Sabato 23 Maggio (SOLENNITA’ – Rosso)
DOMENICA DI PENTECOSTE – MESSA DELLA VIGILIA
Gen 11,1-9 Sal 32 Rm 8,22-27 Gv 7,37-39
di Alessandro Cortesi O.P.🏠home
Nel IV vangelo il dono dello Spirito è presentato nella sera della Pasqua. Gesù sta in mezzo ai discepoli e dona il soffio dicendo: “Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20,22). Il dono dello Spirito si rapporta a quanto narrato nel momento della morte di Gesù, quando – secondo il IV vangelo – Gesù rese il soffio e “consegnò lo Spirito” (Gv 19,30). Già lì si attua il dono dello Spirito, il soffio non catturabile di una forza di rigenerazione, apertura, libertà. A Nicodemo Gesù aveva detto: “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito” (Gv 3,8) E ancora: “se uno non rinasce dall’alto non può entrare nel regno di Dio… se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (Gv 3,3.5).
Lo Spirito è il soffio presente nella creazione che rinvia a quella ‘prima pentecoste’ del respiro di Dio su ogni creatura: “Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque” (Gen 1,2). Il soffio della parola di Dio è respiro generativo di un cosmo che proviene dalle sue mani. L’alitare di Gesù nella sera di Pasqua è nuova creazione, inizio dell’esistenza di una comunità animata da respiro nuovo. Nella primavera di quel giardino dov’era collocato un ‘sepolcro nuovo’ Gesù appare come colui che comunica il soffio di una vita nuova in una condizione di libertà dal male e dal peccato, in vista di un superamento del peccato e della riconciliazione “a chi rimetterete i peccati saranno rimessi” (Gv 20,23).
Al soffio della creazione nella Bibbia si affianca il soffio della Parola, in particolare della parola profetica, ispirata da Dio. . Il soffio di quella parola – la Legge – costituisce infatti un popolo chiamato a stare in ascolto. Ezechiele davanti alla pianura desolata popolata di ossa aride annuncia la promessa di Dio, il dono dello Spirito che fa rivivere un popolo allo stremo: “Farò entrare in voi il mio Spirito e rivivrete…” (Ez 37,14). Il dono dello Spirito nei cuori è annunciato da Geremia: “porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò nel loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo” (Ger 31,31). Il dono della Pentecoste è il dono di una legge nel cuore. Così pure è invio ad essere comunità responsabile della testimonianza: tutti nella comunità sono investiti di forza in riferimento alla speranza di Mosè: “fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo Spirito” (Num 11,29). Nella Pentecoste nasce una comunità chiamata a vivere la relazione e la speranza: Gesù apre la comunità dei discepoli ad un invio in una nuova situazione di libertà.
La Pentecoste come dono dello Spirito è narrata più volte: il IV vangelo pone la narrazione nella sera di Pasqua, Luca narra la Pentecoste cinquanta giorni dopo a Gerusalemme, con i segni del vento impetuoso e le lingue di fuoco. Il dono dello Spirito suscita modi nuovi di comunicazione. Investiti di ‘forza dall’alto’ i discepoli assumono coraggio oltre le loro capacità. La loro parola si fa comprensibile e raggiunge chi ascolta. “Com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?” (At 2,8). Una nuova relazione si apre: la promessa di Babele, il progetto di Dio che benedice la diversità, non è dispersione e incomunicabilità, ma possibilità di comprensione reciproca e di dialogo nuovo. Pentecoste non è solo anti-Babele – critica di ogni pretesa di costruire un impero unico con una sola lingua, che si pone al posto di Dio – ma è anche compimento della promessa di Babele, la comunione possibile nella convivialità delle differenze e nello scambio dei doni.
“Li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio” (At 2,11). Lo Spirito de-centra la vita e rende capaci di annunciare e testimoniare l’opera di Dio al di là di schemi prefissati e di chiusure identitarie.



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