Don Paolo Zamengo”Nostalgia di Dio”

Domenica 17 Maggio (SOLENNITA’ – Bianco)
ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO A)
At 1,1-11   Sal 46   Ef 1,17-23   Mt 28,16-20

di Don Paolo Zamengo

Purtroppo, un po’ dappertutto l’Ascensione tende a diventare la cenerentola delle feste cristiane. L’Ascensione è poco sentita perché la Chiesa esita a fare festa nel momento in cui il suo Signore “se ne va”. La Chiesa festeggia volentieri il Signore che viene, ma non il Signore che parte; acclama colui che appare, ma non colui che scompare. Con l’Ascensione Gesù diventa invisibile. L’invisibilità fa problema: mi ha colpito le parole che ho letto: “L’invisibilità ci uccide”. Sì, questo è un pericolo. Non è forse vero che nell’invisibilità ci si allontana a volte? Abbiamo perfino coniato un proverbio: “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. Quasi a dire che quando viene meno la visibilità viene meno anche il rapporto, la relazione. E non è proprio questo quello che accade sul quel monte? E’ scritto: “Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo…”. Ma ci chiediamo, il Signore è lontano anche dal cuore? Non è riuscito a dire “tutto” agli uomini dai pensieri refrattari e divaganti ma ha parlato di un meraviglioso destino, di una gioia piena, delle eterne origini dell’uomo, ma qualcosa gli è rimasto in gola tra il dolore del distacco e la nostalgia del ritorno. Il resto lo farà lo Spirito per l’universalità della salvezza, per la gratuità dell’amore divino, per il desiderio di unità che il Padre coltiva. E la storia che segue è certo quella narrata negli Atti degli Apostoli, ma anche quella narrata nei secoli successivi, è la storia anche dei discepoli di oggi. Ebbene la storia che segue contiene una sfida al proverbio, e sta a dimostrare che la lontananza dagli occhi di Gesù, la sua invisibilità, non l’ha cancellato dal nostro cuore. L’invisibilità non significa assenza, ma un altro tipo di presenza, quella dello Spirito con il quale Gesù paradossalmente è più vicino di prima ai suoi discepoli. Prima stava “con loro”, adesso dimora “dentro” di loro. L’Ascensione rovescia il proverbio: “lontano dagli occhi, vicino nel cuore”. Il Verbo è disceso dal cielo per congiungerlo alla terra, ha attraversato le acque e si è elevato nell’aria, e dal cielo ha inviato il Paraclito: così rinasce e continua la storia dell’uomo. Vorrei aggiungere che quella visibilità di Gesù a cui, a volte, guardiamo con nostalgia, quando le folle lo toccavano, quando Maria Maddalena lo profumava, quella visibilità era anche un ostacolo. Un ostacolo perché tratteneva Gesù: lo tratteneva in un piccolo paese, nei confini che delimitavano la sua azione. Quante migliaia di persone lo videro e lo ascoltarono? Poche senz’altro. Ma quando è asceso al cielo, pensate quante storie di uomini e di donne e noi siamo una di queste storie, quante storie di uomini e di donne hanno stretto un legame con questo invisibile Signore. Gesù, lontano dai nostri occhi, vive e vive con la sua presenza, con la sua parola, con la sua luce, con la sua consolazione, nei nostri cuori. E da ultimo è anche vero che questa festa dell’Ascensione proprio perché sottrae il Signore ai nostri sguardi, ci fa vivere i nostri giorni anche come attesa. Perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno, allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo. Vivere in attesa. Non è sempre facile imparare l’attesa. Aspettare Dio. Anche nella fede a volte abbiamo più l’aria di chi possiede che non lo sguardo curioso di chi attende. Penso a chi non aspetta Dio perché ha altro da fare e da cercare. Penso a chi non aspetta Dio perché lo possiede rinchiuso nella sua cultura. Penso al credente, che non aspetta Dio perché gli basta la sua pratica religiosa della sua esperienza. Non è facile sopportare di non avere Dio, questo aspettare Dio…”. La festa dell’Ascensione ci insegna la nostalgia di Dio.


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