S.B. Card. Pizzaballa Meditazione DOMENICA DI PENTECOSTE

Domenica 24 Maggio (SOLENNITA’ – Rosso)
DOMENICA DI PENTECOSTE – MESSA DEL GIORNO (ANNO A)
At 2,1-11   Sal 103   1Cor 12,3-7.12-13   Gv 20,19-23

di S.B. Card. Pizzaballa🏠home

Il brano di Vangelo che ascoltiamo in questa solennità di Pentecoste (Gv 20,19-23) ci riporta alla sera del giorno di Pasqua, e questo è il primo dato fondamentale su cui è necessario soffermarsi.

Per “capire” la Pentecoste, infatti, bisogna tornare alla Pasqua, perché lo Spirito è la vita stessa del Risorto che viene comunicata ai discepoli.
L’evangelista Giovanni vuole che sia chiaro: lo Spirito non è un’aggiunta successiva alla risurrezione. Lo Spirito è la forma stessa della vita risorta. Il Signore non può non donarlo: è la sua vita, e la vita tende sempre a comunicarsi. Per questo Giovanni colloca il dono dello Spirito nello stesso giorno della risurrezione: per dire che Pasqua è già Pentecoste in germe.

Ma per dire anche che la Pasqua, in qualche modo, non sarebbe “completa” senza la Pentecoste.
Il disegno del Padre, infatti, è che l’umanità viva della vita del Figlio: ebbene, la Pasqua rende possibile questa vita, mentre la Pentecoste la rende effettiva, operante, comunicabile.
La vita risorta non è solo del Risorto, ma non vuole neppure restare chiusa e riservata per pochi: diventa Chiesa, corpo, diventa linguaggio per tutti.

E questo accade attraverso un incontro, che avviene nel Cenacolo, la sera di quello stesso giorno, il primo della settimana (“La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!».” – Gv 20,19).

Da una parte troviamo il Risorto, ricolmato dal Padre di una vita che trabocca, che è pienezza eterna.
Dall’altra parte ci sono i discepoli: fragili, chiusi, impauriti, incapaci di futuro, segnati dal fallimento e dalla fuga. Sono vivi, ma di una vita piccola, contratta, quasi spenta.

Eppure, è dentro questa sproporzione che l’incontro accade. Il Risorto non chiede ai discepoli di essere diversi da ciò che sono: entra nelle loro ferite, non nelle loro forze; sta in mezzo alla loro paura, non alla loro fede; mostra le sue piaghe, non la sua gloria. In questo incontro, la Vita non giudica la fragilità, ma la raggiunge e la trasforma dall’interno. Il dono dello Spirito, dunque, nasce qui: la vita del Figlio che si piega sulla vita dei suoi segnata dal peccato, per rialzarla.

A queste persone fragili, il Signore non dà semplicemente un aiuto, un consiglio, un incoraggiamento.
Non si limita ad accoglierli così come sono. A queste persone fragili, il Risorto dà la sua stessa vita.
Quella vita piena, abbondante, eterna, quella vita che ha ricevuto dal Padre in dono, il Risorto la comunica ai suoi, con un gesto e una parola che segnano un passaggio, un ponte che permette a questa vita di raggiungere la Chiesa: “Soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20, 22).
Non è un gesto allegorico: è il passaggio reale della vita divina nella vita umana. Una vita con tre caratteristiche.

Innanzitutto, è una vita riconciliata

Il primo effetto dello Spirito è il perdono: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati” (Gv 20,23). La vita del Risorto guarisce ciò che è morto, cura ciò che è malato.
Il peccato, nel linguaggio biblico, non è una macchia morale: è una zona di morte, un luogo dove la relazione si è spezzata, dove il cuore si è chiuso e la vita non circola più.
Quando il Risorto dona lo Spirito, la prima cosa che accade è che la vita entra nelle zone morte. Il perdono è questo: la vita che rientra dove non c’era più vita e tutto ha la possibilità di rifiorire, di ricominciare.

La vita del Risorto, poi, è una vita inviata: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20,21).
Lo Spirito non chiude, non ripiega, non isola. Lo Spirito apre, dilata e invia.
Per questo la vita nuova non può essere custodita come un tesoro privato: è una vita che tende naturalmente a raggiungere altri, come il Figlio ha raggiunto noi.
La missione non è un dovere aggiunto alla vita cristiana: è la vita stessa dello Spirito che si muove in noi, è partecipazione al movimento di Dio verso il mondo, alla sua passione per l’umanità.

Infine, la vita nuova è una vita abitata
Il Risorto non resta fuori: entra, sta in mezzo, respira sui discepoli (“stette in mezzo” … “soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo” – Gv 20,19.22). Non è dunque solo una vita migliore, ma è una vita in cui Dio prende casa. Lo Spirito non è un aiuto dall’esterno, non è una forza che viene ogni tanto, o spesso per i più fortunati. È una presenza stabile, come qualcuno che si trasferisce dentro la nostra umanità.

Questi tre elementi della vita nuova sono anche criteri di discernimento con cui leggere ciò che accade dentro e attorno a noi e riconoscere allo stesso tempo come e dove lo Spirito opera: dove qualcosa si riconcilia, lì passa la vita nuova; ciò che ci apre, ci decentra, ci fa uscire da noi stessi, viene dallo Spirito; dove cresce una presenza interiore che pacifica, illumina, orienta, lì lo Spirito abita.


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