S.B. Card. Pizzaballa”Meditazione Domenica della SS Trinità”

Domenica 31 Maggio (SOLENNITA’ – Bianco)
SANTISSIMA TRINITA’ (ANNO A)
Es 34,4-6.8-9   Dn 3,52-56   2Cor 13,11-13   Gv 3,16-18

di S.B. Card. Pizzaballa🏠home

In questa domenica della SS Trinità, ci è dato di leggere un breve brano del capitolo terzo del Vangelo di Giovanni (Gv 3,16-18). È un testo che non parla di Dio in astratto: mostra come Dio si muove, come ama, come entra nella storia. 

In questo testo vediamo chiaramente che ci sono alcune parole che appartengono al mondo di Dio, al suo modo di essere e di agire. E ce ne sono altre che non gli appartengono, che non parlano del volto di Dio così come ci è rivelato dal Signore Gesù, Figlio di Dio.
Le parole che appartengono a Dio sono tutte parole che parlano di comunione.
E le parole che non gli appartengono sono tutte parole che parlano di separazione. 

Iniziamo da queste ultime, da quelle che non parlano di Dio.
Nel testo ne troviamo almeno due: “condannare”, che ritorna ben 3 volte (Gv 3,17.18) e “perdere” (Gv 3,16). 

Gesù dice infatti che Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo (Gv 3,17), che chi crede non è condannato e chi non crede ha già la sua condanna (Gv 3,18). 
Così come dice che chi crede non va perduto (Gv 3,17) perché, come dirà altrove nel Vangelo di Giovanni, la volontà del Padre è che Gesù non perda nessuno di quelli che Egli gli ha dato (Gv 6,39). 

Il Padre, dunque, non vuole condannare nessuno.
Anzi, poco più avanti, dirà che non solo non condanna, ma nemmeno giudica.
Giudicare, nel senso umano, significa separare, classificare, escludere. Questo non appartiene a Dio.
In Giovanni, il “giudizio” non è un atto di Dio, quanto la reazione dell’uomo alla luce: la luce viene, e ciascuno rivela ciò che porta nel cuore. Dio non giudica: Dio illumina. 

Se Dio non giudica, tanto meno condanna.
La condanna è l’atto di chi chiude, definisce, toglie futuro. Dio non condanna perché Dio apre: apre vie, apre la storia. La condanna, piuttosto, è ciò che l’uomo fa a se stesso quando rifiuta la luce. 

Dio non giudica e non condanna perché non vuole perdere nessuno. 
E non può perdere nessuno perché Lui non dimentica nessuno: ogni creatura rimane impressa nella sua memoria d’amore, come un nome scritto nel profondo del suo cuore. 

Queste parole, dunque, non appartengono alla semantica di Dio.
Quali, invece, gli appartengono? 

Nel brano di oggi ne troviamo tre: amare, donare, salvare.
Ascoltiamo infatti che “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio” (Gv 3,16); e che “ha mandato il Figlio nel mondo…perché il mondo sia salvato per mezzo di Lui” (Gv 3,17). 

Amare è il primo movimento della Trinità: il Padre genera il Figlio nell’amore, il Figlio riceve e ridona, lo Spirito è l’amore che circola e raggiunge. L’amore non è una qualità tra le altre: è ciò che Dio è e, quindi, anche ciò che Dio fa. Dio non può non amare, non può fare altro. 

Questo amore non è amore in astratto: l’amore dona e si dona.
Il dono è la forma concreta dell’amore. Dio non trattiene, non risparmia, non calcola: si espone, si consegna. 

E, infine, salvare: è il grande desiderio di Dio, la sua volontà, che tutti gli uomini siano salvi.
Ma cosa significa essere salvi? 

Non è un premio dopo la morte e non significa essere tolti dal mondo; non significa neppure comportarsi bene o essere irreprensibili. Significa piuttosto essere introdotti nella vita della Trinità: vivere del suo amore, respirare del suo Spirito, appartenere al Figlio come il Figlio appartiene al Padre.
Essere salvati significa partecipare della vita stessa di Dio, della sua comunione d’amore, perché la salvezza non è un luogo, è una relazione: “Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi” (Gv 17,21). 

Ecco la “vita eterna”, donata a chiunque crede: non è qualcosa che accade dopo la morte, ma qualcosa che accade dentro la vita. La comunione trinitaria diventa casa e dimora interiore, lo spazio in cui l’uomo vive già ora della stessa vita di Dio, partecipando al suo amore che non finisce. 


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