Don Massimo Grilli Commento II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Domenica 18 Gennaio (DOMENICA – Verde)
II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Is 49,3.5-6   Salmo 39   1Cor 1,1-3   Gv 1,29-34

Di Don Massimo Grilli🏠home

Questa seconda domenica del tempo ordinario ci permette di continuare il discorso iniziato la settimana scorsa, in occasione del battesimo di Gesù, quando le letture si posavano sul profeta disarmato, servitore di un disegno salvifico tanto efficace quanto paradossale.  Anche nelle letture odierne ritorna la misteriosa connessione tra la missione del servo e il servizio di Gesù, presentato questa volta come «agnello di Dio».

Prima lettura: Is 49,3.5-6

La settimana scorsa, nel primo carme del servitore di JHWH, era lo stesso Dio che presentava il suo servitore. Nel secondo carme, contenuto nella prima lettura di oggi, è il servo stesso a prendere la parola e a presentarsi. In questo canto diventa chiaro che il servitore rappresenta qualcuno sottoposto a una prova umiliante, proprio lui fatto oggetto di una predilezione particolare, fin dal seno materno. Amato di un amore totale e gratuito e avvolto dalla cura di JHWH, vive questa appartenenza in maniera del tutto particolare.

Quando Dio prende un essere umano per sé, non intende allontanarlo dagli altri. Entrare in rapporto con il Signore non significa mai estraniazione. Coloro che sono scelti vengono “consegnati” agli altri. Tutta la storia della salvezza testimonia che la scelta di un singolo da parte di Dio è sempre, e comunque, una scelta per la comunità: Abramo, Mosè, Geremia, i profeti… sono scelti per essere donati. Sono un dono per il popolo a cui appartengono e un dono per l’umanità.

Ma, come spesso accade a chi è rivestito di un compito di grande responsabilità anche il servo, scelto da Dio per amore e con amore, avverte paura e dubbio. Nel versetto 4 (omesso purtroppo nella lettura domenicale) viene presentato questo aspetto imprevisto nella missione di un servitore di Dio: la crisi, lo scoramento. Investito di un compito tanto grande, e rivestito dell’armatura fragile della Parola, il servitore avverte intorno a sé la diffidenza e dentro di sé l’inadeguatezza. Ci sono momenti dell’esistenza in cui la sensazione di inutilità è forte, soprattutto se dovuta a un muro sordo, che non risuona, a una comunità insensibile, che non risponde, perché non ha né occhi per vedere né orecchi per ascoltare. Sono momenti di travaglio, che danno a una persona sensibile e fedele un senso di frustrazione profonda.

In questo contesto di vuoto, ecco che risuona, però, la voce di Dio; una voce che risveglia e mette di nuovo in cammino. L’uomo ha paura dell’assenza, ma la Voce dà una certezza: nell’inadeguatezza strutturale dell’esistenza, l’uomo non è solo. La Voce offre la certezza che Dio non è indifferente alla causa dei suoi servitori. Nel buio, Dio sarà luce; nell’angoscia, sarà sicurezza.

Grazie a questa prossimità, gli orizzonti si ampliano e le ginocchia riprendono vigore. Il cammino che si apre davanti è impegnativo, perché la luce della salvezza dovrà essere testimoniata non solo al popolo di appartenenza, ma anche alle nazioni, fino agli estremi confini della terra. Il servitore di Dio sa, però, di poter contare sulla presenza di colui che un giorno lo ha chiamato e dicendogli: «Tu sei il mio servitore» non ha inteso umiliarlo, ma rivelargli un’appartenenza del tutto singolare e amorevole.

Il Vangelo: Gv 1,29-34

Accanto alla figura del servo, la liturgia pone quella dell’agnello. Gli accadimenti raccontati appartengono all’inizio del vangelo di Giovanni e, precisamente, alla settimana inaugurale, che Giovanni pone come primo pannello di tutta la narrazione evangelica. Subito dopo il prologo, infatti, la prima sezione narrativa del quarto Vangelo presenta – uno dopo l’altro (cf. «l’indomani») – i giorni di una settimana (1,19–2,12), con diverse scene che si alternano, in rapida ma intensa successione, fino alla conclusione, rappresentata dal segno di Cana, in cui “i discepoli”, che avevano incontrato e seguito Gesù, arrivano a “credere” in lui.

