Alessandro Cortesi Commento COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI (Messa II)

Domenica 2 Novembre (COMMEMORAZIONE – Viola o Nero)
COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI (Messa II)
Is 25,6.7-9   Sal 24   Rm 8,14-23   Mt 25,31-46

Di Alessandro Cortesi🏠

Questa domenica è dedicata alla memoria dei defunti: è occasione per rivolgere il ricordo alla morte dei nostri cari ed per pensare alla nostra morte: pensare alla morte reca con sé un rinvio profondo alla vita per due ragioni. Innanzitutto la memoria dei nostri cari è ricordo della loro vita e dell’esperienza vissuta insieme dell’amore dato e ricevuto, di legami e affetti. Ma ancora il pensiero della morte rinvia ad una domanda sulla direzione della vita sin d’ora: il senso che diamo alla morte coincide con il senso che scopriamo per la vita e che cerchiamo di attuare nel nostro quotidiano. Pensare alla morte è esperienza di amore e esperienza di scoperta di dimensioni profonde del vivere.

Le letture della liturgia dei defunti indicano tre orientamenti per vivere questa memoria:

la prima lettura è una parola su Dio stesso. Il Dio che si è rivelato ad Israele è il Signore che asciugherà le lacrime su ogni volto ed eliminerà la morte per sempre. Non si tratta di una complessa definizione di Dio ma l’indicazione di una presenza di cura e compassione racchiusa in un gesto umanissimo: Dio è presentato nel movimento di una carezza che terge le lacrime dalle guance di un volto amico, gesto di pietà e delicatezza. In questa carezza sta il desiderio di eliminare ogni sofferenza a chi piange ed è ripiegato e chiuso nella morsa del buio della morte.

“E si dirà in quel giorno: ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse; questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza”. Il volto del Dio biblico è presenza vicina, che porta salvezza e trasforma il lutto in gioia. E’ porto di pace per la nostra speranza. E’ il Dio amante della vita che eliminerà la morte e donerà vita piena. Ancora una immagine concreta evoca il sogno di Dio sulla storia: è quella di una festa che vede la partecipazione di molti nel condividere la tavola. E’ promessa di incontro che si allarga ad orizzonti sconfinati fino a comprendere tutti i popoli: “In quel giorno il Signore preparerà su questo monte un banchetto per tutti i popoli”. L’immagine della festa quale futuro di Dio, del ritrovarsi attorno ad una tavola riconoscendo volti amici e godendo del loro esserci è narrazione di un ritrovarsi nella gioia, scoperta del senso della vita come incontro. Il pensiero alla morte diviene così memoria di quel futuro già iniziato della ‘comunione dei santi’.

La seconda lettura offre una parola di conforto: “le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi. La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio… e nutre la speranza di essere lei stessa liberata  dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella gloria dei figli di Dio”.

C’è una tensione e desiderio dell’intera creazione: il presente è assimilabile al momento delle doglie di un parto: è presente una sofferenza ma si sta preparando una vita nuova e già vi sono i segni di una gioia per la novità in cui si attua una autentica rivelazione di ciò che ora è nascosto.

Possiamo sin d’ora scoprire che la nostra vita è situata in una corrente di vita più grade che sgorga dalla relazione tra il Padre il Figlio e lo Spirito. Il dono dello Spirito nei cuori ci fa gridare ‘Abba’; in Cristo il Figlio, anche noi siamo figli, non stranieri ma familiari nella vita di Dio, partecipi di tutti i suoi doni. Partecipare a Cristo è vivere con lui la Pasqua, assumere anche la sofferenza e l’attesa come esperienza non chiusa e senza senso ma aperta alla luce della vita, al dono, alla risurrezione. La nostra morte non è l’ultima parola perché Gesù ha vinto la morte ed è stato rialzato dal Padre Abbà. In Lui si è manifestata la potenza del Padre e la forza dello Spirito e si trasmette a tutti noi.

Tale speranza è per tutti e per tutta la creazione. Il dolore per la separazione e l’assenza che avvertiamo pensando ai nostri defunti si accompagna ad un senso profondo di attesa, di speranza e di affidamento nel Dio della vita e della risurrezione.

La terza parola è per il nostro presente. E’ indicazione di responsabilità per fare della memoria di questo giorno una forza di vita, una fonte di cambiamento e di creatività: “Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi… ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.

Il pensiero alla morte ci conduce alla domanda su come impostare la vita, per che cosa spendere il nostro tempo, le nostre energie, le nostre competenze, i nostri pensieri.

Il giudizio del Figlio dell’uomo sul trono della sua gloria richiama alle cose ultime: ma le ultime cose in qualche modo iniziano qui ed ora, e siamo provocati sugli atteggiamenti quotidiani, nelle scelte del presente. Con tali orientamenti iniziamo ad essere già oggi quello che saremo. Il pensiero alla morte non deve essere pensiero di paura, al contrario memoria di speranza e di responsabilità e memoria di un futuro che inizia ora; ci impegna nel preparare insieme quel banchetto, orizzonte del nostro ritrovarci nel Dio dell’incontro e della amicizia.

Alessandro Cortesi op