Don Paolo Scquizzato OMELIA 𝐀𝐬𝐜𝐞𝐧𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐒𝐢𝐠𝐧𝐨𝐫𝐞. 𝐀𝐧𝐧𝐨 𝐀

Domenica 17 Maggio (SOLENNITA’ – Bianco)
ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO A)
At 1,1-11   Sal 46   Ef 1,17-23   Mt 28,16-20

di Don Paolo Scquizzato🏠home

La festa dell’Ascensione di Gesù, se liberata da letture ingenue o puramente mitologiche, custodisce una provocazione spirituale immensa. Forse due.

La prima riguarda il nostro modo di pensare Dio e il rapporto con il sacro.

Ogni civiltà religiosa ha immaginato il cielo come il luogo da cui discendeva l’autorità capace di legittimare il potere sulla terra. Per secoli si è creduto che alcuni uomini fossero più vicini a Dio di altri, autorizzati a parlare in suo nome, interpreti esclusivi della sua volontà. In nome di questo “Dio-lo-vuole”, la storia religiosa dell’umanità – compresa quella cristiana – ha conosciuto violenze, esclusioni, condanne, guerre (ovviamente sante).

L’istituzione religiosa ha spesso preteso di essere il ponte obbligato tra il cielo e la terra, tra l’umano e il divino. Ma il Vangelo introduce una frattura radicale dentro questa logica.

Con Gesù cade l’idea di una distanza da colmare tramite mediatori sacri. Il divino non abita più in luoghi separati, custoditi da pochi. Si lascia incontrare nell’intimo della coscienza, nella profondità viva dell’umano. Ernesto Balducci scriveva parole potentissime: «Fra la coscienza e Dio non c’è che il puro vuoto della responsabilità umana».

L’Ascensione racconta simbolicamente proprio questo: il condannato, il rifiutato dal potere religioso del suo tempo, entra nella “gloria di Dio” senza alcuna legittimazione ufficiale. Gesù, giudicato bestemmiatore dagli uomini religiosi, viene riconosciuto dalla Vita stessa. Ed essendo, come scrive Paolo, il “primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29), ciò che accade a lui riguarda ogni essere umano. Nessuno deve più chiedere permesso per sentirsi abitato dal Mistero. Nessuna autorità può sequestrare l’accesso a Dio.

Per questo il battesimo, nel linguaggio originario cristiano, non era una delega alla dipendenza, ma una consacrazione alla maturità: ogni donna e ogni uomo “sacerdote, re e profeta”, cioè responsabile della propria coscienza, della propria libertà, del proprio cammino.

La seconda provocazione dell’Ascensione è ancora più disarmante. Nel libro degli Atti, mentre i discepoli continuano a fissare il cielo, due uomini chiedono: «Perché state a guardare il cielo?» (At 1,11). È una domanda che attraversa i secoli.

Con Gesù il cielo si svuota come luogo di evasione. Non ci è più concesso usare Dio per fuggire dalla terra. Non possiamo più rifugiarci in spiritualità disincarnate mentre il mondo continua a sanguinare. L’Ascensione non invita ad alzare lo sguardo lontano dalla vita, ma a ritornare dentro la vita con occhi nuovi. Il cristianesimo, nel suo nucleo più profondo, non promette scorciatoie celesti per sopportare passivamente il dolore del mondo. Non benedice la fuga. Non consola dicendo semplicemente: “Un giorno andrà meglio altrove”.

Il messaggio evangelico sembra piuttosto suggerire questo: il “cielo” comincia quando l’umano diventa più umano. Quando una relazione viene guarita. Quando qualcuno restituisce dignità a un volto umiliato. Quando si sceglie di amare dentro la ferita della storia.

Per questo la scomparsa fisica di Gesù venne interpretata dalla prima comunità come un passaggio necessario: «È bene per voi che io me ne vada» (Gv 16,7). Come accade nella vita adulta, arriva un momento in cui la presenza esterna deve ritirarsi affinché possa nascere una presenza interiore. Non più qualcuno da seguire dipendentemente, ma uno Spirito da incarnare creativamente.

L’Ascensione allora non parla tanto di un uomo che vola via verso un altrove cosmico, ma piuttosto dell’umanità che finalmente cresce, della fine delle religioni della dipendenza. Parla di donne e uomini chiamati a smettere di aspettare miracoli dal cielo per diventare essi stessi mani che curano, sguardi che riconoscono, vite che rialzano.

E forse il Cristo continua ad “ascendere” ogni volta che qualcuno riesce a vedere il divino non sopra il mondo, ma dentro la sua carne fragile, nei senza volto, negli scartati, negli invisibili della storia.


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