Don Massimo Grilli Commento DOMENICA DI PENTECOSTE

Congregation with flames above heads and a glowing dove in cathedral

Domenica 24 Maggio (SOLENNITA’ – Rosso)
DOMENICA DI PENTECOSTE – MESSA DEL GIORNO (ANNO A)
At 2,1-11   Sal 103   1Cor 12,3-7.12-13   Gv 20,19-23

di Don Massimo Grilli Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano🏠home

Il mistero della Pentecoste è riassunto dai testi odierni della Scrittura con tocchi straordinariamente ricchi e stimolanti. Il racconto degli Atti, la pagina di Paolo e il vangelo di Giovanni parlano del progetto divino sull’umanità e della vocazione della chiesa, modello e testimone di ciò che il mondo è chiamato ad essere.

Qual è dunque questo progetto? Come viene modellata la comunità dei credenti per rendere testimonianza del progetto di Dio sull’umanità intera? Tra i tanti aspetti che si potrebbero cogliere nei tre brani biblici odierni, soprattutto tre sembrano emergere.

Prima lettura: At 2,1-11

Ciò che viene raccontato negli Atti degli Apostoli porta a leggere la Pentecoste come l’alternativa radicale alla vicenda di Babele. Nel testo della Genesi, al capitolo undicesimo, si racconta che l’uomo intraprende il progetto titanico di costruire la storia prescindendo da Dio, o meglio sfidandolo. L’«avere una sola lingua e le stesse parole», va letto in chiave simbolica: è l’immagine di un progetto “imperialistico” destinato a creare l’unità del genere umano a partire dal potere.

Non a torto alcuni racconti rabbinici hanno visto nella costruzione della torre di Babele una volontà di potenza che sfida Dio e sfrutta l’essere umano. La torre, dice uno di questi racconti, aveva sette gradinate a oriente e sette ad occidente. Da una parte gli uomini salivano per portare i mattoni e dall’altra scendevano per andarli a caricare. Ora, se durante il faticoso andirivieni un uomo cadeva e moriva nessuno lo piangeva, ma se un mattone si rompeva, lamenti e grida si alzavano da terra: «Quanto costerà? Come si farà?». Il Signore vide che gli uomini si preoccupavano più dei mattoni che dei loro fratelli e allora scese, li maledisse, e li disperse sulla faccia della terra.

Sono riconoscibili qui tanti progetti antichi e contemporanei, che distruggono e asservisco. Il risultato di un tale manifesto insolente e borioso è il fallimento totale: non l’unità, ma la confusione dei linguaggi e la dispersione; non l’armonia dei popoli e delle lingue, ma la frantumazione e l’odio.

A questo quadro concepito dalla hybris umana si contrappone quello di Dio, manifestato dal popolo che nasce grazie allo Spirito. In questo popolo trovano posto uomini e donne di ogni nazione e lingua, che non rispondono al progetto mitomane del potente di turno, ma vivono di libertà e gratuità, responsabilità e grazia.

Seconda lettura: 1Cor 12,3b-7.12-13

La lettera di Paolo ai cristiani di Corinto presenta un modello della nuova umanità: una comunità dove convivono funzioni, carismi e servizi diversi, nell’unità del medesimo Spirito. Anche il discorso paolino, tuttavia, parte da una situazione di lacerazione comunitaria dovuta alla competizione e alla ricerca ossessiva di doni straordinari. A Corinto, infatti, si era creata un’emulazione perversa, grazie alla quale era di moda competere per ricercare i carismi più sensazionali e appariscenti, come ad esempio la glossolalia. Il fatto provocava non pochi problemi ai rapporti vicendevoli, sia per il disprezzo di chi ne era sprovvisto, sia per il fraintendimento dell’opera dello Spirito, basata più sulla spettacolarità dei doni che sulla semplicità della fede.

L’intervento di Paolo insiste su due aspetti fondamentali. Anzitutto, egli afferma che cercare lo Spirito di Dio nel sensazionale dimostra un’incomprensione profonda della fede, perché un semplice atto di fede è già opera dello Spirito. Inoltre – ed è il secondo aspetto – la competizione tra credenti, alla ricerca dei carismi più appariscenti, nuoce alla comunione e a ciò che è basilare: vale a dire l’amore, senza il quale, i carismi sono carcasse vuote. Lo Spirito crea unità e non concorrenza, rispetto della diversità e non disprezzo, ricerca di ciò che è fondamentale e non di ciò che appare.

Il Vangelo: Gv 20,19-23

Il terzo aspetto di una comunione nello Spirito è messo in rilievo nella cosiddetta “Pentecoste giovannea”, raccontata dal testo evangelico. Il narratore sottolinea (due volte in pochi versetti!) che la Pentecoste avviene quando «le porte erano chiuse». La paura di aggressioni porta i discepoli di Cristo a mettersi al sicuro, rintanandosi in un luogo chiuso. Con l’arrivo di Gesù tutto cambia, grazie al soffio dello Spirito alitato su di loro. Il verbo utilizzato da Giovanni per presentare il soffio di vita ricorre spesso nella traduzione greca dell’AT (la LXX) per designare il soffio vitale di Dio: l’atto con cui egli dona la vita al creato e all’uomo. La missione dei discepoli, in Giovanni come negli Atti, inizia da questo intervento vivificante dello Spirito capace di aprire porte chiuse, di sconfiggere paure inveterate e creare cammini nuovi alla parola evangelica, strade inimmaginabili alla mente dell’uomo.

Alla domanda «che cosa fa vivere l’uomo?» la tradizione biblica risponde indicando la Torah: gli insegnamenti e i precetti di Dio, che mai vengono intesi nella bibbia come peso insopportabile. I precetti di Dio sono una lampada sui sentieri tortuosi creati spesso dagli uomini! «Vedete – si dice nel libro del Deuteronomio – vi propongo in questo giorno da una parte la benedizione, e dall’altra la maledizione: la benedizione quando obbedirete ai comandi dell’eterno, vostro Dio… e la maledizione, se abbandonate la via che oggi traccio per voi…» (11,26-28). L’osservanza della Torah è, dunque, per Israele, la fonte che disseta e dà pienezza di vita a ogni essere umano, segnato dalla precarietà e dal peccato. Si comprende, allora, perché Shavuôt, la festa delle settimane – come viene chiamata ancora oggi la pentecoste nel mondo ebraico – faccia memoria ad Israele del dono della Torah: gli insegnamenti che fanno vivere!

Questa concezione ha informato la visuale cristiana dello Spirito: grazie a lui, la vita fiorisce, i sepolcri vengono scoperchiati, le speranze perdute acquistano nuovo vigore, le barriere tra popoli e nazioni vengono abbattute… Anche i patimenti trovano un senso, perché è lo Spirito che geme in essi. Grazie allo Spirito, le sofferenze dell’uomo e dell’universo non sono il rantolo di un morente, ma il gemito di una partoriente (Rm 8).


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