BATTESIMO DEL SIGNORE (ANNO C)
Is 40,1-5.9-11 Sal 103 Tt 2,11-14;3,4-7 Lc 3,15-16.21-22
Ci sono più modi per confondersi tra la folla: quello di non dare
nell’occhio per scomparire, per passare inosservati e così continuare a
fare i propri comodi o i propri interessi oppure c’è il modo di chi vuole
condividere concretamente l’esperienza di vita della gente comune,
sentendosi parte dei suoi bisogni, delle sue delusioni, delle sue
aspirazioni e dei sogni di tutti i giorni.
Il primo atteggiamento è falso e presuntuoso: ci si mostra popolari perché è sempre utile fingere
anche con i poveri, con la gente che fatica ogni giorno, cioè le donne e gli uomini che vivono
modestamente, misurando con parsimonia le proprie risorse.
Il secondo atteggiamento è più difficile e chiede coraggio: “essere popolo” cioè sentire sulla
propria pelle il fiato corto della precarietà, dell’insicurezza, delle scelte quotidiane insidiate dalla
paura di non farcela, della disoccupazione e dover tenere a bada i bisogni indotti dai grandi
persuasori occulti al servizio dei ricchi.
Ed è davvero un compito arduo far crescere nel cuore un moto di orgoglio che ci permetta di non
sentirci servi e far crescere una sapienza che ci dia il giusto valore alle cose e alle persone, il gusto
di una vita sobria ma non per questo meno viva e aperta alla novità. È difficile non atteggiarsi a
maestri ma essere coraggiosi testimoni di un’umanità fraterna.
Per i credenti e cercatori di Dio è proprio questo l’atteggiamento di Gesù nel racconto di Luca di
questa domenica. Il suo mettersi in fila con “tutto il popolo” per farsi battezzare da Giovanni. È
un gesto preciso di appartenenza e di condivisione che non lascia dubbi sulle scelte future di Gesù.
Con tutto il popolo cioè con quella gente che cerca salvezza, che ha bisogno di sentirsi accolta,
amata, rispettata, che vuole vivere in pienezza.
Fra questi non ci sono i capi religiosi e politici di Gerusalemme, i fedelissimi del tempio, i
rappresentanti delle tradizioni immutabili. I difensori dell’ordine sacro e profano sono assenti. Ci
sono invece i poveri di spirito, i sognatori di un mondo nuovo e diverso, attratti dalla rude
predicazione del Battista. Ad essi si unisce anche Gesù non per convenienza, non per confondersi e
passare inosservato, ma per annunciare, fin dall’inizio della sua vita pubblica, da che parte egli
sarebbe stato e quale popolo egli avrebbe privilegiato con le sue parole e le sue opere.
L’evangelista Luca aggiunge che Dio stesso, fatto voce dal cielo, si riconosce nella scelta di Gesù
affermando: “Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto” (Lc 3, 22). La finezza di Luca
qui è davvero straordinaria. Al popolo che, insieme a Gesù, va a ricevere il battesimo di Giovanni
viene annunciato un Dio che si fida dell’uomo, che sa e preferisce affrancare tutti dalla malvagità e
dalla miseria.
Viene annunciato un Dio amico dei peccatori e loro salvatore. Viene superato il pericolo di
imbattersi nel Dio condizionatamente giusto, per incontrare, invece, il Dio incondizionatamente
buono. Quel Dio che non concede la sua benevolenza solo a chi si pente e diventa giusto, ma offre
il suo amore a ogni persona senza porre condizioni, lui “che fa piovere sui buoni e sui cattivi ed è
benevolo verso gli ingrati e i malvagi” (Lc 6, 35).
Mi piace pensare alla ricchezza simbolica del battesimo cristiano: il trovarsi parte di un popolo che
ama, che spera, che lotta per la giustizia, per la libertà, per la pace dell’intera umanità, senza
privilegi, se non quello di poter annunciare la tenerezza misericordiosa del nostro Dio, lui per
primo capace di un amore incondizionato.
