Domenica 3 Maggio (DOMENICA – Bianco)
V DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)
At 6,1-7 Sal 32 1Pt 2,4-9 Gv 14,1-12
di Don Massimo Grilli Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano🏠home
Il tema della Domenica
La crescita della comunità (Atti) e la comunione nella casa del Padre (Vangelo) sono solo apparentemente temi distanti. In verità, ambedue hanno come punto d’appoggio la fede in Cristo Gesù, la via che conduce alla comunione piena.
Prima lettura: At 6,1-7
Per mezzo di un sommario degli Atti degli apostoli, ancora una volta, la liturgia del tempo pasquale ritorna sulla vita della prima comunità cristiana. Tuttavia, a differenza della lettura della seconda domenica di pasqua – dove la comunità veniva descritta come un cuor solo e un’anima sola – in Atti 6 Luca evidenzia per la prima volta un dissidio che serpeggiava all’interno della chiesa nascente. La presenza di due gruppi, diversi per tradizione e cultura, è all’origine del diverbio: da una parte i giudeo-cristiani provenienti dalla Palestina – che parlavano aramaico ed erano educati al rispetto della legge e della tradizione dei padri – e i pagano-cristiani dall’altra, provenienti dall’ambiente ellenistico – nati nella diaspora – che parlavano greco e avevano particolari interessi e abitudini.
Le ragioni del conflitto non emergono chiaramente dal breve accenno di Luca, ma su un motivo la descrizione sembra essere molto chiara: la condivisione dei beni – uno dei cardini della comunità cristiana – era stato messo in crisi da favoritismi che, privilegiando gli uni, trascuravano i membri ellenisti della comunità, più bisognosi degli altri. È interessante notare che Luca solitamente tende ad armonizzare ed evita di accentuare situazioni di scontro tra credenti. Eppure, più volte, nel libro degli Atti, è costretto ad ammettere che la Chiesa si trova in pericolo per dissidi al suo interno. La discussione sulle condizioni di accoglienza dei pagani, che provocherà l’assemblea di Gerusalemme (At 15), rappresenterà il punto culminante di questa situazione conflittuale.
Luca, tuttavia, non si ferma qui. Insieme alla denuncia, mette in luce anche i mezzi per superare la crisi. L’atteggiamento realistico degli apostoli, che guardano in faccia la situazione senza ipocrisie, offre all’autore degli Atti l’occasione di sottolineare uno dei presupposti fondamentali per affrontare la crisi: non mentire di fronte ai fatti. La Parola esige il coraggio di non voltare le spalle alla realtà, di guardare la crisi a occhi scoperti, con la certezza che la fede non offre garanzie di incolumità morale, ma ha il potere di inchiodare chi crede di fronte alle sue responsabilità.
Un secondo passo verso la soluzione dei problemi è la proposta apostolica di istituire un nuovo servizio ministeriale. L’istituzione dei sette a favore dei più bisognosi e la riserva a sé del servizio della Parola mostra come l’unità nella diversità dei ministeri sia fondamentale nella crescita della comunità. La segnalazione della crescita del numero dei discepoli che, dopo la menzione iniziale, viene riproposta a conclusione del passo, sottolinea decisamente che l’interesse non è tanto sulla quantità delle persone, ma sulla fecondità di un’armonia ritrovata. Ciò che importa, in effetti, non è il numero, ma la fedeltà, perché la garanzia della chiesa non riposa sulla potenza dei mezzi o sulle folle osannanti, ma sugli unici criteri di verità evangelica sempre validi: la fedeltà alla Parola, l’attenzione ai bisognosi e ai reietti e la volontà di ritrovare la comunione infranta. E infatti Luca si guarda bene dal fare un discorso di pura conta numerica: nell’ultimo versetto l’aumentare del numero dei discepoli è preceduto dalla crescita della Parola. Ancora due volte, negli Atti, si insiste sulla parola di Dio che cresceva (12,24; 19,20), a sottolineare la potenza salvifica del messaggio che sgorga da un’esperienza di comunione autentica.
Il Vangelo: Gv 14,1-12
Il passo del Vangelo di Giovanni presenta l’inizio del lungo discorso d’addio (Gv 14-17) che Gesù rivolge ai suoi discepoli prima della passione e morte di croce. Si tratta di un discorso intenso e ricco di motivi, legato alla partenza di Gesù. Questo genere di discorsi era già presente nel mondo antico, che proponeva le ultime parole di un personaggio famoso come la via maestra tracciata davanti a coloro che erano investiti del compito di proseguirne l’opera. Per Giovanni, tuttavia, questo discorso si tinge di forti connotazioni cristologiche ed ecclesiali, in sintonia con la sua profonda visione della storia salvifica.
Il momento della partenza di Gesù agli occhi umani sembra una fine e invece Gesù parla di un fine, di una mèta. Le Parole di Colui che se ne va additano come mèta una casa dove ci sono molte dimore. Sia il termine oikia (casa) che il termine monê (dimora) non fanno riferimento alle strutture, ma all’atmosfera, al calore e all’intimità familiare. Il termine monê (da cui monastero) evoca la dimora dove ciascuno si sente a proprio agio. La casa del Padre, mèta del viaggio, si presenta, dunque, come pienezza di comunione con Dio e Gesù, con la sua partenza, è il prodromos, colui che apre la strada.
Sin dai primi racconti che la sapienza umana ha saputo redigere si parla dell’importanza di trovare una via e una mèta che vada oltre la finitudine e la morte: una strada che conduca alla vita. In un’epopea del 3.000 a.C., ad esempio, Gilgamesh – un eroe che vive in una città mesopotamica – dopo la morte dell’amico più intimo si mette alla ricerca del segreto della vita.
Ai discepoli che si trovano davanti a una strada chiusa, Gesù dice: Io sono la Via, la Verità e la Vita. Gli studiosi vedono qui uno dei momenti più alti della teologia giovannea, anche se di difficile comprensione. In effetti, i tre predicati che seguono l’Io sono condensano una parola di autentica e sublime rivelazione che è questa: Gesù è Colui che – se incontrato – non chiude la strada della vita autentica, anzi la apre. E la via che apre non inganna, non è una menzogna. Uomini e donne hanno intrapreso pellegrinaggi e scalato montagne alla ricerca della via della vita. Giovanni proclama solennemente che Gesù è la Via. Non perché è un uomo straordinario, capace di segni prodigiosi, e neppure perché è un modello di alto spessore morale, da imitare… Gesù è la Via perché non bara e non illude come tanti fattucchieri che si incontrano nella vita. Chi accoglie la Verità salvifica rivelata nel Figlio, trova la Via per raggiungere la Vita.
Al pellegrino di oggi, spesso in viaggio alla ricerca di senso, Gesù offre la comunione con Dio come mèta del cammino e la fede come via per raggiungerla. Il viaggio che ogni essere umano intraprende può diventare una fuga o un vagabondaggio. Ma una vita da vagabondo, una vita senza una mèta, è una strada senza uscita e non vale la pena percorrerla. Chi cerca ha bisogno di una Via che conduca a una dimora dove Qualcuno ci attende.



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