don Michele Cerutti” Frammenti di pane per le vie del mondo”

Priest holding Eucharist wafers during Catholic Mass with congregation in church

Domenica 7 Giugno (SOLENNITA’ – Bianco)
SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO A)
Dt 8,2-3.14-16   Sal 147   1Cor 10,16-17   Gv 6,51-58

di don Michele Cerutti🏠home

Quante volte abbiamo relegato l’Eucaristia ad una dimensione intimistica e privata, ad una sorta di devozione che ci isola. Questa solennità ci serve a fare i conti con la realtà per smuoverci dalle nostre comodità spirituali per guardare, invece, all’altare come centro della vita cristiana e non come a un rifugio. L’Eucaristia deve diventare il perno e uno stile di vita concreto.

Quante volte noi presbiteri ci sentiamo dire frasi del tipo: io vengo a messa, faccio la comunione, ma poi torno a casa e la mia vita non cambia di un millimetro. Sono sempre svuotato, come se camminassi nel deserto.

Attenzione la risposta sta nel fatto di come guardiamo a quel pezzo di Pane. Se lo consideriamo una medicina magica per non soffrire, non funzionerà mai. L’Eucaristia non è un anestetico per addormentare i problemi. È una sorta di carburante per affrontarli.

Un amico panettiere mi ha detto un qualcosa di illuminante che può servire per comprendere bene l’Eucaristia.

Il pane buono non nasce dal forno, ma da quanto tempo passi a impastare e a farlo riposare al buio. Ecco cosa fa Gesù: entra nelle nostre zone buie, impasta la sua vita con le nostre fatiche, e ci trasforma in qualcosa di buono per gli altri. Quel pane che riceviamo sull’altare ci viene dato per essere consumato fuori, per strada, nelle nostre case. Se dopo la comunione non cambiamo il nostro modo di trattare chi ci sta accanto, siamo solo andati a fare un rito, non un incontro.

Questo cappello introduttivo ci aiuta a comprendere i brani della Liturgia della Parola.

Siamo condotti nel deserto dove il popolo viene invitato a fare memoria delle prove che ha dovuto affrontare nel deserto e che per far fronte alla fame si è saziato di manna.

L’Eucaristia, quindi, come memoriale ci esorta, infatti, a ricordarci anche a noi soggetti ad una certa anoressia spirituale che in mezzo alle difficoltà il Signore, che si è fatto pane e vino, non ci lascia soli.

Quindi quando ci accostiamo a questo sacramento, cibandocene o adorandolo, siamo invitati a ricordarci anche noi che non siamo mai stati soli.

San Paolo nella seconda lettura si rivolge con parole forti “Il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo”.

L’apostolo sta parlando a una comunità divisa, quella di Corinto, dove ognuno pensava per sé e i poveri venivano lasciati fuori. L’Apostolo ci dice una cosa tremenda e bellissima: non puoi unirti a Cristo se ti dividi dai fratelli.

Su questo legame inscindibile tra la carne di Cristo sull’altare e la carne di Cristo nei poveri, San Giovanni Crisostomo scriveva parole che tagliano come spade:

«Che vantaggio può avere Cristo se la mensa del sacrificio è piena di vasi d’oro, mentre poi muore di fame nella persona del povero? […] Il corpo di Cristo che sta sull’altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure; mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura».

Eppure, attenti a non cadere nell’errore opposto: quello di svalutare la bellezza della liturgia in nome di un falso pauperismo. Proprio San Francesco d’Assisi, l’uomo più povero del mondo, colui che ha fatto della spogliazione radicale la sua vita, quando parlava dell’Eucaristia diventava esigentissimo. Nella sua Prima Lettera ai Custodi raccomandava con forza:

«Vi prego… i calici, i corporali, gli ornamenti dell’altare e tutto ciò che serve al sacrificio, devono essere preziosi. E se in qualche luogo il santissimo corpo del Signore fosse collocato in modo miserevole, venga da loro posto e custodito in un luogo prezioso».

Perché Francesco chiede questo? Non per sfarzo o vanità umana, ma per puro stupore d’amore. I paramenti e gli ornamenti non sono per l’orgoglio del prete o della parrocchia, sono per Dio. Se ami qualcuno, per lui cerchi le cose più belle, non gli avanzi. La bellezza della liturgia e l’ornamento dell’altare riflettono la grandezza del Mistero che vi si compie. Non c’è contraddizione tra il Crisostomo e Francesco: la cura per la bellezza dell’altare e la cura per il povero nascono dallo stesso identico amore per lo stesso identico Corpo di Cristo.

Infine, il Vangelo di Giovanni ci sbatte in faccia la realtà più radicale e scomoda: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui”. Gesù non ci offre un simbolo astratto, ma la sua vita concreta, consegnata fino al sangue. Quando mangiamo questo Pane, veniamo “cristificati”, diventando ciò che riceviamo. Se assimiliamo Lui, dobbiamo iniziare a pensare, amare e perdonare come Lui, lasciando che l’Eucaristia trasformi noi in Cristo.

Tra poco in molte realtà prenderemo il Corpo del Signore e lo porteremo fuori, per le nostre strade. Camminare in processione è un atto profetico per dire alle nostre comunità che vogliamo essere pane spezzato per gli altri.

Non abbiate paura di mostrare la vostra fede fuori dalle mura della chiesa. Portiamo la speranza e la carità dove c’è più buio. Diventiamo, insieme a Gesù, pane buono, profumato, spezzato per la vita del mondo.


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