Domenica 22 Giugno (SOLENNITA’ – Bianco)
SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO C)
Gen 14,18-20 Sal 109 1Cor 11,23-26 Lc 9,11-17
In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.
Le due solennità che, seguendo la domenica di Pentecoste, aprono la lunga seconda parte del tempo ordinario si potrebbero paragonare alla festa della mamma e del papà: due feste per ricordare due valori permanenti, anzi due presenze vitali che costantemente ci accompagnano, la Trinità e l’Eucarestia; ma che proprio perché sempre presenti, forse a volte rischiamo di dimenticare.
La seconda lettura, tratta dalla prima epistola ai Corinzi, è una delle primissime attestazioni circa le dinamiche e le parole di Gesù nell’ultima cena. La presenza di questi versetti ci immerge direttamente nel mistero che celebriamo in ogni Eucarestia, ossia la memoria sempre nuova dell’ultima cena, che riviviamo ogni volta che ci accostiamo alla mensa del Signore, attingendo a quell’unico e grande avvenimento: l’offerta totale che Gesù fa di sé al Padre e che si trasforma in dono per la vita degli apostoli e di tutto il mondo (“offerto in sacrificio/versato per voi e per tutti” ci ricordano le parole della preghiera eucaristica).
I segni del pane e del vino avevano invero, nell’ambiente semitico in cui Gesù operava, una chiara valenza simbolica: il pane è il necessario per vivere, mentre il vino è il simbolo della festa e dell’abbondanza. Nell’ultima cena Cristo fa dunque dono del suo corpo e del suo sangue, ovvero della sua stessa vita, che è sia il necessario per sostenerci nel cammino, sia la pienezza della gioia a cui ciascuno profondamente anela. Vediamo come in questi doni il Signore ci ricordi che non è nell’extra-ordinarietà che Egli si nasconde, ma come la ferialità degli impegni di ogni giorno sia il luogo in cui Egli ci attende: nel pane e nel vino.
L’ultima cena di Cristo ha avuto, tuttavia, anche un secondo valore: essa ha dato significato anche allo scandalo della Croce che da lì a poche ore il Maestro avrebbe vissuto. Egli mostra difatti come la sua morte non sarebbe stata il frutto di sfortunate circostanze, non il segno di una sconfitta del suo progetto e nemmeno il modo di soddisfare ad un Dio irato con l’uomo per il suo peccato che avrebbe scaricato tutta la sua collera sul povero Cristo. Al contrario, lo scandalo della Croce, ci mostra l’ultima cena, è la conseguenza del massimo dono di sé, che Gesù liberamente e volontariamente – in obbedienza al Padre per mezzo dello Spirito – decide di compiere. Dirà infatti nel vangelo di Giovanni: “Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo” (Gv 10, 17-18).
Ricordava San’Agostino come nell’Eucarestia il Signore ci dice: “Io sono il cibo dei grandi. Cresci, e mi mangerai. E non sarai tu a trasformarmi in te, come il cibo della tua carne; ma tu verrai trasformato in me” (Confessioni VII, 10, 16: PL 32, 742). Ogni volta infatti che ci nutriamo dell’Eucarestia, “facciamo la comunione” con questa logica di dono senza misura di Cristo, che diviene anche la nostro logica, facendoci suoi con-sorti. Come lui ha scelto di crocifiggere la logica antica del “salva te stesso” e del “mors tua, vita mea”, così anche noi, in virtù di quella vita nuova che ci è stata data nel Battesimo e che costantemente sosteniamo grazie al “Pane dei pellegrini”, siamo chiamati ad assumere questi tratti eucaristici.
Questa lunga memoria dell’ultima cena, ci porta a comprendere le reali profondità delle parole di Gesù nel Vangelo di questa liturgia: di fronte ai discepoli che vorrebbero cavarsela facilmente congedando la folla, egli risponde di “dare loro stessi da mangiare” (v. 13a) a quanti erano lì radunati.
Nella preghiera eucaristica terza (una delle più usate nella messa domenicale) chiediamo ogni volta che “lo Spirito Santo faccia di noi un’offerta perenne a te [al Padre] gradita,” e alla fine rispondiamo con un sonoro “Amen”.
Ecco, ricordiamoci che il Signore ci prende sul serio quando chiediamo una cosa così grande, che ci rende veramente Cristo-formi.
Fonte:https://www.pievescandiano.it/