La lettura odierna ci descrive il secondo giorno di questa settimana inaugurale. Nel primo, Giovanni Battista aveva reso testimonianza su se stesso; una testimonianza in cui sottolineava solennemente di non essere né il Cristo, né Elia, né uno dei profeti, ma semplicemente una “voce” che testimonia un Altro, più importante di lui. Chi testimonia non attira a sé, ma addita colui nel quale c’è salvezza. E infatti, l’indomani Gesù gli viene incontro e Giovanni lo presenta con una formula misteriosa e audace: ecco l’agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo.

Nel quarto Vangelo, la figura dell’agnello è molto suggestiva se si pensa che, nel momento supremo della passione e della croce, Gesù verrà presentato come «l’agnello pasquale». La figura dell’agnello è vicina a quella del servo e forse non è un caso che, in aramaico, esista un solo vocabolo per indicare sia l’uno che l’altro. Quando Isaia aveva presentato il servitore di JHWH nel quarto cantolo aveva descritto come un uomo trafitto per i nostri delitti e per le nostre iniquità, come “un agnello condotto al macello”. Come nessun altro animale, l’agnello era l’animale sacrificale preferito nell’antichità, sempre docile, nelle mani di chi lo immolava. In questo modo, la figura del servo e l’immagine dell’agnello presentano una profonda rispondenza, perché ambedue rimandano a un’immagine scandalosa di Dio: un Dio mansueto, che non abbatte e non s’impone.

Oggi, come ieri, desta scandalo la figura di un Dio povero e mansueto, perché oggi, come ieri, i mansueti sono ai margini. Essere combattivi e competitivi non è solo una garanzia di successo, ma è la regola stessa del progresso umano: lo sentiamo ogni giorno. La salvezza dell’umanità non può essere posta nelle mani di uomini che non alzano la voce e non affermano con forza il proprio diritto. Il Vangelo non disquisisce sulle leggi del progresso, ma ci presenta un’altra via, quella che Dio ha percorso: il peccato è vinto da un uomo sconfitto dai poteri di questo mondo, condotto al macello come un agnello mansueto. Giovanni parla del peccato al singolare e non dei peccati, e lo fa per dodici volte nel suo Vangelo, per indicare la menzogna collettiva che avvolge, come una grande cappa, uomini e istituzioni. Nella concezione dell’evangelista, il peccato – personalizzato – sembra una forza invincibile, perché ha il potere di chiudere l’uomo in se stesso e di condurlo alla morte; ma il Vangelo offre la certezza che esso può essere sconfitto, anzi, è stato sconfitto dall’agnello crocifisso, suprema disfatta per il mondo, suprema vittoria per la fede. Il Battista testimonia questa incrollabile fede nella vittoria dell’agnello, quando, additando Gesù presente nel mondo, lo indica come l’agnello mansueto che, nella mitezza e nell’umiltà, sconfigge il peccato del mondo con la sola forza dello Spirito.

L’insistenza sullo Spirito che discende su Gesù e si ferma su di lui è eloquente. L’evangelista, infatti, non scrive soltanto che lo Spirito discende su Gesù, ma che rimane su di lui. Il verbo greco, utilizzato due volte in pochi versetti, esprime un rapporto permanente, come sono permanenti Dio e i suoi doni. Perché l’uomo, nonostante il suo potere e il suo prestigio, è un essere precario, che se ne va. I suoi anni si addizionano e vengono logorati dal tempo. Dio è colui che rimane, ed è per questo che la forza del suo Spirito disceso sul Figlio, può divenire una sorgente di linfa vitale per ogni uomo a cui lo Spirito è dato in dono. È in forza dello Spirito che l’uomo può rinascere, dirà Gesù a Nicodemo (Gv 3,5-8), ed è in forza dello Spirito che i peccati potranno essere perdonati (Gv 20,22-23).

Il forte legame tra l’impotenza di Dio, la sua vittoria sul potere del peccato e lo Spirito può sembrare aleatorio solo alla ragionevolezza umana che vola spesso in superficie, ma non all’uomo di fede. Nel modo di leggere Dio, assistiamo spesso a una contaminazione di pensieri, che ci ha condotto a ritenere Dio come maximum in tutti i campi: onnipotente, onnisciente, principio e fonte di ogni certezza e di ogni verità… Che un Dio possa essere debole, impotente e mansueto è inconcepibile per una certa teologia metafisica, ma è il cuore della teologia cristiana, che legge la storia della salvezza come la storia di un Dio per cui «non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). In fondo, è proprio l’onnipotenza dell’amore che conta e cambia le sorti umane.


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