Domenica 9 Novembre (FESTA – Bianco)
DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERANENSE
Ez 47, 1-2.8-9.12 Sal 45 1Cor 3,9-11.16-17 Gv 2, 13-22
Di Don Paolo Zamengo
Nella domenica in cui festeggiamo la Dedicazione della Basilica
Lateranense il Vangelo ci dona un antidoto prezioso per conservare
la natura vera e profonda che ogni tempio deve avere. “Gesù salì a
Gerusalemme e trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e
colombe, e i cambiavalute seduti al banco, e disse: Portate via
queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di
mercato”.
La cosa più drammatica è vedere la logica commerciale portata dentro il rapporto con Dio. Si può infatti
comprare o vendere l’amore? Si può controllare Dio, il sacro, la religione con un sistema pagano di offerte e
sacrifici? Ognuno di noi corre questo rischio e non ci salviamo se non con un profondo esame di coscienza.
Se l’amore non è gratuito che amore è?
Gesù fa un ulteriore passaggio e dice che il vero tempio non è quello di pietra ma il tempio è Lui:
“Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. Il Vangelo ci ricorda che non è un tempio di
pietra a renderci cristiani ma è Cristo stesso, che è più grande e più forte di ogni pietra. Gesù non dice che il
Tempio non deve esistere, ma che non bisogna pervertire il significato e la funzione del tempio
trasformandolo in un “un mercato” o peggio in un centro di potere economico.
Gesù dal Tempio non scaccia solo i cambiavalute, ma anche gli animali per i sacrifici, e lui morirà offrendosi
come agnello pasquale e deporrà liberamente la sua vita. E noi spesso ci domandiamo come sia possibile
che nello spazio ecclesiale e nel cuore di una comunità cristiana avvengano certe dinamiche di deviazione,
di stravolgimento della funzione originaria del tempio se non ci fosse stata la voce profetica di Gesù a
denunciare questa eresia.
E ciò che è centrale non è prima di tutto la distruzione del tempio di pietre , ma l’amore e la libertà.
Amore e libertà con cui Gesù deporrà le sue vesti, con cui amerà i suoi fino alla fine, con cui si inchinerà
davanti a Giuda e gli laverà i piedi, con cui salirà al monte degli Ulivi quasi facilitando il compito del
traditore, e dunque non opponendosi alla prospettiva della sua morte violenta.
Il testo lascia intendere che i discepoli al momento non capirono. Solo dopo, grazie al ricordo della sua
parola, diedero un senso al comportamento di Gesù, solo dopo essi compresero il gesto violento di Gesù
per scacciare tutti fuori dal Tempio. Gesù è mosso da passione, è divorato dallo zelo per la casa del Signore,
è abitato da pathos per il luogo santo ed è indignato e scandalizzato dall’uso che ne viene fatto.
Cosa fa dunque Gesù? Alleggerisce il Tempio: caccia via, fa uscire, spoglia. Non aggiunge, non aumenta, non
accresce, ma toglie, sottrae, libera. Perché, come ricorda il Salmo (Sal 49, 21): “L’uomo nel benessere non
comprende, è come gli animali che periscono”. Gesù, nella sua lucidità, annuncia che di quel tempio non
resterà pietra su pietra. Solo la fine anche rovinosa di elementi che pure erano stati portanti nella nostra
vita, può a volte portarci a un rinnovamento e a una rinascita.
Non è l’aver poco che ci fa paura, ma l’avere meno dopo che ci siamo abituati ad avere tanto. È il
diminuire che ci fa paura e che rifiutiamo, è l’impoverimento più che la povertà che noi temiamo. La libertà
comprende tutto questo, anzi trova proprio in questa condivisione del pathos di Dio l’elemento senza il
quale non potrebbe nascere un comportamento cristiano. Ma Gesù ha piena coscienza del prezzo delle sue
azioni. Egli è un vero profeta e paga con la sua persona il prezzo delle parole che pronuncia e delle azioni
che compie. “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere.”
Che lo Spirito santo ci liberi dal paganesimo.



