Domenica 4 Gennaio (DOMENICA – Bianco)
II DOMENICA DOPO NATALE
Sir 24,1-4.12-16 Sal 147 Ef 1,3-6.15-18 Gv 1,1-18
Di don Lucio D’abbraccio🏠home
Celebriamo oggi la seconda Domenica dopo Natale e la Chiesa ci pone davanti il Prologo del Vangelo di Giovanni, un testo che è un vertice di teologia e di bellezza, che abbiamo già proclamato nel giorno di Natale alla messa del giorno. Ma attenzione: non è una teoria astratta. È il racconto di un Dio che ha deciso di uscire dal silenzio per parlare la nostra lingua.
Giovanni inizia con parole solenni: «In principio era il Verbo». Questo termine, “Verbo”, significa Parola. Immaginiamo per un momento la nostra vita senza parole: non potremmo comunicare l’amore, non potremmo raccontare il dolore, non potremmo chiedere aiuto. Saremmo isole chiuse in noi stesse. Dio, fin dall’inizio, ha voluto rompere questo isolamento.
Sant’Agostino spiegava che “la parola che portiamo nel cuore, prima di diventare suono, è un pensiero; così è il Figlio rispetto al Padre: una Parola eterna, sempre rivolta al Padre, sempre piena del suo amore. Gesù non dice semplicemente qualcosa di Dio: è Dio che si racconta, che si fa conoscere”.
Ma questa Parola non è rimasta un’idea lontana. Il Vangelo prosegue con una frase che sconvolge la storia: «E il Verbo si fece carne». Dio non ci ha inviato un manuale di istruzioni, né un messaggio dall’alto. È venuto di persona.
La carne indica la nostra condizione umana, fragile e concreta. Dio ha voluto condividere la nostra vita così com’è, con le sue fatiche e i suoi limiti. Il Vangelo dice che il Verbo «pose la sua tenda in mezzo a noi»: significa che Dio non è rimasto lontano, ma ha scelto di abitare la nostra quotidianità, di camminare con noi nella vita di ogni giorno. Non è un Dio distante o astratto, ma un Dio vicino, presente nella nostra storia.
Il Vangelo però ci dice anche una cosa dolorosa: «Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto». Dio si è fatto vicino, ma spesso non ce ne accorgiamo. La sua luce è presente, ma se il nostro cuore resta chiuso, non riusciamo a vederla. Come quando riceviamo un ospite importante e restiamo tutto il tempo a guardare lo smartphone, ignorando chi ci sta davanti. San Giovanni Crisostomo ricordava che “questa luce non forza mai la porta: illumina, ma non invade”. E allora pensiamo a quante volte non vediamo il collega che chiede aiuto con lo sguardo, o il familiare che cerca solo un po’ di ascolto. In quella luce rifiutata, c’è il Verbo che cerca casa.
Il Vangelo però apre anche una grande speranza. L’evangelista Giovanni, infatti, scrive che: «A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio». Questo non è un titolo onorifico, ma una dignità nuova, un modo nuovo di vivere. Significa sapere che non siamo mai soli: anche nelle difficoltà di ogni giorno, Dio ci è vicino e ci accompagna come un Padre.
Il Vangelo, inoltre, dice: «Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia». Questo significa che Dio non ci dona qualcosa ogni tanto, ma ci accompagna continuamente. La grazia non è magia: è l’aiuto silenzioso di Dio che ci sostiene, ci permette di perdonare, ci rialza quando cadiamo, ci aiuta a ricominciare e a non chiudere il cuore.
Possiamo capirlo guardando a un artigiano che lavora il legno con pazienza. All’inizio sembra solo un pezzo grezzo, ma poco alla volta, sotto le sue mani pazienti, prende forma qualcosa di bello. Così fa Dio con noi: entra nella nostra vita così com’è e, con pazienza, la trasforma.
Guardiamo infine a Maria. In lei il Verbo si è fatto carne in modo concreto. La Beata Vergine ha messo a disposizione la sua vita perché Dio avesse una voce e un volto e affinché potesse entrare nella storia. Ebbene, chiediamo a lei di insegnarci ad accogliere questa Luce vera, perché anche la nostra vita, nelle piccole cose di ogni giorno, diventi una dimora dove Dio può abitare. Amen!




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