Domenica 24 Maggio (SOLENNITA’ – Rosso)
DOMENICA DI PENTECOSTE – MESSA DEL GIORNO (ANNO A)
At 2,1-11 Sal 103 1Cor 12,3-7.12-13 Gv 20,19-23
di Rosalba Manes🏠home
Nella solennità di questa Pentecoste è Giovanni a introdurci nel mistero del dono dello Spirito e a condurci nuovamente nel cenacolo, in quel luogo dalla mensa così significativa e rivelativa, dove rispetto all’abbondanza del cibo prevale l’intensità e la qualità delle relazioni. La mensa, infatti, è lo spazio relazionale per eccellenza dove, con l’acqua che si versa, il vino che si mesce e il pane che si spezza e condivide, si mette in circolo la propria vita, l’attenzione all’altro, il desiderio che egli viva. La mensa del cenacolo è stata visitata dalle tenebre del tradimento, dal dramma dell’amico che si è mutato in nemico, ma anche dalla luce dell’amore più grande, del dare la vita a uomini che il Cristo ha trasformato in amici, in suoi intimi, nei destinatari del suo amore eccedente.
Nel cenacolo si conserva ancora vivo il ricordo di quella sera costellata di parole dal sapore eterno, simili a scintille capaci di alimentare il fuoco nel cuore dei discepoli e di risvegliare in loro la profonda nostalgia del Padre: Mostraci il Padre e ci basta! E il Figlio mostra il Padre descrivendo a più riprese la loro intima relazione, il loro essere l’uno nell’altro e l’uno per l’altro. I discepoli sentono parlare del mistero trinitario, ma hanno bisogno di essere introdotti in esso e per questo Gesù promette il Consolatore, l’Avvocato divino che protegge, custodisce e promuove: lo Spirito che nell’atmosfera calda dell’amare e del donare spalanca le porte delle paure e infonde coraggio.
Per Giovanni, la Risurrezione e la Pentecoste accadono nello stesso giorno, il «primo della settimana», il primo della creazione nuova, dove ogni cosa viene rinnovata e acquista una luce nuova. Il Risorto si presenta e saluta i suoi, dando loro la possibilità di riconoscerlo. Mostrando le mani e il fianco, Cristo permette ai suoi di riconoscerlo come «il Signore» per passare dalla paura alla gioia e di comprendere che egli è il crocifisso Risorto: nella sua pasqua umiliazione e gloria non si possono disgiungere. Il crocifisso Risorto saluta i suoi, ma il suo saluto non risponde a nessun protocollo o codice di bon ton, si presenta come trasmissione di un incarico, consegna di un mandato missionario. I discepoli sono degli inviati, cioè dei collaboratori di Gesù chiamati a prolungare la sua missione nello spazio e nel tempo. Essi sono chiamati a partecipare alla missione che il Padre ha affidato al Figlio e sono invitati ad entrare in questa relazione di straordinaria reciprocità. Collaborare a questa missione senza confini, richiede non solo l’investimento delle proprie forze e qualità, ma la forza stessa di Dio: Ricevete lo Spirito Santo. Non si tratta di una forza qualsiasi. La forza che viene dall’uomo spesso si fa serva dell’ingiustizia, mentre la forza che viene da Dio è fermento di perdono e di riconciliazione, pilastri del mondo nuovo.
Con un gesto che richiama lo stile dei profeti e il respiro che Dio stesso soffia in origine per vivificare la creatura umana e che Ezechiele profetizza sulle ossa inaridite, Gesù risorto alita sui discepoli il suo soffio. Questo soffio ha un duplice effetto: guarirli dalle ferite e trasformarli in comunicatori di perdono e di riconciliazione per i fratelli: A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati.
La Pentecoste di Giovanni diventa così la festa della nuova creazione e della grazia della riconciliazione e la mensa si accende dei profumi e dei sapori della figliolanza e della fraternità. È la festa che dovremmo vivere in ogni azione liturgica contemplando un creato trasfigurato e spalancando il cuore a relazioni purificate e rivitalizzate.



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