloro che gli appartengono e che riconoscono la sua voce. Lui conosce il nome delle pecore, loro conoscono la sua voce: si racconta di una relazione, di un’intimità profonda. Senza guardare a questo complessivamente, mi sembra difficile collocare le varie parti del testo nella loro luce completa. E allora teniamo insieme le due immagini.
La porta non compare la prima volta qui con Giovanni; oltre a essere usata spesso nel nuovo Testamento, è utile riprendere qualche ricorrenza dall’Antico, per capire di quale valore si riempie il termine quando è usato. In Gen 28,10-20 si racconta del patriarca Giacobbe che, mentre è in viaggio da Bersabea a Carran, si ferma in un luogo chiamato Luz per trascorrere la notte; durante la notte sogna una scala che collega cielo e terra, con angeli del cielo che salgono e scendono. Sempre nel sogno, il Signore si rivela a lui come il Dio dei suoi padri e gli promette di dargli quella terra, che si espanderà a Oriente e Occidente, che sarà benedetto lui e la sua discendenza e che Egli non lo abbandonerà. Al risveglio Giacobbe percepisce questo sogno quasi come una visione, prova timore e dà credito al sogno, sente che Dio è presente in quel luogo ed esclama che quel luogo è proprio la casa di Dio, è la porta del cielo. Così chiama quel luogo Bet-El che significa “casa di Dio”. Ecco comparire l’immagine della porta. La scala e la promessa di Dio del sogno sono tradotte nelle parole di Giacobbe rispettivamente con l’immagine della porta e della casa. La promessa di discendenza e di stabilità fa comprendere a Giacobbe che il Signore è presente in quel luogo, che quel luogo è sua dimora: se Egli può dare a lui quella terra, vuol dire che quella è casa sua, è casa di Dio. Dunque, la promessa si traduce con l’immagine della casa. Invece, la scala che Giacobbe vede nel sogno, su cui salgono e scendono gli angeli, una scala che collega cielo e terra, è ridetta da Giacobbe come “porta”; allora significa che per capire bene cosa sia questa porta dobbiamo pensare anche alla scala e al sogno che Giacobbe fa. La porta collega due cose che sarebbero in sé separate, in questo caso specifico cielo e terra; la porta, come la scala, dà la possibilità di uscire ed entrare, come salire e scendere. La porta, come la scala, non dice che è buono ciò che sta da una parte e meno buono ciò che sta dall’altro, ma apre la possibilità che questi due elementi stiano in connessione, permette un equilibrio, permette una comunicazione in cui gli elementi dell’una parte e dell’altra possono scambiarsi. È così per la porta di un recinto: è buono sia stare dentro al recinto, protetti; ma se non ci fosse la porta e solo il recinto, la vita dentro sarebbe claustrofobica. E invece c’è la porta, che permette di uscire, andare al pascolo, e rientrare e trovare riposo. Grazie al sogno di Giacobbe comprendiamo che le due cose messe in connessione sono terra e cielo, la vita mondana o terrena e la vita in Dio, il luogo dove stanno gli uomini e il luogo dove domina Dio, cioè il cielo. È necessario, allora, che queste due cose stiano in connessione: dalla connessione c’è vita, c’è equilibrio. Cos’è il pascolo senza le pecore? E cosa sono le pecore senza il pascolo? O, altrimenti detto, cos’è il cielo senza noi uomini? E cos’è la vita degli uomini senza la Signoria di Dio, senza il cielo, senza la presenza di Dio?
Scopriamo, allora, che la porta che connette queste due realtà esiste ed è aperta: è Gesù stesso. Egli si presenta come la porta ma potremmo pensare anche alla scala, per capire meglio. Allora diventa più chiaro ciò che dicevamo all’inizio, che la Resurrezione non riguarda solo Gesù; Gesù diventa la porta anche della nostra Resurrezione, diventa Colui attraverso il quale possiamo passare connettendo cielo e terra. Se nella nostra vita c’è Gesù che è la porta, allora saranno sempre più in comunicazione le realtà terrestri e quelle celesti, la vita di quaggiù con la sua fisicità, concretezza e complessità, con la vita in Dio, con quel cielo che è aperto; un cielo che vuole emanare le sue energie, in questo scambio continuo in cui la pienezza di gioia e vita che sono di Dio vogliono irradiarsi sulla terra. Resurrezione non è solo domani, Resurrezione è oggi se quella porta è aperta, se c’è Gesù che è la porta; così non rimaniamo confinati dentro ai limiti di un recinto delle pecore, che se chiuso può diventare mortifero.
Gesù è la porta, però, se lasciamo che sia pastore: qui le due immagini si connettono intimamente. Mentre il testo evangelico ci annuncia di un pastore buono che dà la vita per le sue pecore, dell’unico vero pastore perché ha deposto completamente sé stesso e la sua vita e dunque non ha tornaconti per sé da ottenere, come i mercenari, allo stesso tempo vuole invitarci a lasciare che Egli sia pastore; siamo invitati, come popolo della Resurrezione, come gregge in cerca di pascoli erbosi e verdeggianti, a riconoscere la Sua voce. La parabola introduttiva diceva che le pecore non riconoscono la voce del ladro e dunque non lo seguono; questo è un invito, un invito per noi che forse non sempre facciamo proprio così. Quante volte seguiamo voci seducenti e ammalianti di ladri e briganti, che si presentano a noi promettendoci pascoli e invece volendo solo rubarci vita? Siamo davvero così intimi di Gesù da riconoscere e seguire solo la Sua voce? Oppure a volte quella voce di mercenario, di ladro, di brigante, la portiamo dentro? A volte corrisponde con la nostra stessa voce, quella che sale da dentro di noi, che è il nostro egoismo e la nostra autosufficienza: allora, ci facciamo pastori di noi stessi; ma poi ci sveliamo, per noi stessi, essere stati solo ladri e briganti. Ci vuole molto allenamento, dentro e fuori di noi, per smascherare gli inganni di persone e di pensieri nostri che non entrano attraverso la porta, cioè Gesù, e che vogliono farci uscire per rapire la nostra vita. Drammatico che possa succedere con persone di cui ci fidiamo, non vedendo che non sono libere da sé stesse e quindi non possono essere altro che mercenari; e drammatico che succede spesso con noi stessi, reputandoci porte e pastori, reputandoci la via per trovare pascoli verdi e vita piena. Eppure, se lo desideriamo, possiamo allenarci per arrivare a riconoscere solo la voce di Gesù come quella del pastore buono, che dà la vita per noi; possiamo allenarci a seguire Lui e non più noi stessi o altre voci e ideologie. Che anche su di noi si possa dire: «le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce», come scrive Giovanni, e «siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime», come dice Pietro.



Lascia un commento